V. Majakovskij
America
progetto e traduzione di F. Lepre e S. Trocini, Voland, Roma 2004
(Recensione di Giulia Bottero)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 240-241
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Prosa e poesia duettano trionfali in questa raccolta – seconda edizione per i tipi Voland – in cui il testo La mia scoperta dell’America, pubblicato nel 1926 dal Gosizdat, viene affiancato dal ciclo poetico Versi sull’America, inserito da Majakovskij stesso nel quinto tomo delle sue Opere (1927). La prima edizione del 1997 disponeva più futuristicamente le due voci narranti in simmetria, ottenendo una sorta di “testo a fronte”: poesia versus prosa o viceversa. Oggi la scelta editoriale cade su una strutturazione più tradizionale: prima il testo e poi i versi, perdendo forse un po’ dello spirito autentico degli anni Venti, ma andando sicuramente incontro al lettore, che può intraprendere il suo viaggio senza scomodi salti di pagina e che soprattutto approda alla concentrazione poetica con molti più strumenti per districarsi nelle sue fitte trame.
Majakovskij parte da Mosca nel maggio del 1925 diretto a Parigi, poiché non sa ancora se otterrà il visto americano. Dalla Francia si imbarca sulla nave Espagne, che dopo due brevi soste in Spagna e a Cuba, attraccherà a luglio al porto di Veracruz in Messico. Qui, in attesa del sospirato visto, Majakovskij entra in contatto con la realtà politica e culturale del luogo. Finalmente il 27 luglio riesce a passare la frontiera a Laredo, e si ferma negli Stati uniti per tre mesi.
La prosa che racconta le impressioni di questo viaggio si fonda sulla contingenza dello spostamento nello spazio: nasce e muore sull’Oceano. E questo perché l’adesione esperienziale agli avvenimenti, alle persone, agli oggetti, non è dettata tanto dalla volontà di costruire un minuzioso e fedele diario di bordo, quanto da quella concretezza majakovskiana che fa nascere la poesia dal dettaglio trascurabile, dalla situazione prosaica, semplice: “viaggiare mi è necessario. Il contatto con le cose vive per me sostituisce quasi del tutto la lettura. Il viaggio cattura il lettore di oggi. Invece di invenzioni interessanti su cose noiose, invece di immagini e metafore, cose interessanti di per sé”. In una baldanzosa raffica di parole e immagini che ci descrivono le “cose vive”, procediamo verso la scoperta del Nuovo Mondo gradualmente, seguendo le tappe che il nostro cicerone ci detta: piccoli paragrafi – "La nave Espagne", "Messico", "New York", "America", "Chicago" – sequenze cinematografiche in cui prende forma il racconto esotico di un “mondo del tutto nuovo”. Il Messico, che Majakovskij tratteggia a tinte forti e un po’ naïf da terra selvaggia di cowboys e pellerossa, diviene luogo di incontro tra una realtà arretrata, degradata e l’immaginario fantastico del poeta bambino che giocava agli indiani. Nel varcare la frontiera con gli States, riuscendo infine a penetrare tra le maglie strette di burocrazie e controlli doganali, Majakovskij decostruisce il viaggio della speranza, si fa emigrante per svelarne l’illusione, per andare alla scoperta dell’America più vera, più crudele. Ciò nonostante, la sua tensione verso New York, cuore pulsante degli Usa, è fortissima, e l’impatto con la città – miracolo accatastato di ingegneria – è un misto di stupore, meraviglia, incredulità. Quest’ambiguità, che oscilla rapida tra riprova ed esaltazione, rimane invariata in ogni brano e verso che Majakovskij scrive su New York e sull’America. Così la descrizione meticolosa del subway, degli ascensori, dei grattacieli sembra uscita da un romanzo utopico-fantascientifico sul futuro: linee rapide che divorano verste, ascensori che ti proiettano dove vuoi tu, lo spettacolo esaltante del grande esercito del lavoro che la mattina occupa la città, macchine crepitanti... E solo poche righe dopo “è inutile cercare a New York quella organizzazione, rapidità e imperturbabilità da caricatura così celebrate nei libri”. In questo caso la disorganizzazione, il vagare per le strade della folla gli rende più vicino e umano questo mondo così frenetico, che tuttavia esercita su di lui un fascino irresistibile. Ma agli occhi di Majakovskij, al di là di ogni innovazione, conquista tecnica, stranezza, a grande protagonista dello scenario newyorkese si erge la Luce elettrica. Tutto si veste di luce e Broadway, che è il fulcro di questa voluttà luminosa, è la sua strada prediletta: “essa risplende come di giorno sullo sfondo della notte. Luce dai fanali di illuminazione, luce dalle lampadine che si rincorrono nelle insegne, luce dai riverberi delle vetrine e delle finestre dei negozi mai chiusi, luce dai fari che illuminano gli enormi cartelloni impiastricciati, luce dalle porte dei cinematografi e dei teatri ogni qual volta si aprono, luce dalle automobili sfreccianti e dalla sopraelevata che balugina sotto ai tuoi piedi dalle aperture vetrate sull’asfalto, luce dai treni sotterranei, luce dalle scritte pubblicitarie nel cielo. Luce, luce, luce”. Il paradigma dell’elettricità riveste in Russia in quegli anni un ruolo dirompente: la campagna per l’elettrificazione viene lanciata da Lenin nel 1920 e l’introduzione della luce elettrica nelle isbe, la sua moltiplicazione nelle città diviene il simbolo del futuro realizzato, del progresso inarrestabile che lo sconvolgimento apocalittico della rivoluzione ha innescato. Majakovskij rimane estasiato di fronte a quest’orgia di luce, a questo prodigio di futuro a portata di mano. Tuttavia il suo sguardo sulle cose è sempre acuto, pronto a cogliere la verità meno evidente, e anche di fronte a tanto progresso Majakovskij sottolinea ironicamente l’ambiguità della borghesia americana di fronte alla tecnica: “i più ricchi mangiano nella semioscurità poiché preferiscono le candele alla luce elettrica. Queste candele mi fanno ridere. L’elettricità appartiene tutta alla borghesia e questa mangia alla luce dei moccoli. Essa ha una paura inconscia della sua elettricità. È rimasta turbata da questa magia, che evoca spiriti e non sa dominarli. L’atteggiamento della maggioranza è lo stesso anche verso le altre realizzazioni tecniche”. Da qui scaturisce un’analisi profonda e spietata della società americana, capace di grandi ipocrisie, di grandi contraddizioni, e sullo sfondo di questioni cruciali – l’imperialismo americano, la disoccupazione, i conflitti interetnici, il ruolo dell’industria vero e unico motore nella vita del paese – Majakovskij inizia a incrinare la perfezione della tecnica, a mostrarne il volto più disumano. Così dalle considerazioni su un paese che non ha storia, che nonostante i suoi ritmi e la sua grandiosità ha tutto il sapore della precarietà poiché è un cantiere perpetuo, si staglia il contorno di una realtà rapace, serializzata. Nel racconto finale del pellegrinaggio compiuto verso i grandi centri industriali, come Chicago e Detroit, Majakovskij getta sul piatto del suo racconto il lato oscuro di queste città delle macchine, del miracolo del fordismo “illuminato”: l’annullamento totale dell’operaio che viene ridotto ad automa. Sulla via del ritorno, traballando sopra l’oceano, Majakovskij tira le somme delle sue impressioni americane e propone il suo progetto: la riscoperta dell’America. L’appropriazione della sua tecnica che ha già realizzato la fase iniziale del futuro: “il futurismo della nuda tecnica, dell’impressionismo superficiale del fumo e dei cavi, che ha il grande compito di rivoluzionare la psiche rappresa e adiposa delle campagne, questo futurismo primordiale si è definitivamente affermato in America”. Ciò che vorrebbe allora Majakovskij, quello che secondo lui è il compito dell’arte di sinistra, è il superamento di una vuota esaltazione della tecnica per una sua umanizzazione, per “il suo assoggettamento in nome degli interessi dell’umanità”. In questa proposta è racchiusa tutta la maturazione del poeta, il superamento di un gradasso strombazzare sull’“aspetto esteriore della tecnica” in favore di una fruizione del futuro più discreta e funzionale, più attenta alle piccolezze dell’uomo. Anche nei versi Majakovskij propone questa seconda scoperta dell’America, freme di indignazione per le sue ingiustizie, per i suoi moralismi filistei, ma tra un lazzo buffonesco, una sparata irriverente – a suo agio nell’elemento che gli è congeniale – parla molto più di sé di quanto non abbia fatto nella prosa, si afferma poeta-scapestrato-orgoglioso, si difende e soprattutto difende il ruolo della poesia invocandone un riconoscimento ufficiale, chiedendo direttamente a Stalin che le venga riservata una nicchia nella società, tra i resoconti sulla produzione e i comitati di fabbrica... è ben noto come questa richiesta verrà disattesa con l’ascesa di Stalin al potere.
Al di là della pregnanza letteraria di America, importante sia nel panorama dell’opera majakovskiana che nel contesto sovietico di quegli anni – in quanto coacervo di questioni così cruciali e figlie della temperie dell’epoca – il valore del testo è insito nel suo portato civile e politico: a ottant’anni di distanza, in un momento in cui gli Stati uniti rivestono un ruolo così schiacciante nella scacchiera della geopolitica mondiale, una testimonianza, una riflessione tanto acuta e profonda sulla società americana ci stupisce per la sua inquietante attualità.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli