G. Petrović
69 cassetti
traduzione di Dunja Badnjević, Ponte alle Grazie, Milano 2004
(Recensione di Alessandra Andolfo)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 294-295
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Quando dalla galassia editoriale si stacca un autore proveniente dalla scomparsa Jugoslavia e ci raggiunge, è sempre una piccola epifania, una festa, specie in tempi in cui la ex Jugoslavia non è più così di moda e i saggi sul tema non affollano più gli scaffali delle librerie.
Ponte alle Grazie ha recentemente pubblicato 69 cassetti di Goran Petrović (traduzione di Dunja Badnjević, pp. 335, 15 euro), uno dei più acclamati scrittori serbi degli ultimi anni e va detto che la Serbia è un paese dove si scrive, a quanto pare si legge e si pubblica molto. Sitničarnica “kod srećne ruke” è il suo terzo romanzo. Tradurre un titolo è spesso compito assai arduo: sitnica significa sciocchezzuola, bagattella, cosa da poco. Sitničarnica è il negozietto che vende cianfrusaglie, il vecchio emporio (bazar se preferite), dove si può trovare di tutto, kod srećne ruke, è il nome dell’emporio in questione, l’Emporio “alla mano felice”, un luogo che travalica la categoria del tempo, dove tutti prima o poi andranno a cercare qualcosa. Se la scelta dell’editore inizialmente disorienta, è pur vero che 69 cassetti risulta infine essere una soluzione non priva di fascino (adottata anche nell’edizione francese), che si riferisce a un particolare del penultimo capitolo e che richiama il tema dell’incastro, perno della narrazione.
Uscito in patria nel 2000, si aggiudica subito il più prestigioso premio del paese, il NIN. Un premio assegnato alla fine di un secolo è una curiosa coincidenza per un romanzo che di quel secolo va a ripercorrere gli eventi. La Belgrado di Petrović avanza e cambia volto passando dall’assassinio di re Aleksandar Obrenović, alle guerre balcaniche e mondiali, attraversa il periodo titino, sino a sfiorare, garbatamente, i drammi più recenti. Stupisce come un’opera in grado di restituire con tanta perizia la Belgrado d’antan, così come quella odierna, incluso il suo pesante clima continentale, non sia stata concepita da un belgradese doc. Petrović è nato quarantatre anni fa a Kraljevo, dove vive e lavora come bibliotecario, a pochi passi dal monastero di Zica (costruito tra il 1208 e il 1219, sede del primo patriarcato serbo ) e a Belgrado ha trascorso solamente gli anni degli studi universitari. Ma lo scrittore si dedica a un profondo lavoro d’indagine e documentazione quando deve ricreare un’epoca, confortato dai suoi piccoli rituali: scrivere la mattina presto, fare abbondante uso di caffè e sigarette, ascoltare della musica che a suo parere vibri con l’atmosfera ricercata (in questo caso l’Opera), portarsi appresso un piccolo registratore con il quale fissare pensieri in libertà o parole rubate ai passanti. Petrović ama i particolari, la cura del dettaglio, la stessa che adopera nel trattare la lingua: “Quando ricostruisco un’epoca, non soltanto raccolgo i documenti, vedo anche di ricostruire la frase di quel periodo, di modo che il lessico corrisponda al tempo e al personaggio” (intervista a Radmila Stanković del 27 gennaio 2001). Il risultato è un romanzo ricco di stile, dalla prosa gaia, una narrazione fluida cui non manca la giusta dose di ironia. L’idea che sta alla base del romanzo è decisamente accattivante: appassionati lettori con il dono della “lettura totale”, vale a dire la straordinaria capacità di passare dalla loro realtà quotidiana a quella del libro che stanno leggendo con tutti i cinque sensi, finiscono per incontrarsi, ciascuno per ragioni diverse, nelle pagine dello stesso libro, La mia fondazione, di Anastas Branica. Un libro curioso, privo di personaggi, che descrive minuziosamente una meravigliosa villa con giardino, un luogo perfetto ideato da uno sfortunato giovane negli anni Trenta, per incontrarvi l’amata. Le persone che vi entrano si ritrovano a vivere in una dimensione parallela tra passato e presente, che ha le infinite possibilità del sogno, ma che a tratti sconfina nella realtà; dove si incrociano i destini di un correttore di bozze squattrinato, laureando in Filologia e una ragazza con il miraggio dell’America; dove appaiono cuoche dure d’orecchi, vecchie dame d’altri tempi che hanno perso la memoria e profughi bosniaci in fuga, professori colti e persino ex agenti dei servizi segreti comunisti che un tempo tendevano agguati mortali ai sediziosi, tra le pagine delle Memorie di un cacciatore di Turgenev.
La carta stampata diventa spazio franco, un luogo magico dove ci si può dare appuntamento all’inizio di un capoverso, o in un nuovo capitolo, per inseguire la felicità o vivere amori struggenti, alcuni dei quali destinati a reggere il confronto con la realtà, altri a perderlo. È un romanzo sul piacere della lettura, sulla molteplicità di sguardi che offre la lettura, senza nascondere la tendenza a farsi talvolta pratica consolatoria, magnifica illusione.
Il paragone con il realismo magico di García Marquez suggerito in copertina dalla citazione estratta da Lire è legittimo e suggestivo, ma 69 cassetti è l’opera di un ottimo esponente del postmodernismo serbo, un filone che in origine ha guardato molto più a Borges e che nel corso del tempo ha acquisito una sua specificità.
Non è dato sapere se Petrović abbia in mente Marquez, di sicuro ha in mente Pavić e Albahari e viene il sospetto che forse abbia presente anche la lezione del Calvino di Se una notte d’inverno un viaggiatore, formidabile romanzo di nuovo sul piacere di leggere, dove il lettore è protagonista, sottile, elaborato e originale gioco letterario, grandioso esercizio di stile.

 
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