O. Mandel’štam
Il programma del pane
a cura di L. Tosi, Città Aperta Edizioni, Troina (En) 2004
(Recensione di Milly Berrone)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 288-289
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Quel che si dice il libro che avrei voluto scrivere... Io ne sono invece solo il recensore, mentre la curatrice del volume, apparso nella primavera del 2004 presso una piccola casa editrice siciliana, è Lia Tosi, allieva di Angelo Maria Ripellino, insegnante di russo nelle scuole superiori e autrice di romanzi e racconti. Con questo volume Lia Tosi presenta al lettore una vera e propria antologia ragionata dell’opera, in prosa e in poesia, di Osip Mandel’štam, ottimamente tradotta e organizzata.
Le scelte operate dalla curatrice partono dal fondamentale assunto che la supposta estraneità di Mandel’štam alla sua contemporaneità sociale e politica – la Rivoluzione bolscevica e l’instaurazione del potere sovietico – sia semplicemente il frutto della campagna di denigrazione che lo condurrà al confino e quindi alla deportazione: l’opera di Mandel’štam sarebbe invece profondamente legata al suo tempo, trarrebbe fondamentalmente ispirazione dalla forte passione civile che la caratterizza nella sua interezza e che, come sottolinea la Tosi, permetteva a Josif Brodskij di ritenere Mandel’štam un personaggio intollerabile per qualsiasi sistema politico. Tale assunto si concretizza pertanto nella metafora del grano-pane che attraversa tutti i testi presenti nell’antologia, a partire da quella Pšenica čelovečeskaja [Frumento umano] con cui essa si apre, testo a lungo trascurato e riscoperto soltanto a partire dai primi anni Ottanta. Prendendo spunto dalle riflessioni di autorevoli studiosi dell’opera di Mandel’štam, come Segal e Toddes, la Tosi sceglie di seguire lo sviluppo di tale complesso metaforico attraverso una serie di opere in cui gli uomini, per riprendere le parole utilizzate nella quarta di copertina, sono “come chicchi di grano rinchiusi in un sacco dopo le devastazioni delle guerre, in esistenze che separate non danno pane, non fanno società: ma possono recuperare la vocazione a lievitare in insiemi, in popoli, purché lievito nel processo di rigenerazione sia la poesia, la cultura, la parola. E purché stesso lievito sia fermento in un’economia chiamata a restaurare il devastato universo in ‘focolare’ globale, casa calda di tutti, dove sia fatto divieto di ‘atterrire e straziare’”. Se accettiamo dunque quanto scritto dallo stesso Mandel’štam in Parola e cultura a proposito dell’ideale poeta sintetico della modernità, in cui “cantano idee, sistemi scientifici, teorie sullo Stato precisamente come nei suoi predecessori cantavano usignoli e rose”, non possiamo non concordare pienamente con l’ipotesi proposta dalla Tosi.
Il volume si apre dunque con una prefazione in cui la curatrice espone con chiarezza la sua tesi per poi proseguire con la traduzione dei testi presi in considerazione. Si tratta nell’ordine di quattro testi in prosa (“Frumento umano”, 1922; “Parola e cultura”, 1921; “Sulla natura della parola”, 1922; “Umanesimo e tempo contemporaneo”, 1923) e di otto testi poetici (“Ecco il tabernacolo”, 1914; “Quando cresce lievitata la pasta dei pani”, 1922; “Serraglio”, 1916; “Ma il cielo è incinto di futuro”, 1923; “Il vento a noi consolazione portò”, 1922; “Come un corpicino piccolo”, 1923; “Ode a Stalin”, 1937; “Versi sul soldato ignoto”, 1937), a ognuno dei quali fa seguito un ampio commento, in cui si citano esplicitamente i più significativi riferimenti critici, e un articolato e puntuale sistema di note esplicative.
A partire dall’“Ode a Stalin” e dai “Versi sul soldato ignoto” le traduzioni cedono tuttavia il passo dapprima alle riflessioni della curatrice, che inserisce questi due testi all’interno di un breve saggio di commento, e quindi a una lunga postfazione, che porta lo stesso titolo dell’intero volume, in cui viene discussa e argomentata con acume e attenzione la tesi che, esposta nella prefazione, costituisce il perno introno a cui ruota l’intera antologia. Un particolare cenno merita inoltre il successivo breve intervento della curatrice a proposito dell’“Ode a Stalin”, qui presentata per la prima volta in traduzione italiana, opera spesso omessa anche nelle edizioni in lingua russa dell’opera di Mandel’štam a causa dell’opinione espressa da Nadežda Mandel’štam nelle sue memorie, secondo cui l’ode sarebbe stata una sorta di autoimposizione meccanica con cui il poeta perseguitato avrebbe tentato di guadagnarsi in extremis i favori del potere: la curatrice, in accordo con altri ricercatori, reagisce invece inserendo l’ode nel contesto della contemporanea produzione di Mandel’štam e gettando una nuova luce su un’opera tanto controversa. Il volume si conclude quindi con una nota biografica, sintetica ma completa, e con una bibliografia ricca e aggiornata.
Nel complesso il volumetto si presenta dunque come una lettura estremamente stimolante non solo per gli specialisti, ma anche per chi voglia accostarsi per la prima volta all’opera di uno dei maggiori poeti del primo Novecento russo. La scelta di organizzare coerentemente i testi intorno a uno spunto critico ben determinato costituisce d’altra parte un valore aggiunto che fa di questa silloge ragionata un prezioso contributo in lingua italiana alla conoscenza e diffusione dell’opera di Mandel’štam.

 
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