V. Stanić
L’isola di pietra
prefazione di P. Matvejević, postfazione di M. Lecomte, AIEP editore, San Marino 2000
(Recensione di Alessandra Andolfo)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 515-516
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Un piccolo riquadro in copertina condensa tutto ciò che L’isola di pietra è per Vesna Stanić: la memoria, la nostalgia, gli affetti, ma anche il dolore, la ferita aperta. È un disegno della stessa Stanić che, nata a Zagabria, formatasi come attrice presso l’Accademia teatrale di Belle arti, collaboratrice per la radiotelevisione di Zagabria, autrice di testi di prosa e poesia, di articoli per quotidiani e mensili, trasferitasi a Roma verso la fine degli anni settanta, dove tuttora vive e lavora, in questo suo percorso esistenziale condotto su binari paralleli, non ha mai tralasciato l’interesse per la pittura. Un disegno fatto di bianco e di blu, che ora trascolora nell’azzurro del cielo, ora illividisce nelle nubi all’orizzonte e sull’albero nodoso piegato dal vento, fino a tingersi di nero alle radici, nei contorni dei rami e della pietra bianca del tratto di costa sul quale il fusto si staglia. Sono i colori amati dell’infanzia, del ricordo (“La roccia bianca specchiata nel mare blu cobalto, stranamente è stata sempre la corda alla quale attaccarsi per salvarmi dalla perdita e dallo sradicamento”, Pagina Zero, 2005, 6, p. 33), ma in questi suoi racconti che si annodano come fili uno all’altro andando a costituire, come direbbe Dubravka Ugrešić, il suo personale “museo della memoria”, l’ombra scura gettata sulla “pietra” candida è quella di Goli Otok [Isola Calva], il gulag jugoslavo, come ricorda Predrag Matvejević nella prefazione, dove il padre dell’autrice, combattente della resistenza antifascista e fervente comunista, fu rinchiuso, perché ingiustamente sospettato di essersi schierato con la linea politica dell’Unione sovietica, anziché con quella titina, nel momento di massimo scontro tra Tito e Stalin, e che si concluse con l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform.
L’isola di pietra è la testimonianza di una famiglia come tante, dolorosamente attraversata dalla storia, descritta con gli occhi di una bambina che, con la progressione delle pagine, si fa adulta e con lei il suo sguardo. È il suo Lessico famigliare a rendere straordinari i propri privatissimi eroi: nonno Tassotti, il Grande Nenad, zia Vera, lo zio Sioux, Koko, Eugen, Katica, papà Milan, mamma Franciska, insieme a un variopinto corollario di volti, animali e oggetti che accendono un racconto che si snoda tra gli ultimi echi dell’impero austro-ungarico, la seconda guerra mondiale e l’intensa pagina della resistenza, la nascita della seconda Jugoslavia e il sogno che l’accompagnava, bruscamente interrotto dalla tragica vicenda paterna e definitivamente infranto, nell’ultima pagina del libro, dalle immagini televisive dei carri armati che invadono la Slavonia.
La scrittura impressionista di Vesna Stanić sceglie di comunicarsi nella lingua del paese di adozione, l’italiano. Una scelta difficile, determinata anche dal timore del confronto con la lingua madre, non per ragioni stilistiche, afferma la scrittrice, ma di riflesso, per timore di perdere la lingua che si è scelto tenacemente e appassionatamente di abitare. Si ha però la sensazione che in questa opzione ci sia anche una sorta di delicato pudore, per non cedere del tutto se stessi, per mantenere nell’intimo una parte di segreto, con il suo cuore di suoni antichi.
Una scrittura fatta di odori, sapori e soprattutto colori, e a noi che leggiamo resta l’immagine di un lillà che non c’è più, di arance che rotolano sul letto e sul pavimento, di un maglione azzurro, di una coperta messicana, ricordo di un amore che ha sfidato il tempo e le avversità, simbolo di un’idea di libertà.

 
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