S. Basara
Quel che si dice dei Ciclisti Rosacroce
traduzione di M.R. Leto, Edizioni Anfora, Milano 2005
(Recensione di Alessandra Andolfo)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 509-511
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Cosa accomuna Emile Cioran, Nadia Comaneci, re Aleksandar I Karađorđević, Leonardo da Vinci, Iosif V. Džugašvili, Ilona Staller, Tzvetan Todorov, Carmelo Bene, Nikos Kazantzakis, Cesare Battisti, Silvio Berlusconi e Slobodan Milošević?
Compaiono tutti, e sono solo alcuni, nell’“Elenco segreto dei membri dei Ciclisti Evangelici gruppo Sud-Est”, ovvero, fanno tutti parte della setta dei Ciclisti Evangelici Rosacroce, antichissima confraternita derivante da un’associazione di fabbri di Antiochia, responsabile, a suo tempo, della costruzione della torre di Babele, i cui membri si ritengono essere i legittimi sudditi di Bisanzio e che, come i loro artigiani predecessori, hanno lo scopo ultimo di creare una città totale, una torre rovesciata sotterranea, il Grande manicomio, capace di accogliere venti milioni di malati mentali, dove poter mettere in atto la risoluzione, benedetta dal Gran maestro, di sistematizzare il male, di portarlo al parossismo, di modo che esso, essendo limitato, arrivi a distruggere se stesso; forti dell’insegnamento del Salvatore, essi sono pronti a immergersi senza tema, in ogni luogo e in ogni tempo, nell’assurdo umano e nel maligno, convinti che “affinché Babilonia sia definitivamente distrutta, essa dev’esser prima costruita” (dal “Proclama dei Ciclisti Evangelici Rosacroce Urbi et orbi”, p. 174).
Gli affiliati possono essere indiscriminatamente sia vivi che morti, perché anche da defunti non cessano di portare avanti il proprio compito, anzi, la loro vera attività inizia proprio dopo il trapasso, quando acquisiscono, liberi da categorie spazio-temporali, la capacità di vedere interamente un determinato periodo di tempo nella sua interezza, vale a dire ciò che è stato, è e sarà, contemporaneamente: “prevedono le intenzioni dei soggetti storici, e confrontandole con gli scopi della Provvidenza, trasferiscono sui confratelli temporaneamente vivi il dovere di pianificare ciò che succederà nel passato” (p. 123). Il tutto è possibile perché, a causa dell’atavica impazienza umana, si è verificata un’accelerazione della storia, che alcuni studiosi ritengono sia dell’ordine di circa ventiquattro anni, sette mesi e venti giorni. Ecco dunque spiegato, ad esempio, come sia stato possibile per i Ciclisti Evangelici pianificare l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando ben quattordici anni dopo che il fatto era già avvenuto. I Piccoli Fratelli sono sempre in numero pari, proprio perché a ogni mentore trapassato corrisponde un confratello vivo. Le adunanze avvengono esclusivamente in sogno e all’interno della Grande Cattedrale. La bicicletta, indispensabile medium per il raggiungimento dell’estasi mistica dei Ciclisti, non solo è la sintesi della natura maschile e femminile (quest’ultima riconoscibile, è ovvio, nel modello da donna), ma è la rappresentazione simbolica della spinta verticale verso Dio: vista dall’alto appare come una croce. Inoltre non dà nell’occhio.
Nel 1347 subiscono la loro prima persecuzione e il rogo dell’Inquisizione e nel loro peregrinare attraverso le storie e la storia, si troveranno a dover fronteggiare ogni sorta di agguati, da quelli letterari di Sherlock Holmes, per il quale diventeranno una specie di ossessione, a Sigmund Freud, che cercherà invano di ricondurli entro gli schemi della sua inadeguata indagine psicanalitica, banalizzandoli (mentre Jung citerà l’ordine dei Rosacroce nientemeno che nel suo Wandlungen und Symbole der Libido); ma i più pericolosi saranno gli appartenenti al Traumeinsatz, reparto creato sotto il Terzo Reich, che con le loro incursioni oniriche, riusciranno persino a lesionare la Grande cattedrale. I Ciclisti Evangelici però proseguiranno, e ciò fino ai giorni nostri, con la loro opera di guastatori della storia, volgendo, con interventi impercettibili, il corso degli eventi nella “direzione contraria a quella prefissata dall’alterigia umana” (p. 98).
Attraverso un esilarante pastiche che alterna documenti storici, manoscritti, apocrifi (“e falsi?” - come recita la quarta di copertina), carteggi, progetti architettonici e poesie, l’ambasciatore di Serbia e Montenegro a Cipro, già alto funzionario del partito cristiano-democratico serbo, Svetislav Basara, enfant terrible della nuova letteratura serba, maestro dell’assurdo dagli echi beckettiani, ci regala un’opera che oscilla tra il romanzo e il saggio storico-filosofico. Basara non è nuovo a questo tipo di operazione, è famoso per i suoi romanzi nei quali ricorre spesso il tema dell’assurdo politico e della cospirazione, ma qui pare divertirsi particolarmente, come dimostrano le sue frequenti incursioni nel testo, ora comparendo come anonimo redattore, ora come bibliografo e commentatore cifrato, o ricorrendo all’autocitazione, senza negarsi neppure il gusto di coinvolgere illustri colleghi postmodernisti (come avrà reagito David Albahari vedendosi attribuire la traduzione dall’inglese del Discorso tenuto all’Assemblea annuale dell’Associazione degli Orologiai conservatori d’Europa, da Çulaba Çulabi?); e non sarà sempre lui quel re Carlo il Brutto, che nell’apocrifo La storia del mio regno, come deus ex machina, detta al fido maggiordomo Grosman non solo la propria storia e quella dei Velocipedisti, ma preconizza la storia del mondo e tesse le trame dei destini umani (e della narrazione)? Carlo il Brutto ordina che nascano Arthur Conan Doyle, Jurgis Baltrušajtis, Afanasji Ermolaev e Sigmund Freud, dispone che sopraggiungano il rinascimento, il barocco, l’illuminismo, il razionalismo; il feudalesimo, il capitalismo, il socialismo e la fine di essi, perché la storia non è altro che un continuo “sbriciolamento del già posseduto”, domandandosi poi se tutto questo, oltre che un ispirato capriccio, non sia solo un sogno, riconoscendo peraltro che i positivisti “hanno ragione quando affermano che io sono una banalissima mistificazione” (p. 26).
