Venedikt Erofeev
Tra Mosca e Petuški
traduzione e cura di Mario Caramitti, Fanucci, Roma 2003
(Recensione di Stefano Bartoni)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 190-191
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Siete mai stati alla stazione Kursk di Mosca? Oppure avete mai provato la fetida esaltazione di un viaggio, lungo o breve che sia stato, su un vagone di una električka? Avete mai avuto occasione di parlare con gli angeli (in questo caso sarebbe interessante conoscere che cosa vi siete detti)? E di Petuški, cosa mi dite di Petuški? Sì, sì, proprio quel posto dove gli uccelli non smettono di cantare né di giorno né di notte! Non ne sapete niente? Allora è proprio il caso di leggervi questo libriccino, un centinaio di pagine che scendono giù come un bicchiere di buona vodka.
Oddio, non che in queste pagine ce ne sia molta di buona vodka. Anzi, quasi per nulla. Ce n'è di tutti i tipi, per tutti i palati, ma di buona, ahimè, non ce n'è. "Sovetskoe kačestvo'', si diceva una volta. E "sovetskoe kačestvo'', c'è da scommetterci, si diceva anche nell'autunno del 1969, epoca di composizione del manoscritto. Sulla Luna erano arrivati gli americani, e non i sovietici. Il "socialismo dal volto umano'' era stato cancellato dalla faccia della terra. L'URSS era sulla soglia del ventennio più amorfo della sua storia, l'odioso "zastoj'' brežneviano. Correva pure voce di una riabilitazione di Stalin, ma nel complesso tutto andava per il meglio, il socialismo era trionfante e il sol dell'avvenir stava lì lì per sorgere.
Ma torniamo alla vodka. D'altronde il titolo della prima traduzione italiana, datata 1977, dava proprio a questo inarrivabile prodotto del genio russo il ruolo di prima donna: Mosca sulla vodka, suonava proprio così, se la memoria, annebbiata dall'alcool, non mi inganna. Ci permettiamo di preferire il titolo di questa nuova traduzione, sia perché più fedele al titolo originale, sia perché ridimensiona il ruolo della vodka nel romanzo, un ruolo troppo spesso enfatizzato da critiche e letture (o letture critiche, fate un po' voi) superficiali. Ci tengo a sottolineare che l'uso della prima persona plurale non è dettato da delirio di onnipotenza, ma semplicemente dal fatto che sono stati gli angeli a suggerirmi questa osservazione.
Il mio ruolo mi obbliga a essere recensore severo e non mi esimerò dall'esserlo, anche se una genetica timidezza mi frena. Butto giù un altro bicchierino di vodka e passa la paura: non mi abituerò mai a questo cannibalismo della traduzione, che pretende di rendere "proprio'' tutto ciò che "proprio'' non lo è. Come piangono le mie orecchie quando il mio occhio legge "Circonvallazione dei Giardini''! Gli angeli già mi gridano in coro che "Sadovoe Kol'co'' sarebbe risultato incomprensibile al lettore italiano... giusto, giustissimo. Eppure non riesco ad adeguarmi a questo. Obbedisco, ma non capisco.
Quisquilie, comunque. "Pustjaki''. La traduzione è assolutamente adeguata all'originale, anche gli angeli sono rimasti soddisfatti. E siamo soprattutto soddisfatti perché qualcuno si prende ancora la briga di pubblicare della letteratura russa ``contemporanea'', al di fuori degli ormai inflazionati mostri sacri e delle mode passeggere dettate da chissà quale intuizione metafisica (Denežkina docet, aspettiamo presto la traduzione delle sue "geniali'' epigone letterarie). Dispiace solo che ogni tanto ci si abbandoni ad affermazioni che ci fanno dubitare dell'intelligenza di chi le ha scritte: quella definizione di Venedikt Erofeev come ``uno dei pochi grandi geni del secondo Novecento russo'', che abbellisce la terza di copertina, non mi fa dormire la notte. Gli angeli vorrebbero sapere chi altro sia stato inserito nella business-class dei "grandi geni''; io, più umilmente, mi permetto di far notare che di figure letterarie dello stesso livello di Erofeev (Venedikt) ce ne sono, e come, nel secondo Novecento russo. Semplicemente, qui da noi, nessuno le conosce.
Pardon. Mi sono lasciato un po' prendere la mano, forse. Sarà stato questo ultimo bicchiere di vodka, forse. Non vi arrabbiate, anzi, brindate insieme a me. Sì, anche la vodka della Kuban' può andare bene! Persino la birra di Žiguli. può fare al caso nostro! Ma sì, anche un bel cocktail "Trippa di cane'' non lo si nega mica a nessuno! Tutto è concesso! L'importante è bere, bere a non finire, bere fino a svenire, bere fino a vomitarsi l'anima. Insomma, bere. Per dimenticare.

 
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