V. Vojnovič
Propaganda monumentale
traduzione di M.C. Ghidini, Garzanti, Milano 2004
(Recensione di Giulia Bottero)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 258-260
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Nell’estate del 1918, sulla rivista Plamja, A. Lunačarskij lanciava il piano di “propaganda monumentale”, un’idea di Lenin che prevedeva la costruzione a Pietrogrado e a Mosca di numerosi monumenti in gesso, raffiguranti grandi uomini della storia, russi e stranieri, che avrebbero parlato alle masse attraverso brevi iscrizioni e slogan dal contenuto rivoluzionario. L’idea della città parlante, che usa iscrizioni e statue per edificare e ricordare la propria grandezza, venne suggerita a Lenin dalla lettura della Città del sole di Campanella, tradotta quell’anno in Russia. Come è noto però, quest’iniziativa, una delle prime misure architettoniche del regime bolscevico, si risolse in un fiasco totale: la fattura delle sculture era talmente mediocre da suscitare la derisione dei passanti e il materiale così fragile da non resistere alle intemperie.
Sulla scia di questo crollo dell’utopia, che si sgretola rovesciandosi nella sua variante parodica e grottesca, si inscrive l’ultimo romanzo di Vladimir Vojnovič, che racconta l’amore metonimico della veterana Aglaja Stepanovna Revkina per una statua di Stalin, e insieme la storia – dai primi anni Cinquanta a oggi – di una lenta e inesorabile fine: quella dell’impero sovietico. Il grande affresco di Vojnovič si struttura tematicamente attorno ad alcuni punti cardinali, procedendo però con un andamento polifonico di bachtiniana memoria: i piani narrativi sono infatti molteplici e si intersecano l’un l’altro dando vita a una vastissima pletora di personaggi, storie e voci. La linea dominante nel plot è la storia della fanatica Revkina alle prese con la politica di destalinizzazione del paese. La metastruttura in cui è intessuta questa storia è l’indagine sulla vita dell’eroina che l’io narrante, un concittadino della Revkina emigrato da tempo, decide di intraprendere, appresa la notizia della morte di Aglaja, tornando alla città natale per intervistare gli abitanti. Oltre alle avventure della stalinista ad animare il romanzo è proprio la storia corale di questa cittadina russa di provincia (Dolgov), un punto immaginario nella sterminata carta geografica sovietica. Infine, ultimo nodo tematico nel testo, è la linea dialogica delle conversazioni tra l’io narrante e un altro personaggio ugualmente vago e simbolico: Aleksej Michajlovič Makarov, detto l’Ammiraglio, che discetta di politica e di arte e che commenta con lungimiranza gli avvenimenti contemporanei. Questi dialoghi si innalzano su un livello che supera il dipanarsi concreto degli eventi narrati – pure essendovi profondamente connessi – per diventare una sorta di riflessione, di commento universale e metafisico su un’umanità in declino, che cementa la materia viva e minuta delle storie di Dolgov in una conversazione intima dell’autore con se stesso, tra un io narrante ingenuo e istintivo e un alter ego saggio, ma cinico e disilluso.
Un’altra presenza significativa nel romanzo di Vojnovič è il rapporto strettissimo con la tradizione letteraria russa e in primo luogo con quella satirica. Già solo il nome della città in cui si svolge la storia (Dolgov – da dolg [debito, dovere]), ma anche i nomi dei dirigenti locali di partito (il vicesegretario Porosjaninov (da porosenok [porcellino]); il procuratore Strogij (da strogij [severo]); o l’assessore alla pubblica istruzione Nečitajlov (analfabeta dall’imperativo negativo ne čitaj [non leggere]) evocano chiaramente la Glupov di Istorija ondogo goroda (1869-70) di Saltykov-Ščedrin. Nella sua spietata satira ottocentesca quest’ultimo concretizzava metaforicamente nello spazio unico di una piccola città di provincia, tutto l’orrore di un mondo assolutistico che si andava affermando, sia dalla parte conservatrice dei progetti prussiano-militaristici di un Arakčeev, che da quella progressista dei sogni alla Černyševskij e delle illusioni liberali scaturite dopo il 1861. Allo stesso modo Vojnovič condensa nelle vicissitudini di Dolgov il paradosso e la crudeltà del potere sovietico. Tuttavia la sua satira è più realistica di quella di Saltykov-Ščedrin che, prefigurando una possibile involuzione sociale, inventa un mondo di sana pianta: a parte l’artificio letterario della città inventata, che si carica così di valore simbolico, e la radicalizzazione del grottesco in alcuni momenti, dietro al vissuto dei personaggi di Vojnovič leggiamo la storia assolutamente verosimile dell’ordinaria “follia” del quotidiano in un regime totalitario, fatto di paura, sopravvivenza, delazione e ipocrisia.