L’autore introduce una quantità strabiliante di riferimenti culturali diversi; mescola Antico testamento, Tolomeo, Kant, Buddha e Einstein, teologia ortodossa, “teologia del ciclismo” e Sant’Agostino; Niccolò Cusano e la Serbia, cabala, marxismo e poesia, psicanalisi e Dostoevskij, anarchismo e New Wave (e molto altro ancora), in una narrazione pirotecnica sottoposta a continui rovesciamenti, condotta sempre sul filo di una ironia dai sentori sulfurei.
Stalin risulta essere uno dei più promettenti seguaci della setta, che però ha tradito il compito affidatogli dai Gran Maestri, credendo possibile “la Città terrestre” che invece doveva distruggere, sedotto dall’antico sogno dell’autosufficienza umana, di “una vita senza Dio e senza responsabilità escatologiche” (p.175), finendo per trasformarsi in un idolo crudele.
Stalin come Baal, innalzato ai vertici della gerarchia dalla “feccia”, da coloro che in ogni tempo sanno benissimo che il Vitello d’Oro è una patacca, ma sono disposti ad adorarlo ugualmente, per i loro “piccoli, quotidiani interessi spiccioli”, per soddisfare il loro bisogno di “denunciare, distruggere, uccidere” (p. 176). Francesco Ferdinando andava eliminato per impedire l’espansione dell’impero d’Occidente, “perché l’espansione dell’impero d’Occidente avrebbe esteso anche la razionalità, e con la razionalità anche l’insensibilità e l’ottusità che l’accompagnano” (p. 124).
Basara è polemico e velenoso nei confronti dell’occidente e dei suoi fantasmi. La sua cinica satira dei sistemi totalitari non risparmia la democrazia. Gustosissimo l’elogio critico della Russia, tagliente e vivida la visione della Serbia e del suo popolo: “dislocati come un’ernia tra l’Occidente e l’Oriente – sono incline a ritenere che la nostra missione storica sia proprio il ruolo di collante – non siamo mai stati e non diventeremo mai né uomini dell’Occidente né dell’Oriente”; “Noi serbi, per primeggiare nell’avventatezza, ci siamo attaccati a una specie ancora più limitata di patria: il luogo nel quale siamo nati, la strada, il quartiere, il villaggio” (p. 171).
Non si sottrae nemmeno alla trattazione della dissoluzione della Jugoslavia, ma naturalmente lo fa basarianamente, comparando un articolo dedicato all’anniversario del collasso del sistema energetico con la fine del paese.
Nella sezione intitolata “Analisi dell’orientamento ideologico della rivista ‘Vidici’ e del Giornale ‘Student’” (periodici giovanili, realmente circolanti in epoca titina, attaccati dai vertici del partito tra il ‘79 e l’80 per la loro critica radicale nei confronti del sistema), richiamandosi a una serie di speculazioni che vanno da Cartesio a Hitler, espone la “teoria dello Specchio” (sistema politico-sociale), con le due tipologie umane antagoniste dei “Ragazzi”/Tecnologi (funzionari, scienziati, filosofi, artisti) e delle “Persone”/Ciclisti, variante del Superuomo nietzschiano, che finalmente rivelano la loro natura di esseri al di sopra della legge e della morale, semplicemente perché a essi non servono; che non rispettano le regole del gioco dato che a loro, potendo tutto, tutto è concesso: “come i barbari distruggono tutto quel che incontrano, così anche le Persone distruggono assolutamente tutto quel che esiste” (p. 204). Distruggono lo Specchio, vale a dire la società, l’umanitarismo, i Ragazzi, la democrazia, la scienza, ogni sistema, ogni istituzione, la verità e la bellezza. Ma a tratti diventa estremamente labile il confine tra Persone e Ragazzi e ci si domanda quali siano gli uni e quali gli altri, chi siano davvero le “scimmie gerarchiche”. Basara tende sempre la trappola del ribaltamento e quando sembra di aver trovato la chiave, irriverente, ecco che liquida il tutto definendolo una “metabrodaglia” di ideologie eterogenee.
Controverso, graffiante, paradossale, complesso e nel contempo divertente, questo romanzo, molto ben tradotto da Maria Rita Leto, amatissimo in patria, tanto da essere stato eletto in un sondaggio uno dei dieci migliori romanzi della letteratura serba, riserva al lettore continue sorprese, talvolta disorientandolo al punto da fargli prendere in considerazione persino l’ipotesi che in realtà non si stia parlando di niente. Provocazione calcolata, si direbbe, per condurlo in un gioco letterario dove non si ha paura, anzi si prevede la contraddizione e si ricerca il nonsense, poiché è il mondo stesso a essere contraddittorio e incongruo, perché “In un modo o nell’altro, l’uomo nel mondo è un essere assurdo” (p. 175).

 
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