S. Aleksievič
Incantati dalla morte. Romanzo documentario
traduzione di S. Rapetti, Edizioni e/o, Roma 2005
(Recensione di Giulia Bottero)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 542-543
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Con Incantati dalla morte un altro tassello si aggiunge alla cronaca storico-generazionale che la giornalista ucraino-bielorussa Svetlana Aleksievič compone ormai dal lontano 1983, ricorrendo sempre alla stessa forma letteraria: il “romanzo documentario” o romanzo di voci. È la stessa Aleksievič, in un’intervista, a spiegarci il perché di questa scelta: “ho cercato a lungo un genere che rispondesse alla mia visione del mondo. A come è strutturato il mio occhio, il mio orecchio…Mi sono messa alla prova. E ho scelto il genere delle voci umane: nei miei libri delle persone reali raccontano gli avvenimenti importanti della loro epoca, la guerra, Černobyl’, il crollo del grande impero. Tutti insieme depositano nella parola la storia del paese, la storia comune, e al contempo ognuno vi lascia anche la storia della propria piccola sorte personale […] Ogni tre, quattro anni scrivo un libro, per il quale incontro, intervisto e registro dalle 500 alle 700 persone. La mia cronaca coinvolge decine di generazioni. Essa ha inizio con i ricordi delle persone che hanno visto la rivoluzione, che hanno superato la guerra, i lager staliniani, e arriva sino ai giorni nostri”.
Incantati dalla morte è la presenza più recente di questo affresco storico e quotidiano, poiché raccoglie le testimonianze di e su coloro che non hanno saputo adattarsi al nuovo mondo post-sovietico e al crollo rovinoso di una fede imposta per settant’anni, cercando piuttosto la morte. Il libro, che si basa sul dato reale dell’aumento vertiginoso dei suicidi nella Russia dei primi anni Novanta, echeggia dei racconti di chi al suicidio è sopravvissuto o di chi ha assistito inerme alla scomparsa di persone care. Per la maggior parte sono voci femminili a tratteggiare quest’amara topografia del disincanto e della disillusione, rinsaldando quella vicinanza e solidarietà che la scrittrice intrattiene con il mondo femminile, reso ancor più caro per il suo ruolo negletto in una storia con la S maiuscola, fatta ufficialmente da uomini e per uomini.
La morte come promessa di liberazione è l’unico elemento che accomuna le storie, altrimenti molto diverse l’una dall’altra, non legate dalla medesima esperienza di vita, come era stato per i libri precedenti: “non un coro, come è stato altre volte, ma singole voci solitarie… Ognuna con un grido diverso… Ognuna con un suo segreto…”. I protagonisti di questo ennesimo, durissimo reportage letterario della Aleksievič ci raccontano infatti vissuti e disperazioni differenti, al cui interno solo l’approdo agognato alla morte diviene storia comune.
Ci imbattiamo così nella vicenda del rivoluzionario novantenne che ha sostituito l’amore per il partito, durato tutta una vita, a quello per la morte nel momento in cui il partito è caduto, rinnegato e vilipeso; la disperazione di chi si sente privato della propria ragione di vita in un mondo dedito solo al denaro ci rivela la terribile coesistenza di consapevolezza e fede: pur essendo a conoscenza dei meccanismi totalitari che vigevano in epoca sovietica – “le stesse persone sarebbero potute diventare carnefici o vittime, indifferentemente” – il rivoluzionario continua a credere, a edificare il socialismo giorno per giorno, perché ha un posto nel mondo, un fine cui anelare.
O la storia della donna cinquantenne, perfetta comunista, fervente devota di Lenin – “andavo a trovare Lenin, come si va in chiesa” – che assiste inorridita al riciclo postmoderno dei simboli sovietici, tessere di partito e medaglie in vendita a cinque dollari, che non riesce più a ritrovare la felicità che impregnava il suo mondo fatto di attesa nel domani, di fede, di sacrificio.
