I. Ulanovskaja
Viaggio a Kašgar e altre storie
traduzione di P. Galvagni, Manni editore, Lecce 2003
(Recensione di Giulia Bottero)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 303-304
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Il libro raccoglie nove brevi racconti di Izabella Ulanovskaja, scrittrice nata negli Urali, ma di adozione leningradese. Nella prima metà degli anni Sessanta è membro del circolo letterario Derzanie, nel decennio successivo si avvicina agli ambienti del samizdat, collega scimmiesca di V. Krivulin, L. Švarc e B. Ostanin. La prima pubblicazione “ufficiale” avviene solo nel 1985, dopo un esordio nelle riviste del samizdat e in quelle dell’emigrazione.
L’esotismo evocato già dal titolo – Kašgar è una città della Cina occidentale, prima Turkestan – segna e lambisce i luoghi che l’autrice ci fa visitare nelle tre unità tematiche di questa esile antologia. La prima parte, che dà il titolo all’intera raccolta, è la ricostruzione della vita e della morte di una traduttrice militare sovietica, Tat’jana Levina, che durante la seconda guerra mondiale viene mandata in missione a Kašgar e infine fatta prigioniera e uccisa dai partigiani antisovietici. La seconda parte, Il tappeto, ruota attorno ai racconti di pastori e cacciatori di una sperduta provincia russa, raccolti da un io narrante giornalista dall’identità incerta e fluttuante. L’ultimo racconto, La personale immodestia del pavone, è una riflessione dell’autrice sulla propria generazione e sulla fine di un’epoca, in cui però l’alterità dell’oriente è ancora presente grazie ad uno sguardo che è sempre rivolto ai luoghi natali, al mondo dei boschi, della caccia e dei lupi. Quest’unità, l’essenza e la motivazione di una prospettiva esotica, centrifuga e volutamente contrapposta ad una poetica del centro, si riesce a cogliere tuttavia solo leggendo l’ultimo racconto, poiché l’iter che l’autrice ci propone è molto arduo. Ci ritroviamo a percorre mondi e logiche a noi ignoti che la scrittrice dà per scontati, in una continua intermittenza di personaggi, di luoghi, di voci narranti, di veglia e di sogno. Questo “dada” casalingo – si passa dalla botanica ai banchi si scuola, dal pascolo alle domeniche sovietiche, da una descrizione naturalistica alla reminiscenza del passato – trova spiegazione solo alla fine, quando la Ulanovskaja rivendica la sua heimat orientale e periferica come base della propria concezione poetica, permettendoci di ripensare con maggiore chiarezza le pagine precedenti.
L’introduzione al primo racconto, nonostante la frammentarietà, svela due aspetti che ricorreranno con frequenza in tutto il libro: da un lato, l’io narrante si lancia in una disquisizione sulla speculazione metaletteraria come menzogna e sul ruolo dei “commentatori” e degli autori. La funzione dello scrittore slitta verso quella del semplice cronista. La Ulanovskaja assume questa veste e in ogni racconto si fa cronista di una differente storia, mantenendo la prospettiva “minore” di chi cerca solo di ricostruire una trama: nella prima parte narra della Levina, nella seconda dei pastori e cacciatori di provincia che intervista, mentre nella terza di se stessa. Quasi secondo un topos modestiae medievale il “cronista” ribadisce la propria nullità rispetto al valore della materia che deve trattare: “siamo tutti poveri impostori… cosa è richiesto a un povero cronista impostore? Un po’ di zelo e sveltezza – bisogna comunque affrettarsi e tentare di rendere tutto ciò che si sa sui fatti, il più esattamente possibile, non dico meglio – qui ha inizio la sfera delle fioriture superflue”.
Il secondo aspetto significativo è infatti quello delle “fioriture superflue”, poiché il mondo vegetale è il referente primario nell’immaginario della scrittrice. Piante e fiori ricorrono inevitabilmente a marcare i momenti pregnanti del testo. L’immagine vegetale diventa un passe-partout per la Ulanovskaja, tramite il quale riesce – con una certa monotonia e ossessività – a metaforizzare qualsiasi aspetto significativo o a lei caro dell’esistenza. La scrittura: lo scrittore è come un audace orticoltore che tenta la coltivazione dei pomodori al nord; la degenerazione dell’epoca sovietica, che sembra rigogliosa e serena, ma che in realtà appassisce “come margherite inselvatichite”; la menzogna del potere: i mandarini sovietici, insapori rispetto al loro corrispettivo mediterraneo e capitalista, ma ciononostante amati, sono il simbolo di come sia possibile “vivere accontentandosi di una misera e pallida parvenza di vita e non sospettare che possa esisterne un’altra”. Infine anche la “resistenza della cultura”, per cui la generazione dell’autrice viene paragonata alle margheritine piantate nella tenuta di Nabokov, sbiadite, avvizzite, ma non piegate dal tempo e dagli eventi.
