N. Lugovskaja
Il diario di Nina
traduzione di E. Dundovich, cura e postfazione di E. Kostioukovitch, Frassinelli, Milano 2004
(Recensione di Giulia Bottero)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 512-513
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Il genere letterario “privato” come squarcio sulla vita quotidiana in un regime totalitario ha sempre richiamato alla memoria la Shoah e le dolorose testimonianze di due giovani donne, Anna Frank e Etti Hillesum, che questo quotidiano – stretto tra le pastoie di una macchina assolutistica che presto le avrebbe schiacciate – ce lo hanno raccontato attraverso le osservazioni minute dei loro diari. In quelle pagine, tra le più semplici annotazioni su una vita che comunque scorreva, divenendo quotidiano pur nell’assoluto stravolgimento delle sue coordinate, balenavano la lucidità d’approccio delle due giovani ebree rispetto ai fatti sconcertanti che la storia andava dispiegando, la precocità di alcune analisi e riflessioni sulla situazione politica dell’epoca. Proprio in virtù della prospettiva assolutamente personale, interiore e domestica che caratterizzava queste osservazioni esse acquisivano un valore universale, che consisteva nella capacità del singolo individuo di cogliere perfettamente l’orrore universale di una violenza estesa a milioni di persone.
Oggi, con la scoperta del diario di Nina Lugovskaja, un altro nome si aggiunge alla rosa delle sconcertanti testimonianze che ci rivelano dall’interno l’esistenza in una realtà totalitaria. Questo raro documento ha innanzitutto il pregio di illuminare vividamente la Russia del terrore staliniano, il cui quotidiano, grazie alla dedizione, alla costanza e anche alla prolissità con cui la giovane Nina tiene il suo diario, ci viene mostrato in tutti i suoi dettagli, dalle occupazioni domestiche a quelle scolastiche, dall’uso del tempo libero agli impegni sociali, dal rapporto con i familiari a quello con i compagni e i professori. Tuttavia, oltre all’indubitabile valore del diario come diretta testimonianza storica sulla Russia degli anni Trenta, le parole di Nina si caricano di un altro ben più ampio significato: proprio come per Anna Frank o Etti Hillesum, le annotazioni piuttosto usuali per un inquieto animo adolescenziale ascendono a tratti a una dimensione superiore e diventano delle osservazioni lucide e spietate sulla realtà dittatoriale stalinista, incredibili per il loro approccio critico al grande inganno del “radioso avvenire”.
La storia stessa del ritrovamento del diario è singolare e ci dimostra quanto le appassionate dichiarazioni dell’adolescente Nina fossero intollerabili per le istituzioni. L’archeologa del gulag Irina Osipova, che dalla fine degli anni Ottanta lavora negli archivi del Kgb per trovare casi di resistenza all’interno dei campi di detenzione, si imbatte nel fascicolo di Sergej Fedorovič Rybin-Lugovskoj, il padre di Nina, arrestato nel 1929 in quanto ex-socialista rivoluzionario e detenuto nei lager sino alla fine degli anni Cinquanta. Tra gli atti dell’arresto e della detenzione, la studiosa ritrova casualmente il diario della figlia minore Nina, considerato materiale incriminante e pieno di passi “compromettenti”, sottolineati dal giudice istruttore. La Osipova, conscia della rarità di un documento simile – poiché diari e lettere degli arrestati venivano generalmente distrutti dalla polizia – e del suo valore intrinseco come testimonianza e atto d’accusa, decide di trascriverlo e pubblicarlo.
Veniamo così a conoscenza del complesso e profondo mondo interiore di una ragazzina degli anni Trenta, sola e incredula di fronte a un mondo che le fa orrore per la sua meschinità e la sua ipocrisia. Nell’introduzione al libro, Vittorio Strada traccia una netta linea di confine tra i diari sovietici scritti in realtà per far conoscere alle autorità le proprie qualità di cittadino modello, e quelli tenuti invece da persone ostili al regime, che mantenevano intatta la loro autonomia interiore e usavano la scrittura come arma privata per condurre la propria battaglia personale di resistenza. L’eccezionalità del diario di Nina consiste proprio nell’appartenere a questo secondo emisfero, nonostante la giovane età dell’autrice: pur essendo nata già in epoca post-rivoluzionaria e dunque bombardata dalla propaganda sin da piccola, Nina mantiene una libertà intellettuale stupefacente. Quando inizia a scrivere il diario, nel 1932, ha solo tredici anni, eppure già manifesta dei turbamenti wertheriani incompatibili con l’ottimismo ufficiale: “in generale, vivere è maledettamente brutto. Di nuovo la malinconia mi assale, la resurrezione di un attimo è già passata […] Perché non posso avvelenarmi? A volte ne avrei voglia”. Ma soprattutto riesce a leggere gli avvenimenti che la circondano, da quelli storici più rilevanti a quelli minuti che caratterizzano la vita di tutti i giorni, ignorando la patina ideologico-propagandistica di cui erano ammantati: “oggi ci hanno costretti a marciare per le strade, cosa che mi ha fatto arrabbiare da morire e ancora di più mi ha irritato la situazione di impotenza in cui mi trovavo. Mentre camminavo sul suolo fangoso e freddo, nella luce umida e fioca di questa giornata autunnale, e battevamo i piedi congelati nelle soste, insultavo fra me e me il potere sovietico con tutte le sue invenzioni, i vanti di cui si pregia di fronte agli stranieri eccetera, e facevo smorfie di disgusto per i canti stonati e disordinati che siamo costretti a fare”; o ancora parlando dell’arresto del padre di una sua compagna di scuola: “ora l’hanno strappato a Ira, hanno distrutto la loro felicità […] anche noi vivevamo bene prima dell’arresto di papà, ma… poi, come dal cielo, siamo caduti in un vortice di privazioni e di tensione […] Oh, farabutti! Mascalzoni! […] Ieri Ju. I. [si tratta di una sua insegnante] ha fatto una lezione al mio gruppo su Lenin e ha parlato, naturalmente, della nostra ‘edificazione’. Come mi faceva male sentire queste menzogne spudorate sulle labbra di una donna che io stimo, quasi venero”.
L’acuta intelligenza e lo sdegno di Nina vengono riservati a moltissimi aspetti del tormentato presente in cui vive: sotto la falce impietosa dei suoi commenti cadono una dopo l’altra le iniquità del regime, dall’onnipotenza della polizia all’inflazione vertiginosa, alle code e alla fame diffusa, dalla carestia in Ucraina alla questione contadina, dal delirio di onnipotenza dei burocrati e dei funzionari alla completa omertà di fronte agli insuccessi del paese. Oltre alle tirate di questo genere che costellano il diario, tenuto sino al 1937 – momento in cui Nina verrà arrestata insieme alla madre e alle sorelle – a prorompere dalle pagine del libro è un’inesauribile sete di libertà. Lungo il percorso di crescita personale che si snoda negli anni e che noi osserviamo giorno dopo giorno seguendo il processo di maturazione emotiva e intellettuale di una giovane donna profonda e tormentata, rimane saldo e incrollabile l’anelito alla piena espressione del proprio io, la rabbia di fronte a ogni tipo di costrizione. Tra le insicurezze e le manie suicide di una ragazza che si sente brutta e non amata, tra le velleità artistico-letterarie di un’aspirante scrittrice e i commenti lievi sui ragazzi o sulle compagne invidiate, rimane pura questa tensione interiore, questo turbamento e quest’ansia centrifuga, che porta Nina a identificare nella natura un’antitesi alla costrizione, uno spazio incontaminato e neutro dove poter assaporare la tanto sognata libertà. Nina non diventerà mai scrittrice e, sopravvissuta al lager, – da cui uscirà solo nel 1942 – affiderà alla pittura l’espressione di quel ricco mondo interiore che abbiamo visto sbocciare nelle pagine del suo diario.

 
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