J. Czapski
La morte indifferente. Proust nel gulag
prefazione di È. de la Héronnière, postfazione di G. Herling, traduzione di M. Zemira Ciccimarra, L’ancora del Mediterraneo, Napoli 2005
(Recensione di Alessandro Amenta)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 539-541
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Libretto assai breve, ma molto intenso, penetrante e ben curato quello proposto dalla raffinata casa editrice napoletana L’ancora del Mediterraneo, sempre attenta a scrittori di respiro europeo. La morte indifferente di Józef Czapski è una piccola perla, metafora del valore salvifico dell’arte che restituisce agli uomini la dignità negata e calpestata dalla guerra, una conversazione tra popoli, letterature, idee, simbolo del superamento delle differenze in nome di un dialogo intellettuale di stampo squisitamente transnazionale. Lo stesso Czapski è un tipico esempio di questa fusione culturale: nato a Praga da una famiglia aristocratica polacca, vissuto a lungo tra San Pietroburgo, Cracovia e Parigi, pittore, scrittore e pubblicista in polacco e francese, è un umanista a tutto tondo dall’intelligenza sincretica che scavalca i rigidi confini tra discipline, estetiche e campi di sapere. Sincero pacifista, venne però arruolato al tempo della seconda guerra mondiale. Fu uno dei pochissimi - poco più di quattrocento - a scampare al massacro di Katyń, una delle pagine più tristi della storia russo-polacca, quando i sovietici uccisero circa quindicimila ufficiali polacchi, il fior fiore dell’intellighenzia del paese, nascondendone poi i cadaveri e negandone a lungo la responsabilità.
Nell’inverno 1940-1941, rinchiuso nel campo di detenzione di Griazowietz vicino Vologda, Czapski dette vita, insieme ad altri detenuti, a una serie di discussioni e conferenze come strumento per opporre la voce della cultura alla degradazione e all’annichilimento della prigionia: “la gioia di poter partecipare a un’impresa intellettuale in grado di dimostrarci che eravamo ancora capaci di pensare e reagire a realtà dello spirito che non avevano niente in comune con la nostra condizione di allora, trasfigurava ai nostri occhi quelle ore passate nel grande refettorio dell’ex convento, questa strana scuola clandestina dove rivivevamo un mondo che ci sembrava perduto per sempre” (p. 18). La morte indifferente è la trascrizione della lezione tenuta da Czapski sul significato di Proust e della sua opera nel contesto del Novecento europeo. La sua è una narrazione a mezza via tra ricordo personale, acuta analisi letteraria e atto di devozione verso un maestro senza uguali, da cui trapela la profonda sensibilità tanto artistica, quanto critica e umana dell’intellettuale polacco.
Al centro della sua esposizione è ovviamente Alla ricerca del tempo perduto, che Czapski aveva letto in originale e di cui aveva conosciuto in seguito la parziale e controversa traduzione fattane da Tadeusz Boy Żeleński prima della guerra. Impossibilitato a consultare biblioteche e libri, deve fare affidamento solo sulla memoria, sempre precisa e attenta, nonostante talvolta riporti piccoli errori nei dettagli, che non inficiano però il valore delle sue parole. Riportando una battuta di Rozanov, afferma infatti lo scrittore che “non c’è niente di più facile che citare in maniera precisa, basta controllare nei libri. Ma è infinitamente più difficile assimilare una citazione a tal punto da farla propria e trasformarla dentro di sé” (p. 31).
Proprio questa metabolizzazione culturale è probabilmente la migliore chiave di lettura di questo testo, giacché leggiamo di Proust, ma allo stesso tempo del Proust vissuto e rivisitato da Czapski, e infine di Czapski stesso. Oggetto e soggetto di osservazione si illuminano a vicenda, e dalla lettura apprendiamo tanto dell’uno quanto dell’altro. Non è, infatti, solo una esposizione di considerazioni e riflessioni sullo scrittore francese, ma un dialogo tra autori, tra sensibilità artistiche, tra strategie letterarie, tra modalità di interpretazione e rappresentazione del mondo, affini eppure differenti. La narrazione prosegue fluida, sempre ammaliante, trascinante, mai accademica o noiosa, testimonianza della profonda ammirazione, del rispetto e della comprensione di una personalità unica nella cultura europea. Notevole è il linguaggio visuale, pittorico del racconto, che prosegue a pennellate decise che tracciano quadri chiari e vivaci, fanno affiorare immagini di grande densità artistica.
Czapski affascina con una descrizione che mescola aneddoti sulla vita di Proust alla trama della sua immensa opera, inquadrando il discorso con dati storici e cenni a personaggi come Tolstoj, Dostoevskij, Balzac, Degas, Bergson, Conrad, Corot, Pascal, Żeromski, in un continuo e inscindibile dialogo della cultura con la cultura. Dobbiamo avere chiaro lo scopo e la fruizione di questo testo, che era mirato a sollevare gli animi, a distrarre gli uditori, a trasportarli per qualche ora dalle fredde e squallide capanne in cui erano rinchiusi ai lussuosi salotti parigini, a tenere sempre accesa la fiamma della mente, dell’arte, della letteratura come unico modo per resistere alle dure condizioni di vita nel campo, per non perdere stimoli e capacità intellettuali: “e pensavo con emozione a Proust, nella sua camera surriscaldata dalle pareti di sughero, che si sarebbe assai stupito, e forse commosso, di sapere che a vent’anni dalla sua morte un gruppo di prigionieri polacchi, dopo una giornata intera trascorsa nella neve, al freddo, ascoltavano con vivo interesse la storia della duchessa di Guermantes, della morte di Bergotte, e tutto quello che riuscivo a ricordare di questo mondo di preziose scoperte psicologiche e di bellezza letteraria” (p. 17). E Czapski riesce pienamente nel suo intento, coinvolgendo, intrigando, ispirando con le sue parole sempre vivaci, carnose, dense. Il valore ultimo di questa lezione è racchiuso in poche battute iniziali che, con tono conciso ma commovente, ne definiscono il senso: “questo scritto è solo un umile tributo di riconoscimento verso l’arte francese che durante quegli anni in Unione sovietica ci ha aiutati a vivere” (p. 18).
A inquadrare lo scritto di Czapski è una serie di interessanti materiali che mostrano grande attenzione verso la contestualizzazione della sua figura nel panorama europeo: note biografiche sullo scrittore e sui personaggi citati nel testo, una prefazione intrigante e chiara, e soprattutto uno scritto di Gustaw Herling, “Proust nel gulag”, apparso nell’edizione francese di un altro testo di Czapski, Souvenirs de Starobielsk, degno tributo a un personaggio dalla profonda umanità e dalla grande sensibilità artistica.

 
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