I. Iwasiów
Gender dla średnio-zaawansowanych. Wykłady szczecińskie
W.A.B., Warszawa 2004
(Recensione di Alessandro Amenta)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. xx-xx
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Con il libro Rewindykacje. Kobieta czytająca dzisiaj [Rivendicazioni. La donna lettrice oggi, 2002] Inga Iwasiów aveva presentato in maniera organica la sua prospettiva critica tramite una serie di saggi e schizzi in un certo modo rivoluzionari. Metteva in primo piano un elemento fondamentale del rapporto lettore-autore (normalmente taciuto o tralasciato in nome di un presunto universalismo culturale), che propone una interpretazione letteraria, ma anche sociologica e culturologica, connotata sessualmente. Mostrando che sia lo scrittore sia il lettore sono dotati di un sesso e che questo influisce sulle dinamiche di produzione e fruizione del testo, la Iwasiów analizzava vari aspetti della letteratura prodotta da uomini da un punto di vista femminile/femminista. Evidenziando i meccanismi alla base di ogni tentativo interpretativo, che sono invariabilmente legati alla propria appartenenza sessuale, ma rifuggendo da qualunque intenzione essenzialistica (esiste sempre un individuo specifico dietro il concetto di uomo e donna lettore/scrittore, e il fattore sessuale si esprime in ognuno in maniera particolare e interagisce con altri importanti elementi), affermava il valore di una nuova prospettiva critica sensibile agli aspetti di genere.
Nel suo ultimo lavoro intitolato Gender dla średnio-zaawansowanych [Gender per medio-avanzati, 2004] la Iwasiów riprende questo filone interpretativo, ribadendo fin dalle prime pagine la sua specifica prospettiva di critica/lettrice, poiché “l'universalismo significa tuttavia tacere ulteriormente e conseguentemente la monosessualità dominante della cultura” (p. 37). Il libro consiste di una raccolta di testi, in cui vengono discussi e spiegati importanti aspetti teorici del gender criticism e della filosofia femminista, accanto a concrete analisi testuali fondate su materiale della più varia provenienza geografica (romanzi polacchi come anche prosa asiatica e americana). Il genere scelto dalla Iwasów per presentare le sue idee è quello della lezione, che fornisce un elemento in più rispetto al saggio accademico, riduce la distanza tra il critico e il lettore, pungola il suo ascoltatore, tiene viva la sua attenzione, alimenta la sua curiosità, sfrutta un linguaggio che, pur rimanendo sempre tecnico, si presenta in un certo modo colloquiale, diretto. E permette di tratteggiare velocemente un argomento per poi passare al successivo, con la possibilità di ritornare indietro, ampliare, precisare e chiarire un particolare concetto o aspetto della questione, mantenendo il discorso sempre aperto a nuovi stimoli, nuove interpretazioni, mai concluso una volta per tutte. Il problema della ricezione dei gender studies (oltre alla ancora scarsa considerazione in ambito accademico, che fatica ad accettare nuove metodologie e nuovi strumenti critici) consiste nel metalinguaggio specialistico che sconforta più di un lettore, ma che in una certa misura risulta inevitabile se la comunicazione vuole raggiungere il suo scopo e trasmettere un sapere specifico. La Iwasiów supera brillantemente questa prova, solo a tratti il suo linguaggio risulta (forse inevitabilmente) troppo settoriale, ma senza mai diventare sterile. Il talento comunicativo della Iwasiów si mostra anche nel rendere accessibili ragionamenti e ipotesi teoriche di non facile o istantanea ricezione, richiamandosi spesso alla sua situazione privata e personale, fornendo esempi concreti e aneddoti suggestivi.