Questa insistenza sulle immagini vegetali si inscrive in realtà in una più ampia poetica di apologia ed esaltazione del mondo della natura nella sua interezza. La Ulanovskaja si fa cantrice non solo delle piante, ma anche degli animali che popolano le remote province russe (galli cedroni, lupi e pecore diventano protagonisti indiscussi ne Il tappeto). Questo canto assume significato, al di là della vena elegiaca, poiché è per la scrittrice una forma di resistenza, una voce levata contro un generico mondo del potere, una presa di posizione all’interno di un conflitto – sentito e presente in ogni racconto – tra natura e civiltà. Il suo schierarsi all’interno di questa scacchiera di buoni e cattivi appare tuttavia al lettore piuttosto perentorio, così come dogmatico è il binomio dei i due mondi in lotta che ci viene presentato. L’esaltazione della natura, la difesa della parte “periferica”, dell’arcaicità di una vita passata tra boschi e villaggi innesca per contrasto una riflessione sulle forme del potere sovietico. L’opposizione a un potere accentratore ma ramificato, a una geografia di spazi chiusi, eterodiretti e angusti prende forma attraverso l’esplorazione degli spazi aperti delle province dell’Impero, attraverso un recupero di quella dimensione domestica che la Ulanovksaja identifica con un’autenticità ed una verità costrette all’oblio dalla civiltà dei più forti. Proprio la riabilitazione di questo spazio domestico diviene un’arma contro la falsità del potere: “un’altra scoperta nella sfera della geografia imperiale. Si è chiarito che quando a mezzogiorno echeggia alla radio il rintocco della torre del Cremlino e lo speaker annuncia solennemente: «a Mosca sono le dodici!» è una menzogna. Non è l’ora vera. Montiamo la classica meridiana, per scoprire quando giunge il mezzogiorno autentico, e non quello imperiale. Ecco, conficchiamo un rametto nella sabbia, osserviamo come si sposta l’ombra, e aspettiamo che diventi cortissima. E così in tutto. Anche il celebre samizdat proviene dallo stesso ambito di attività domestica”. Prendendo le parti di un mondo minoritario e casalingo, assumendo il punto di vista ingenuo e straniato dei bambini, delle piante o degli animali, la Ulanovskaja dà voce ad una forte pulsione conflittuale: la sua è una scrittura in lotta, che si compone e che si muove tra scontri ideali e assoluti, il centro e la periferia, l’uomo e la donna, la natura e la tecnologia. In questa perenne querelle si inserisce anche la poetica della caccia e dell’impresa: “scrivere racconti e andare a caccia ecco la vita”, ci dice la Ulanovskaja mentre narra i lunghi inverni della sua infanzia, l’amore per il Nord e per le battute di caccia in compagnia di un cane o tutt’al più di qualche solitario boscaiolo. L’esaltazione per la componente primitiva, “la gioia strana e furiosa” del mangiare la preda, che la scrittrice rivendica tirando in causa anche retaggi letterari – Bunin, Aksakov, Melville – fa ancora parte di quella contrapposizione rousseauviana tra natura e civiltà che sembra costituire il punto nodale della sua weltanschauung. La scrittura, che in questa scissione manichea rientra nella metà buona e autentica della vita come la caccia e il pascolo, viene intesa allora come atto istintivo, come fatica, come contatto con la parte animalesca e semplice dell’individuo. La “difficoltà” che la Ulanovskaja vorrebbe poetizzare si infiltra però nella sua pratica letteraria, impregna le sue pagine e dà vita ad un aggregato di parole e immagini poco unitario, in cui l’intermittenza semantica e stilistica, per quanto ricercata come artificio, diviene un farraginoso procedere scrittorio.
L’unica scintilla di originalità è forse la riflessione sul potere e sul quotidiano di un’Unione Sovietica bellica e post-bellica, radiofonica e domenicale, che scaturisce proprio dal contatto con il mondo lontano delle province, con l’alterità di un côté domestico della vita che sembra l’unica forma possibile di autonomia e resistenza.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli