Pagina Zero. Letterature di frontiera
2004, 5 [Fascicolo monografico dedicato all’esilio];
Pagina Zero. Letterature di frontiera
2005, 6 [Fascicolo monografico dedicato agli scrittori migranti]
(Recensione di Alessandra Andolfo)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 518-520
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Pagina Zero è stata fondata nell’ottobre del 2002 in quella terra bellissima che è il Friuli, inizialmente come rivista elettronica (www.rivistapaginazero.net), poi il suo cammino di diffusione è proseguito, a partire dall’aprile del 2003, in versione cartacea. Forse anche il fattore ambientale ha inciso sulla vocazione “di frontiera” del quadrimestrale, dato che il Friuli è esso stesso zona di confine, con una sua propria letteratura di frontiera. Il giovane direttore, Mauro Daltin (1976), collabora con le pagine culturali del settimanale udinese Il nuovo Fvg, con il Touring club italiano, con alcune case editrici e scrive, oltre ad articoli, anche racconti. La nutrita redazione vanta, tra gli altri, i nomi di Predrag Matvejević e di Melita Richter Malabotto. Nonostante le dimensioni contenute della pubblicazione (articolata in cinque sezioni, “Editoriale”, “Saggi”, “Forum”, “Interviste”, “Poesia”), le sue, a quanto pare, indeclinabili sessantaquattro pagine (che sia un’indicazione programmatica?), offrono un gran numero di contributi di qualità, spesso firmati dalle voci più note della letteratura contemporanea di area balcanica e non. La rivista si rivolge infatti a tutte le letterature di frontiera, benché nei numeri 5 e 6 l’attenzione si focalizzi quasi interamente sui Balcani.
Il quinto numero della rivista,, dedicato al tema dell’esilio, si apre infatti con un vibrante omaggio al ponte di Mostar, finalmente riconsegnato, il 23 luglio 2005, a dodici anni dalla sua barbara distruzione, alla popolazione bosniaca e al mondo. Al Novo stari most [il Nuovo vecchio ponte], così oggi si chiama quello che è rimasto uno dei simboli più indelebili nella memoria collettiva del conflitto nell’ex Jugoslavia, sono dedicati l’editoriale di Mauro Daltin e il saggio della sociologa Melita Richter Malabotto, ma di riferimenti e richiami a ponti è disseminata tutta la rivista, nelle eloquenti e dolenti immagini in bianco e nero che la attraversano e nei versi che la accompagnano; in forma di citazione o di suggestione; ponti nella storia, nella letteratura, ponti come luogo del ricordo, collante per l’anima di chi è costretto o ha scelto di vivere tra due sponde, due paesi, due culture, due lingue. Ponti come metafora esistenziale, e diventa pressoché impossibile nello scorrere queste pagine, non ricordare il breve racconto del 1963 che Ivo Andrić dedicò a I ponti, questi testimoni muti di “tutto ciò che questa nostra vita esprime” (dalla traduzione di D. Badnjević Orazi, 1995), “poiché tutto è passaggio”, la tensione verso l’altra parte, altrove o altro che sia, la speranza che essi possano ancora essere percepiti “come eterno e mai soddisfatto desiderio dell’uomo di collegare, pacificare e unire insieme tutto ciò che appare davanti al nostro spirito, perché non ci siano divisioni, contrasti, distacchi…”.
Nei “Saggi”, Predrag Matvejević, con il suo “I Balcani”, ci offre una sintesi critica e altresì partecipe della realtà di un territorio in cui le contraddizioni sono indissolubilmente legate a esso, il primo fattore di cui bisogna tenere conto prima di affrontare qualsiasi sforzo interpretativo. Il “Forum”, che prende avvio proprio con questo numero, qui curato da Angelo Floramo, con i contributi di Predrag Finci (“Il Blues dei Rifugiati”) e Giacomo Scotti (“Nuovi ponti oltre le nere barricate”), ci parla di esilio e Jugoslavia, del sogno di un’idea e del valore della parola, attraverso una sorta di “rapsodia balkanica” (dal titolo dell’introduzione di Floramo a p. 21), che stimola immediatamente la riflessione (e la discussione), esordendo con le parole “si dice che il secolo breve sia iniziato a Sarajevo, nel 1914, con un attentato, e sia finito a Belgrado, nel 1999, con un bombardamento. Nel mezzo c’è tutto il Novecento” (p. 21).
Tre le “Interviste” c’è una curiosa “autointervista” del ricercatore e poeta sloveno Aleš Debeljak che propone una meditazione sulla Slovenia e l’Europa, e, pur esecrando il nazionalismo, insiste sulla difesa delle specificità.
Angelo Floramo dialoga poi con lo scrittore Goran Petrović, una delle figure di punta nel panorama della nuova letteratura serba, partendo da 69 cassetti, il primo romanzo di Petrović a essere stato tradotto in italiano (si veda la recensione su eSamizdat, 2004, 2, pp. 294-295), per sviluppare poi una serie di considerazioni su Belgrado e la Serbia (che lo scrittore paragona a una ghiandola, “apparentemente poco importante, ma certamente non è una parte del corpo che potrebbe venire amputata senza sopportarne conseguenze”, p. 48) e sull’“anomalia balcanica” (p. 48), condizione legata all’incapacità di avere un presente, appannaggio invece di un passato mitico e mitizzato (e del futuro).
Con l’intervista condotta da Mauro Daltin a Moni Ovadia, “L’esaltazione dell’esilio” (p. 49), riappare la tematica centrale dell’esilio, ma in una prospettiva ancora diversa. Ovadia, partendo dal Levitico, dove si specifica che “la terra è del Signore, non dell’uomo”, giunge a considerare l’esilio “un dono, non una punizione”, naturale condizione dell’essere umano. Nella fragilità degli esiliati vede la possibilità dell’introspezione, della spiritualità; nella mancanza di una terra, nel venir meno del possesso, la chiave contro i localismi e i nazionalismi, la spinta verso la fratellanza e l’universalismo. Interrogato sulla delicata questione della perdita di contatto con la lingua madre, risponde che agli esiliati “non manca la lingua”, la portano con sé, assumendo inoltre come valore aggiunto la lingua del paese di accoglienza, per concludere che ci si può sentire parte di più lingue e culture in quanto “si abita una lingua, non una terra” (p. 50).
Nel fascicolo si discute anche del ruolo degli intellettuali ebraici durante le dittature e rispetto alle ideologie antisemite, della nuova generazione di scrittori, della convivenza fra popoli e di Israele, e si chiude, nell’ultima sezione dedicata alla poesia, con i versi di Moshe Dor (In mancanza di una patria e In questi ultimi tempi gente morta), nella traduzione di Shay Shir e Vittorio Biagini, intervallati dalle memorie del primo viaggio in Israele di Elisa Biagini, poetessa (la sua raccolta più recente è l’Ospite, Torino 2004) e traduttrice dall’inglese, che firma: “Israele di semi e di sabbia. Nel cuore della fine, da dove veniamo” (p. 55).
Il sesto numero della rivista esplora la realtà degli scrittori migranti, per scelta o per necessità (ulteriore sviluppo del tema dell’esilio affrontato nel numero precedente), ponendo l’accento sul rapporto che essi hanno con la lingua d’origine e con quella della cultura di adozione. In questo numero viene privilegiato il dialogo; la sezione più corposa della rivista è infatti quella riservata al forum, questa volta curato da Melita Richter, con gli interventi di Vesna Stanić, Marija Mitrović, Barbara Serdakowski, Mihai Mircea Butcovan, cioè quattro autori provenienti “dall’area che fino a poco tempo fa usava essere denominata l’Est e centro-Europa” (dall’introduzione di M. Richter, p. 23), che vivono da tempo in Italia e che rispondono al quesito posto dalla curatrice, “come si vive la migrazione linguistica?”, offrendo al lettore, senza reticenze, la propria esperienza. Per Barbara Serdakowski, originaria della Polonia, cresciuta in Marocco, emigrata in Canada e attualmente residente a Firenze, il distacco fra lei e una sola lingua è avvenuto tanto precocemente da non credere di “poter riuscire ad avere legami così esclusivi con una sola lingua” (p. 24), tanto è vero che nella sua produzione poetica compresa tra il 1992 e il 2004 le lingue si sono succedute di volta in volta seguendo l’ispirazione del momento, utilizzando ciò che al momento esplicava al meglio il proprio sentire, spesso servendosi di più lingue contemporaneamente (italiano, inglese, francese e polacco). Marija Mitrović invece, nata a Belgrado, professore di letteratura serba e croata presso l’università di Trieste, asserisce di non essere mai riuscita a esprimere in italiano ciò che pensa nella propria lingua, perché “in lingua italiana non dovevo mai esprimere a nessuno i miei sentimenti più intimi; non ho comunicato con dei bambini; non ho nessuno in famiglia con cui dovrei parlare in italiano” (pp. 24-25); il suo italiano “appartiene solo al campo professionale, esterno, ufficiale” (p. 25).