Le dieci lezioni proposte (che sono state composte per l'occasione o sono rielaborazioni di lezioni effettivamente tenute dalla Iwasiów) affrontano argomenti eterogenei, ma sempre legati da un comune denominatore, una prospettiva di analisi gender sensitiveche permette di evidenziare specifici aspetti delle dinamiche culturali in atto nella società: svela i rapporti di potere/sapere insiti nel discorso pubblico, analizza motivazioni e conseguenze della retorica connessa alla convinzione di una conoscenza neutrale, ma anche delle prospettive tolleranti e politicamente corrette, rende consapevoli degli stereotipi culturali, proiezioni di un discorso maschile dominante, mostra le strategie persuasive di un patriarcato intellettuale a tutti i livelli di diffusione del testo (composizione, lettura, interpretazione critica, discussione pubblica), rivela posizioni misogine o omofobe nascoste dietro affermazioni esteriormente innocue e neutrali. In ultima analisi una lettura gender rende il lettore cosciente, competente, sospettoso verso discorsi apparentemente obiettivi e imparziali, attento ai paradossi di una cultura che vuole essere per tutti, ma che porta avanti un discorso specifico, fatto spesso di dominazione e marginalizzazione. Secondo la Iwasiów “oggi ci interessa meno un universale ‘senso deposto’ nei fatti culturali, o perlomeno quella porzione di senso che può essere riportata esclusivamente all'ispirazione e alle intenzioni dell'artista. Tra le domande ‘che cosa è’ e ‘a cosa / a chi serve’ scegliamo la seconda, senza perdere di vista la prima. La questione su ‘come è fatto’ rappresenta solo un obbligo formale dell'interpretatore, che ricerca un sapere sull'uomo nelle sue creazioni. Guardiamo queste creazioni da molti punti contemporaneamente e alla fine non ne scegliamo necessariamente uno. Siamo multilettori in multiplex di multitesti” (p. 7).
Nella prima lezione, intitolata “Czego pragniemy: gender wobec sexu” [Cosa desideriamo: il gender rispetto al sex], la Iwasiów spiega i principali fondamenti concettuali degli studi di genere e li rapporta alle esigenze della moderna umanistica. Se la categoria “sex” indica il sesso biologico, il patrimonio genetico che definisce la coppia binaria maschio-femmina, il “gender” indica il sesso culturale, la sua forma socialmente determinata, la rappresentazione culturale che riveste il corredo biologico dando vita allo status di uomo-donna. Anche se dopo la rivoluzione poststrutturalista degli anni Novanta si tende a non separare nettamente questi due aspetti ora considerati inscindibili nell'identità di genere, la coppia terminologica sex-gender continua ad assolvere una fondamentale funzione concettuale e rimane come presupposto teorico di valore primario.
Nella seconda lezione, “O wrażliwości na płeć jako strategii lektury w krytyce literackiej” [Sulla sensibilità verso il sesso come strategia di lettura nella critica letteraria], la Iwasiów affronta la questione dei women studies, al cui interno sono nati i primi fermenti di questa nuova sensibilità critica. Inizialmente questi studi si sono configurati come “archeologia femminista” incentrata sulla riscoperta di un passato femminile taciuto o negato: “la storia della letteratura delle donne mostra innanzitutto come le donne tacevano, parlavano con una voce non loro oppure - nel migliore dei casi - parlavano da un luogo di clausura. Allo stesso tempo permette di svelare il paradigma privilegiato della cultura imperniata su valori maschili, sui suoi meandri e sui suoi punti caldi. Il silenzio delle donne è coperto dal velo del linguaggio patriottico, civico, cristiano” (p. 39). In questo capitolo la Iwasiów delinea anche il rapporto tra women studies e gender studies, e mette in relazione la prospettiva femminista con le dinamiche di creazione di un canone letterario.
La terza lezione, dal titolo “Płeć skonstruowana” [Il sesso costruito], consiste in un veloce ma esaustivo excursus della storia culturale occidentale, in cui vengono elaborate strategie diverse, ma connesse tra loro, che hanno prodotto le attuali prospettive di approccio culturale gender sensitive. L'autrice parte dalla analisi della seconda ondata del femminismo degli anni Sessanta, fortemente incentrato sulla teorizzazione e la produzione di un apparato filosofico coerente, cosa che lo differenzia dal femminismo americano di inizio secolo, maggiormente attivo politicamente e legato alla necessità concreta del diritto al voto e della parità socio-giuridica delle donne. Continua con il decostruttivismo e il poststrutturalismo degli anni Ottanta e Novanta, che fornisce strumenti attualmente indispensabili per gli studi femminili e di genere. Secondo la Iwasiów “il soggetto oggi non è o parte di un gruppo (identico al gruppo) o solo se stesso (individuale). Il soggetto si trova a mezza via tra momenti di scelta individuale e una appartenenza temporanea, passeggera, negoziata o imposta. Questo soggetto nel linguaggio di Zygmunt Bauman si chiama vagabondo o turista” (p. 67). Delinea poi gli aspetti principali dei gender studies propriamente detti e introduce la queer theory, con particolare attenzione alla sua principale teorica Judith Butler.
