M. Pavlović
L'ultimo pranzo
a cura di S. Šmitran, Le Lettere, Firenze 2004
(Recensione di Alessandra Andolfo)
eSamizdat 2005 (III) 1, p. 278
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“Ogni popolo ha bisogno che qualcuno lo veda da lontano”... Un buon punto di osservazione su questo tema lo offre al lettore italiano la raccolta di poesie del poeta serbo Miodrag Pavlović (Novi Sad, 1928), curata da Stevka Šmitran, L’ultimo pranzo, che proprio con la citazione pavloviciana si apre. Operazione non facile ridurre il corpus poetico del fecondo autore, per due volte candidato al premio Nobel, a un agile volumetto di poco più di cento pagine con testo a fronte, ma la selezione proposta vince la sfida di accostarci alla complessità del mondo di uno scrittore che, come per altri provenienti dai Balcani, è costantemente rivolto all’eredità delle passate genti e alla continuità riflessa nel presente dei posteri.
Il “lontano” di Pavlović affonda le proprie radici nel medioevo serbo pervaso di misticismo, rivisita i volti del principe Lazar e della principessa Milica, torna sulla piana di Kosovo, passaggio obbligato di una secolare catarsi, segue i passi di San Sava fino al Monte Athos, ne penetra l’intimità in Dio. È il luogo dei miti e delle leggende, della poesia popolare, di quell’epos che tanta parte ha avuto e ha nella coscienza della sua gente, di quella Serbia cantata in prosa, dove il poeta si interroga: “Serbia è un luogo? Oppure è un popolo nato con un segno?” (“Serbia”, pp. 78-79; si noti che il componimento inizia con una doppia domanda, richiamando la formula dell’antitesi slava, cara alle narodne pesme). Un luogo dove passato e presente si compenetrano.
Il medioevo su cui si fonda la poetica pavloviciana è anche parabola del presente, è visione circolare dell’esistenza. Il poeta accetta di interiorizzare senza temere il dolore del mondo, di confrontarsi con l’ineluttabilità del fato e delle forze avverse in ogni epoca (come nella “Deportazione degli ebrei 1941” o come nell’intenso “Popolo del grande urlo”, pp. 41, 83), in attesa di consumare L’ultimo pranzo dell’umanità. Poesia meditativa, a tratti profetica, in cui forte è la tensione metafisica e la denuncia della perdita della spiritualità all’interno del consorzio umano, e forse non è un caso che la raccolta si chiuda con “Nella quiete di San Sava a Caria” (p. 111), in cui alla voce del santo si unisce quella del cantore, per dichiarare quello che suona come una sorta di monito finale, un sigillo al Pavlović-pensiero: “l’eternità è un bel posto: me lo tengo stretto in questi tempi oscuri”. La fascinazione per le Sacre Scritture lo porta ad avere un rapporto con la parola (e la Parola), vicino a quello degli autori antico-slavi, per i quali il valore del contenuto era superiore a quello della forma. Così Pavlović poco o nulla concede al lirismo. I suoi versi sono scarni, essenziali, eppure ponderosi, “salmici”, come appunta Šmitran nell’introduzione alla raccolta, introduzione che ben esplica la vicenda pavloviciana, con puntualità (unico appunto, la quasi totale assenza di riferimenti cronologici dei singoli componimenti), e visibile partecipazione, sebbene un po’ disorienti nell’affermare che “grande merito per aver descritto quell’unità politica e letteraria della “serbica gente”, va a Gabriele D’Annunzio e alla sua “Ode alla nazione serba”, scegliendo come citazione dannunziana i versi: “Tieni duro, Serbo! / Se pane non hai, odio mangia / se vino non hai, odio bevi; / se odio sol hai, vai sicuro” (G. D’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, Mondadori, Milano, 1964, p. 1040), che rischiano di far scivolare il lettore meno informato in stereotipi che mal si accordano col tono della raccolta.
La traduzione mantiene di massima le caratteristiche del poetare di Pavlović, rispettandone lo stile essenziale, pur concedendosi alcune aggiunte arbitrarie, cosa certo assai difficile da evitare, tanto più che la curatrice-traduttrice è a sua volta poetessa, ma nell’insieme la prova è convincente, a tratti particolarmente felice.

 
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