M. Meša Selimović
La fortezza
traduzione di V. Stanić, prefazione di P. Matvejević, Besa Editrice, Nardò (Le) 2004
(Recensione di Alessandra Andolfo)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 503-505
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A distanza di trentacinque anni dalla sua pubblicazione in Jugoslavia, esce in Italia Tvrđava [La fortezza], una delle prove più significative lasciateci dallo scrittore bosniaco Mehmed “Meša” Selimović, dopo Derviš i Smrt - Il derviscio e la morte (1966), considerato il suo capolavoro.
Ambientato nel XVIII secolo, ai tempi delle guerre turco-russe, narra il rimpatrio dal fronte – con un incipit che riverbera l’atmosfera di Migrazioni di Crnjanski – e il ritorno alla vita di Ahmet Šabo, giovane insegnante, che dopo otto anni di Russia spesi per chissà quale avvenire, credendo di “andare verso la gloria, verso la luce” (p.15), torna nella nativa Sarajevo. Il rientro è prostrante: la famiglia sterminata dalla peste, la città funestata dai briganti, dalla miseria e dalle malattie, mentre vecchi e nuovi potenti arricchitisi con la guerra si trovano a decidere le sorti del prossimo. Ahmet si accontenta di essere vivo, scivola in una sorta di tranquilla apatia, ma al tempo stesso non sembra più disposto a concedere nulla all’avvilente realtà degli uomini, a una umanità tanto poco umana; i ricordi di guerra lo tormentano, ed egli vi si sottrae rifugiandosi nella contemplazione della natura, dell’acqua che scorre, lontano da tutto e da tutti. Poi una notte, tra le ceneri della casa paterna, incontra Tijana, una giovane cristiana, ed è la salvezza: per la prima volta Ahmet riesce a sciogliere il nodo doloroso che si porta appresso e a condividere con qualcuno il racconto dell’orrore vissuto. La reazione piena di pietas della ragazza sorprende Ahmet e riaccende, oltre al sentimento d’amore, anche la speranza. Da quel momento i due diventano reciproco ricovero, territorio franco da dove difendersi dalle insidie di un mondo difficile e troppo spesso meschino. Le ristrettezze economiche non turbano la felicità coniugale, nemmeno quando Ahmet perde il proprio lavoro di scrivano presso la bottega di Mula Ibrahim, ex commilitone salvato dalla furia delle acque del Dnestr, per non essersi piegato alle logiche clientelari dei signorotti della baščaršija (dal nome della moschea Baščaršija Džamija, dove si trova il principale mercato di Sarajevo), che lo allettavano con il miraggio di un lavoro migliore, in cambio però della dignità. L’aver osato levare la propria voce, l’aver rivendicato il proprio punto di vista in pubblico, diventano per Ahmet una dannazione, un marchio dal quale sembra impossibile liberarsi, se non a prezzo del compromesso. Si ritrova ancor più in disgrazia, ai margini, ultimo tra gli ultimi, affrontando il tutto con consapevole sopportazione, senza che questa diventi rassegnazione; in lui non c’è odio, né sentimento di vendetta. Stringe amicizia con Mahmut Neretljak, truffaldino dal cuore d’oro, sempre alla ricerca della grande occasione che gli rivoluzioni la vita, della grande idea che lo porti nell’empireo dei grossi commercianti. Tra i due e Tijana nasce un tacito patto di mutua assistenza del tutto commovente. Il senso della giustizia e della libertà di Šabo, lo porteranno fatalmente a prendere le parti di Ramiz, coetaneo sovversivo nel quale il protagonista si riflette e che lo compensa di quell’impulso all’azione che in lui difetta. Per difenderlo, giungerà a uno strano sodalizio con il ricco Šehaga – con il quale si spingerà fino all’esotica Venezia – e il suo scherano Osman Vuk che, sulle prime a sua insaputa, ordiranno un piano per la liberazione di Ramiz che è anche una sfida alla fortezza, simbolo di un potere che non ammette opposizione. Quella stessa fortezza da cui partiranno nuovi soldati per combattere un’altra sciagurata guerra. Nel succedersi degli eventi, Ahmet viene spinto da circostanze da lui indipendenti ad agire in maniera tale da far quasi vacillare i suoi saldi principi, ma il suo cuore limpido – inespugnabile fortezza – riuscirà a conservarsi tale e a scongiurare ogni pericolo, anche dopo lo sfiancante duello psicologico ingaggiato con il serdar (capo di distretto) Avdaga, esecutore fedele di una giustizia che però non agisce sulla base della neutralità, ma sulla presunzione di colpa di ciascun individuo.
La fortezza si pone rispetto a Il Derviscio e la morte in una linea di continuità segnata dal medesimo clima spirituale e tematico, che li rende vicini e complementari. L’Ahmet della Fortezza è stato concepito come doppio e contrario dell’Ahmed del Derviscio, ne è il lato luminoso, quello che rifiuta l’odio e la vendetta per percorrere la via della sopportazione, della compassione e dell’amore, senza risultare per questo patetico o naïf e conservando la capacità introspettiva del protagonista del Derviscio. Fatta esperienza del dolore del mondo, dei suoi deserti, visto come la guerra possa trasformare gli uomini in esseri bestiali, prima ha un ripiegamento in se stesso, poi si apre alla vita, nonostante tutto, e anche il suo sguardo sugli altri si fa più profondo e sì, misericordioso, perché dietro al comportamento più abbietto, non può non vedere la dolente miseria della condizione umana, di individui tormentati dalla paura. La fede non è sconfitta, come non lo sono la fiducia nella giustizia, la risoluta affermazione della libertà individuale, “ridotta, ma assoluta e profonda” (P. Palvestra, 1983) e la speranza nel futuro, malgrado sia accompagnata dal timore, perché gli uomini sembrano non voler imparare nulla dalla propria storia, che inesorabilmente si ripete.
L’eroe della Fortezza, questo “passero folle” (p. 87) nel suo ostinato anticonformismo, attraversa la stessa fase di travaglio interiore dello sceicco della tekija Ahmed Nurudin, ma giunge a una conclusione diametralmente opposta: “L’amore è più forte di tutto” (p. 404). L’amore che fa dimenticare la guerra, l’ingiustizia, le umiliazioni, che rende incapaci di odiare, di pensare alla vendetta. Che ricompensa di tutto, che riconcilia con la vita. Così forte per sé da sperarlo possibile anche per gli altri, oltre ogni apparenza, per salvarsi insieme: “Ho visto la morte dell’uomo potente, lo ha ucciso la tristezza, ho visto forse un assassino [ma nell’originale è ubistvo, assassinio] da lontano, ho visto l’odio del genere umano, ma pensavo, come un folle, soltanto a una cosa: il suo ultimo pensiero è stato la vendetta o l’amore? Come se da questo dipendesse tutta la mia vita. Ho deciso per l’amore. È meno veritiero e meno probabile, ma è più nobile. E più bello: così tutto ha più senso. Sia la morte. Sia la vita.” (pp. 404-405).
È come se Selimović, dopo il prolungato sforzo compiuto nel portare a termine il processo creativo che diede alla luce il Derviscio (ricordiamo che l’opera, ispirata al tragica esecuzione del fratello dell’autore nel 1944, ebbe un periodo di incubazione ventennale), prenda ora un respiro diverso, in qualche modo più quieto. Dopo che “tardiva è apparsa la tenerezza”, come si legge nelle pagine conclusive del Derviscio, pur sapendo “che l’uomo è sempre in perdita” (versetto del Corano con cui si apre e si chiude Derviš i Smrt), lo scrittore sembra schiudersi a un tempo nuovo, un tempo dove a vincere non sia la tristezza. Sarà casuale, ma il secondo capitolo della Fortezza si intitola: Tristezza e Sorriso. Certo sarebbe un errore che Selimović non perdonerebbe, se si confondesse la biografia con la realtà autonoma dell’opera letteraria, tuttavia non si può non richiamarsi alla sua concezione del romanzo, secondo la quale tutto in esso è personale.
Ciò che colpisce nell’accostarsi a La fortezza è il suo valore universale. Se la Bosnia di Selimović è diventata nel Derviscio “un luogo del nostro destino” (Costantini, 1983), la conferma è in questa prova letteraria di altissimo impegno civile, in cui, accanto all’energica condanna dell’arrogante chimera del potere, fortissimo si leva il monito contro la guerra, tanto più incisivo oggi, dopo la guerra nei Balcani, mentre altre guerre accompagnano questo tempo.
Una narrazione densa, condotta con mirabile controllo stilistico, punteggiata di aforismi (laddove nel Derviscio vi erano i versetti del Corano), che contribuiscono a fissare nel lettore un’impressione di assoluto, di un qualcosa che parli direttamente alla coscienza e al cuore di ognuno: “l’ascoltatore è la levatrice nel difficile parto della parola. Oppure qualcosa di ancora più importante. Se l’altro desidera comprendere” (p. 25).
Un’opera importante, che ha atteso molto prima di poter essere apprezzata finalmente, è il caso di dirlo, anche in italiano. Certo, alcuni refusi potrebbero male indirizzare il lettore su alcuni dettagli geografici, così come alcune “sviste” nelle scelte sinonimiche potrebbero generare qualche equivoco (fa un certo effetto leggere che dei musulmani stiano uscendo dalla messa, p. 66), ma nell’insieme di un lavoro così impegnativo, in cui davvero si sente “la certosina pazienza” (come scrive Predrag Matvejević nella prefazione) della traduttrice-scrittrice, sono cose che vanno lasciate sullo sfondo. Il trattamento delle rime negli inserti poetici è questione annosa, che meriterebbe un discorso a parte, ma non è questo che preme dire. Quello che preme dire è che il gusto dell’originale c’è. Il fascino del romanzo arriva ed esercita il proprio potere di attrazione sul lettore. Un potere che si auspica sia quanto mai vasto, perché questo, parafrasando Matvejević, è un libro vero. Di più. È un libro necessario.

 
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