La quarta lezione, intitolata “Przyjemność” [Il piacere], si differenzia per tono e argomento dalle precedenti, e si fonda sul concetto di piacere come componente essenziale del sentire e del creare femminile: “la donna, innanzitutto quella che scrive, ma anche quella che descrive il mondo attraverso codici diversi da quelli artistici oltre l'esperienza fallica del patriarcato, prova una juissance, un piacere, impensabile nella lingua dei padri” (p. 100). Il concetto di piacere, che costituisce un punto aperto nel dibattito femminista, diviene una categoria concettuale ed epistemologica nello stretto rapporto che unisce linguaggio e corpo, come la Iwasiów evince sulla base di una attenta analisi del romanzo La vita sessuale di Catherine M. della francese Catherine Millet, che raggiunge “una delle zone proibite: raccontare il sesso senza la giustificazione dell'amore. Raccontarlo e/o non praticarlo” (p. 106) e assume dunque un valore trasgressivo, perché decostruisce le regole del discorso amoroso / sessuale di impostazione patriarcale.
Nella sesta lezione “Płeć i autobiografia” [Sesso e autobiografia] e nella settima “Kobieca saga i potrzeba genealogii” [La saga femminile e il bisogno di una genealogia] la Iwasiów applica gli strumenti metodologici presentati nelle pagine precedenti e individua due generi letterari, nei quali la produzione identitaria delle donne trova terreno fertile in cui svilupparsi. Se la prospettiva autobiografica permette alle scrittrici di liberarsi da schemi e linguaggi maschili per esprimere la propria ricerca individuale e collettiva con maggiore apertura e secondo una lingua propria, la saga funziona come spazio di creazione di una genealogia femminile che serve alla (ri)costruzione di un passato comune. Dunque non si tratta tanto di un ritorno al passato per riscoprire le radici culturali femminili, quanto di creare queste stesse radici: “bisogna trattare la tradizione femminile più come la tradizione di una creazione consapevole di una tradizione, che non come un segreto che separa da dentro i testi delle donne rinchiuse con la forza all’interno della famiglia patriarcale” (pp. 117-118).
La settima lezione, intitolata “Postkolonializm” [Postcolonialismo], costituisce un ampliamento degli ambiti del discorso scientifico trattati in questo libro. La Iwasiów analizza la teoria postcoloniale che mette in discussione non solo la filosofia femminista, vista da questa prospettiva come prodotto di un soggetto specifico, quale è quello bianco, occidentale ed eterosessuale, ma tutta la cultura occidentale. Il pensiero delle studiose asiatiche o afroamericane permette di rivedere alcuni punti considerati storicamente come assodati, ne rivela la retorica persuasiva e consente di ripensare il femminismo non come universalizzante, ma come rispettoso delle specifiche caratteristiche delle minoranze di cui si compone, e attento alle sue voci. Allo stesso tempo la Iwasiów nota che “un problema insolubile delle teorie postcoloniali è fino a che punto si riesce a ‘non colonizzare’ con le categorie del discorso della maggioranza i discorsi delle minoranze, le cui implicazioni e la cui marginalizzazione vengono trattate come un fatto aprioristico” (p. 166).
In “Płeć i historia” [Sesso e storia] la Iwasiów analizza il rapporto tra gender studies e neostoricismo attraverso una approfondita analisi di un ricco materiale testuale proveniente soprattutto dalle letterature balcaniche degli ultimi anni, dove particolarmente evidente è il legame tra storia e (drammatica) condizione femminile.