“Cielo, perché non si può di due lingue farne una sola?” (p. 26), si chiede accoratamente Vesna Stanić, nata a Zagabria, da trent’anni in Italia, autrice di racconti brevi e di poesie, che “sente” l’italiano quanto il croato, tanto da aver scelto di scrivere proprio in italiano la sua prima opera narrativa (L’isola di pietra), eppure costretta talvolta a sentirsi straniera nel paese, parafrasando, della lingua sua/non-sua, perché così, nonostante tutto, “gli altri” ancora la vedono.
Infine, Mihai Mircea Butcovan, operatore sociale e scrittore, in Italia, dove si è laureato, dal 1991, testimonia di un percorso in cui i bilanci oscillano tra amarezza e conquista, con la consapevolezza del necessario tributo di perdita che a essa si accompagna. Quanto al rapporto con la scrittura, l’autore afferma che l’esperienza migratoria acuisce il bisogno di scrivere e anche nel suo caso la scelta è ricaduta sull’italiano: “sogno in italiano, spero in italiano, penso in italiano, dunque scrivo in italiano. Da adulto scrivo nella lingua della mia età, comunque nella lingua del presente e di quello che immagino come futuro. Consapevole del mio passato e delle mie emozioni che erau (“erano” in romeno”), sono e saranno” (p. 36).
Nella sezione “Saggi” la scrittrice Erica Johnson Debeljak ci parla della sua vita divisa tra la natia America e la Slovenia, dove ha scelto di vivere per ragioni sentimentali, confrontando la sua esperienza e il suo rapporto con la lingua acquisita, con quella dei suoi bambini bilingui. Barbara Ronca, laureanda con una tesi sul Tema del conflitto balcanico negli scrittori emigrati in Italia dal 1990, ripropone poi l’oggetto della sua ricerca nel bell’articolo “Désir d’exister: gli scrittori migranti dei Balcani” (p. 15).
Angelo Floramo conduce entrambe le interviste che vanno a comporre l’omonima sezione, dando la parola a due scrittori molto apprezzati sia in Italia che all’estero: Natasha Radojčić e Péter Zilahy. La Radojčić (nata a Belgrado nel 1966, da dove è partita nel 1989, attualmente risiede a New York), attraverso le figure di Halid e Sasha, protagonisti dei due romanzi tradotti in italiano, Tornando a casa e Domicilio sconosciuto (entrambi pubblicati da Adelphi), tratteggia i suoi Balcani facendone emergere l’“essenza emozionale” (p. 46), la dualità amore-morte.
L’eclettico Zilahy, ungherese, poeta, pittore, fotografo, documentarista ed editore, ci racconta Ablak-Zsiràf (in Italia tradotto con il titolo L’ultima finestra giraffa), il suo primo libro in prosa, divertente sillabario, definito da Floramo “una specie di baedeker fantastico”, che mescola i ricordi d’infanzia di un autore nato nel 1970 all’epopea balcanica, Jugoslavia compresa, tentando ancora una volta di rispondere all’eterno quesito “che cosa sono i Balcani?”.
La sezione di poesia, che va a chiudere il numero, è dedicata ai versi del compianto poeta di Sarajevo Izet Sarajlić, uno dei maggiori poeti di area balcanica del Novecento, ed è composta da una scelta di undici componimenti che abbracciano un arco temporale compreso tra il 1964 e il 2001, introdotti da un brano di Sinan Gudžević, poeta, traduttore e filologo, amico di Sarajlić (nonché recentemente suo traduttore in italiano), letto dallo stesso autore durante il Festival internazionale di poesia di Sarajevo e che narra di un particolare viaggio in macchina verso Manfredonia intrapreso in compagnia del poeta bosniaco, lasciandoci un inedito, commosso ricordo del grande “signor Senzaterra” (p. 56) e del suo rapporto con l’Italia.

 
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