La vecchia campagnola che si è spezzata la schiena nei campi per niente, per l’inganno di chi “ha venduto il paese” e di chi ha promesso invano l’avvento della felicità. La donna che ha smesso di credere nel regime solo dopo esser stata ricoverata a forza in clinica psichiatrica o quella nata e cresciuta sino ai dodici anni nella zona, resa estranea al mondo, fiduciosa solo di Stalin, incapace di vivere senza filo spinato.
Il quadro è quello di una solitudine assoluta contro cui nulla possono la famiglia, le amicizie, gli amori, poiché si tratta dell’abbandono di una dimensione collettiva, di un mondo intero che si è inabissato lasciando il passo a un realtà ignota, regolata da altre leggi, da altri rapporti umani. Attraverso la voce disperata di queste persone che hanno ceduto allo schianto dell’impero sovietico e alla demistificazione della propria vita, la cui ferrea ragione viene rivelata loro d’improvviso in tutta la sua falsità, la giornalista tenta di rispondere all’annosa domanda sul consenso delle masse, che è valida per ogni regime totalitario: “Ognuno di noi si pone la questione, e ci interroghiamo l’un l’altro: che cosa ci è capitato? […] Chi siamo dunque? Chi? I figli di una grande illusione o le vittime di una psicopatia di massa?”. Questa prospettiva rappresenta forse l’aspetto più interessante, da un punto di vista storico-antropologico, del libro.
In molte testimonianze infatti risuona il postulato teorico fondamentale, su cui la vita dura e grama di milioni di persone viene basata durante il regime: la fiducia in un futuro migliore per il quale combattere, soffrire, sopportare, che non è appannaggio solo dell’epoca staliniana, ma che caratterizza il mondo sovietico sin dai suoi primi vagiti post-rivoluzionari. La promessa di un “radioso avvenire” diviene un mantra con cui scongiurare gli orrori del presente, cui affidarsi per poter tollerare miseria, grigiore, degrado: “credevamo fermamente che il domani sarebbe stato meglio dell’oggi, e il dopodomani meglio del giorno prima” o ancora “A noi l’avevano promesso dopo la guerra: saremmo stati felici… Ho aspettato per tutta la vita la felicità, una vita migliore: l’ho aspettata da bambina, da ragazza e adesso che sono vecchia”. La consapevolezza che con il crollo dell’Urss quest’attesa è tradita, sepolta, sia per chi ha creduto e partecipato attivamente alla vita “socialista”, sia per chi l’ha subita passivamente, diviene lacerante scoperta di una menzogna completa, sui cui binari si sono dipanate vite intere.
L’invocazione della morte da parte di questi “deboli” che non hanno saputo reinventarsi è il grido di rabbia e sgomento delle “cavie” di un grandioso e aberrante esperimento: l’utopia demiurgica di riedificazione del mondo e dell’uomo alla luce di un principio astratto e assoluto. Di fronte a questa crudele verità la reazione degli intervistati è molteplice: c’è la generazione dei padri che hanno creduto, che vorrebbe riavere indietro la fede e la vita socialista, anche a costo di recitarla e rinchiudersi in uno spazio ristretto e inventato, come avviene ad esempio nel film Good bye Lenin; c’è la generazione dei figli che si scaglia invece con rabbia contro i padri, che non hanno mai avuto tempo per loro, che hanno pensato solo a “edificare, sacrificarsi”; c’è chi infine è solo confuso e sgomento di fronte alla nuova realtà.
Se queste testimonianze sono intessute da un filo comune, che le ricompatta al di là della morte in un discorso più globale sulla vita dopo il socialismo, sulla caduta dell’utopia e così via, alcune voci che la giornalista riporta sono invece avulse da questo contesto: racconti su giovani suicidi incompresi, ragazzi non amati da genitori crudeli, oppure affascinati morbosamente dalla morte. La presenza di questi racconti diluisce, a mio avviso, la compattezza semantica delle testimonianze relative allo smarrimento post-impero sovietico. Il discorso divaga ampliandosi in una retorica osservazione sul male e sulla disperazione dell’uomo moderno, rischiando di far perdere forza espressiva e pregnanza storico-documentaristica a un libro altrimenti significativo all’interno di quella ricerca “corale” sulla realtà sovietica, cui si è consacrata negli ultimi anni la Aleksievič.

 
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