Particolarmente riuscita e intrigante è la nona lezione intitolata “O niemożliwości czytania poza kategorią gender. Recepcja Sarah Kane w Polsce” [Sull'impossibilità di leggere oltre la categoria gender. La ricezione di Sarah Kane in Polonia]. La Iwasiów analizza gli stili della ricezione della drammaturga inglese, il cui teatro ha goduto in questi ultimi anni di un grande successo in Polonia, suscitando una forte eco nel dibattito culturale. Le principali modalità di ricezione della Kane sono individuabili in una critica borghese (attenta alla difesa dei valori tradizionali, contraria alle stravaganze, ma con un atteggiamento di pietismo verso una “giovane infelice”), una critica sociologico-culturale (che interpreta il teatro della Kane come espressione di un disagio generazionale), una critica psicoanalitica (che prova a capire motivazioni e conseguenze di questa drammaturgia da una prospettiva introspettiva) e una critica universalizzante (inconsapevole o disinteressata alla comprensione dei motivi specificamente omosessuali del teatro della Kane, riportando il discorso alla questione dell'amore in generale). Secondo la Iwasiów “non abbiamo elaborato una lingua adeguata per fenomeni come la Kane […] le affermazioni più frequenti sono mantenute o nello stile anacronistico dei difensori di una presunta purezza formale e del cosiddetto universalismo […] oppure sono in accordo con l'agiografia del mercato” (p. 199), che sfrutta il motivo del suicidio della Kane e della sua vita infelice per renderla un'eroina tragica. Per la Iwasiów è impossibile interpretare e comprendere questo teatro senza assumere un atteggiamento empatico nei confronti del linguaggio (anche visuale), che riproduce sistemi di violenza e sopruso. L'abbondanza di castrazioni, uccisioni, mutilazioni, stupri e brutalità su cui si fonda la drammaturgia della Kane deve essere intesa come risposta al linguaggio di potere, la rappresentazione della degradazione umana è figura delle regole della struttura patriarcale fondata sull'istinto alla dominazione e al sopruso.
Concludono il libro un breve e divertente scritto autobiografico, che analizza (in una dimensione metaforica e in una concreta) se lo spazio universitario sia ostile o amico delle donne (la facoltà di polonistica dell'università di Stettino ha sede in una antica caserma prussiana con tutto ciò che strutturalmente ne deriva), e una appendice in cui delle studentesse (interessante che nessuno studente abbia partecipato) esprimono cosa fornisce/toglie una prospettiva gender come strumento interpretativo nella sfera genericamente definita come culturale. Proprio la Iwasiów spiega il suo punto di vista su questo argomento. Le sue parole possono essere un invito alla lettura del suo libro e la proposta di un approfondimento per una maggiore consapevolezza dei meccanismi in atto nella società e nella cultura contemporanee: “il testo è come una massa di fili aggrovigliati: ne estrai uno e vieni a conoscenza di tutto, una cosa dopo l'altra, e soprattutto a quale visione del mondo e a quale modello sociale quel filo ci conduce. Il ‘sesso’ è un territorio talmente innervato che può parlare forse più di tutto […] Non leggendo secondo la categoria gender non vedrei i fili politici, sociali della coscienza comune. Non comprenderei il linguaggio di una generazione che discute spesso in una cerchia esclusivamente maschile, senza prendere in considerazione i cambiamenti nel mondo. Non mi stupirebbe che lo spazio di molti testi fosse proiettato di xenofobia, come se nelle strade delle città, sui luoghi di lavoro, nei dibattiti intellettuali non si incontrassero oggi persone di entrambi i sessi, ma come se esistesse una segregazione sessuale, della cui esistenza nella storia siamo venuti a conoscenza grazie ai gender studies. Non distinguerei neanche tra la letteratura delle donne e la letteratura che produce stereotipi patriarcali per le donne. Credo dunque che non capirei il mondo, che è mio. Non sarei un soggetto, ma un oggetto di manipolazioni” (pp. 40, 42).

 
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