È proprio contro l’ipocrisia e l’incoerenza in cui versa il paese che la Revkina combatte la sua crociata. Sdegnata dal voltafaccia chruščeviano e dalle offese recate a Stalin, Aglaja osa contrapporsi al partito, innescando un meccanismo che la porterà alla rovina e all’esasperazione psicotica del suo credo: compiacere in ogni azione il grande padre, comportarsi alla luce dei suoi precetti trasformandoli nella propria ragione di vita, che diviene mostruosamente prioritaria rispetto a qualsiasi altra cosa. Per lei, membro del Pcus dal 1933 e veterana di guerra, Stalin rappresenta un’entità divina che incarna l’idea, ma che autoreferenzialmente la trascende.
Questa ossessione e l’impossibilità di adeguarsi alla nuova linea di partito la porta a intessere un rapporto privilegiato con una statua di Stalin, eretta solo pochi anni prima al centro di Dolgov. Ai suoi occhi la scultura sembra animarsi e Aglaja, che scorge il suo idolo d’un tratto ingobbito e triste, denigrato persino dai piccioni, si eleva a unica depositaria della sua eredità infangata. Espulsa dal partito perché contraria a riconoscere gli errori staliniani, Aglaja porta avanti la sua missione da sola, fino a farsi trasportare a casa sua il convitato di pietra, per salvarlo dalla discarica. Nonostante il consueto scorrere della vita a Dolgov, tra piccolezze e infamie che si perpetuano anche sullo sfondo del nuovo clima di disgelo, la scomparsa della statua e il suo trasferimento nell’appartamento della Revkina suscitano le voci più strane: come il Mednyj vsadnik [Cavaliere di bronzo] puškiniano, il monumento di Stalin prende vita e inizia a far visita agli abitanti della città, tanto da divenire una presenza costante nell’immaginario del luogo, così satiricamente reale da poter dire che “è un fatto storico e inconfutabile che per molti anni dopo la sua morte, lo spirito di Stalin abbia aleggiato sulla provincia di Dolgov, su tutto il territorio dell’Unione Sovietica e su spazi ancora più vasti”.
Questa antropomorfizzazione della statua giunge all’apice tra le mura domestiche di Aglaja: Stalin sarà l’unico “uomo” a donarle un orgasmo, l’unico in grado di sciogliere una donna raggelata e contratta per la sterilità affettiva e per il rigore ideologico della sua vita. Nonostante questo e altri sprazzi di vitalità, Aglaja è tuttavia sola a remare contro la vorticosa corrente della storia. Quest’isolamento, dettato da una coerenza coriacea a confronto con un mondo intento sopra ogni altra cosa a non contrariare i superiori, porta la veterana a perdere il contatto con la realtà, a sprofondare in una sorta di sonnambulismo etilico che dura vent’anni, che procede di pari passo con il degrado dell’Unione sovietica, dal disgelo alla stagnazione, dal crollo al golpe, dai neocomunisti ai nuovi russi.
La grandezza di questo affresco tragicomico, che riconferma Vojnovič come uno dei più significativi autori russi contemporanei, sta nella capacità di produrre una satira spontanea, che sembra fluire da sola dalla realtà sovietica, senza forzature o cacce alle streghe. Vojnovič non demonizza nessuno se non il genere umano nella sua interezza e i suoi personaggi, infatti, pur nella loro meschinità, sono profondamente umani, vivi e reali. Questa “umanità”, anche nei confronti di chi si critica, permette all’autore di estendere la sua riflessione su un piano più ampio, che trascende l’epoca staliniana per investire la natura stessa degli uomini, “che si faranno di nuovo accecare, e non una volta soltanto, da false dottrine e cederanno alla tentazione di conferire a qualcuno dei tratti sovrumani, lo glorificheranno, lo innalzeranno su un piedistallo, per poi abbatterlo di nuovo”. Da questa visione scaturiscono anche le riflessioni attuali sugli aspetti più inquietanti della realtà postsovietica, che Vojnovič, per bocca del saggio ammiraglio, definisce epoca del “Terrore senza confini”, alludendo alla venuta di un nuovo tiranno, tratteggiato a tinte fosche ma angosciosamente rispondenti a quella che è la situazione politica odierna in Russia.

 
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