D. Masłowska
Prendi Tutto
traduzione di C. Borsani Ucci, Frassinelli, Milano 2004
(Recensione di Alessandro Amenta)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 253-256
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero [545 Kb]
È uscito anche in Italia il romanzo che ha movimentato il panorama letterario della Polonia postcomunista, che per oltre un anno ha accentrato sulla sua giovane autrice l'attenzione della stampa, della televisione e della critica, che è sembrato lanciare, senza peraltro mantenere le aspettative, una casa editrice di nicchia (Lampa i Iskra Boża) e last but not least ha fatto nascere una serie di cloni (o proposti come tali per sfacciati motivi commerciali). Intorno alla Masłowska si è scatenato un vero e proprio caso mediatico, tanto che a un certo punto nessuno poteva mostrarsi neutrale, era obbligatorio prendere posizione, a favore o contro, senza troppa differenza. Il romanzo ha iniziato a circolare grazie a una sorta di passaparola, ma ben presto è sfuggito di mano alla sua autrice e ha varcato i confini dei circuiti underground. Il successo presso il grande pubblico è stato probabilmente conquistato grazie all'opera di promozione di alcuni scrittori della generazione precedente, tra cui Jerzy Pilch, Marcin Świetlicki e Paweł Dunin-Wąsowicz, editore polacco del libro, che di fatto hanno sancito la canonizzazione letteraria della Masłowska. Prendi tutto, nato come testo cult giovanile, a un certo punto si è trovato a pieno titolo nel cuore della cultura ufficiale. Il meccanismo di lancio, che ne ha determinato il massiccio successo di vendite, si fondava su una strategia semplice, ma astuta. La Masłowska, diciannovenne di provincia, è stata trasformata, non senza partecipazione e consapevolezza della stessa scrittrice, nella voce di una intera generazione di giovani disorientati, disagiati, alla ricerca di uno scopo nella vita tra sesso, alcol e droghe in uno squallido paesaggio suburbano. Ma è effettivamente tutto qui? Davvero questo libro è solo un ennesimo quadro di gioventù bruciata, oppure c'è qualcosa di più, qualcosa che è sfuggito al controllo della grande macchina di promozione, forse in parte anche alla stessa autrice, e ha inserito spunti realmente trasgressivi e contestatori nel dibattito pubblico? Se proviamo a sostituire la semplicistica chiave di lettura sociologico-generazionale con una prospettiva attenta agli aspetti gender e postmodernisti del romanzo, vediamo che il libro riserva più di una sorpresa e mostra il suo carattere complesso e multistratificato.
La storia narrata, dalla costruzione semplice e spesso monotona, ripetitiva, passa in secondo piano rispetto alle implicazioni derivanti dalla lingua in cui è composta e dallo sfondo politico su cui si svolge. Ma andiamo per ordine. La trama è riassumibile in poche battute. In oltre duecento pagine seguiamo le vicende tossico-amorose di un giovane di provincia, Andrzej Robakowski soprannominato il Forte, circondato da una schiera di strani personaggi femminili: la sua ex ragazza Magda, la subdola e sfacciata Arleta, la volitiva Natasza in astinenza da anfetamine, la “troiadark sadomaso” e “metallara rincoglionita” Angela, la santarellina e perbenista Ala. Il tutto si svolge nell'arco di poco più di un giorno, in un clima spesso allucinato, che sfocia nella Giornata Senza Russi (ma di questo, tra poco). Il Forte rievoca con rancore e rabbia i momenti salienti della sua storia con Magda, dopodiché incontra Angela, che finisce per perdere la verginità sul letto del Forte e vomita pietre nel suo bagno. Sopraggiunge Natasza alla ricerca di qualche droga e, tra uno sputo e un insulto, elabora un piano: sfrutta l'ingenuità di Angela e la porta con sé da un ricco imprenditore per spillargli qualche soldo. Il Forte si reca allora alla sagra del paese, dove incontra Ala, insopportabile brava ragazza, che lo invita a casa sua. Quando è chiaro che non ha alcuna intenzione di fare sesso con lui e si allontana per un istante, il Forte piscia nella gabbia dei pappagallini della ragazza e scappa via. Con un amico ruba dei walkie talkie in un McDonald's e viene fermato dalla polizia. A questo punto la storia subisce un cambiamento di tono e ritmo, diventa confusa e ambigua. In questura il Forte rilascia la sua deposizione a Dorota Masłoska [sic!], che autotematicamente si presenta come personaggio onnisciente: il racconto si trasforma allora in metanarrazione e, quando il Forte si ritrova improvvisamente in ospedale per overdose, Magda stacca la spina delle macchine che lo tengono in vita e segna la fine della sua storia. Il romanzo però non termina qui, continua ancora per una decina di pagine in cui l'autrice riprende possesso della parola e svela che tutto il teatrino di squallore suburbano è solo una sua invenzione, abbandona lo slang e conclude il libro con una lingua pura, elegante, poetica. Dunque non è solo tutto qui, una nuova gioventù bruciata in salsa postcomunista? Il finale del libro lascia infatti supporre che siano possibili altre interpretazioni.
Per comprendere i diversi livelli di costruzione del romanzo della Masłowska è meglio dimenticare il brutto titolo italiano, che spinge sul tasto generazionale come chiave di lettura privilegiata. Proviamo a pensare a questo testo a partire dal titolo originale, la guerra polacco-russa sotto la bandiera bianco-rossa, che non deve fare immaginare scenari bellici, ma una guerriglia quotidiana, uno scontro tra noi e loro, dove loro sono i non polacchi, i non assimilati, gli altri: “allora lei mi chiede se so che sulle nostre terre c'è la guerra polacco-russa sotto la bandiera biancorossa che si combatte tra i nativi polacchi e i russi ladri, che li derubano delle fascette del monopolio, della nicotina. Le dico che non ne so nulla. E lei: proprio così, i russi vogliono cacciare via i polacchi e metterci una popolazione russa, forse proprio i bielorussi, vogliono chiudere scuole e uffici, uccidere i neonati negli ospedali per eliminarli dalla società, imporre tributi e contributi sui prodotti industriali e sui beni di consumo. Io le dico che sono solo dei poveri stronzi, delle miserabili spie” (pp. 47-48). Questa guerra, che costituisce lo sfondo e al contempo è asse portante della narrazione, non è uno specifico generazionale, ma appartiene al clima attuale di tutta una nazione, al suo provincialismo, alle sue paure ataviche verso lo straniero conquistatore. Una cappa opprimente di dinamiche razziste, dove il nemico è ovunque, ogni sguardo emana ostilità verso ciò che è diverso, non allineato, e questo odio guida le azioni, tanto che il romanzo è una lunga (forse troppo) climax intorno alla preparazione della Giornata Senza Russi, apogeo e celebrazione della xenofobia nazionale. Per questa occasione le autorità della città inviano operai a dipingere le case nei colori della bandiera nazionale. Quando il Forte si mostra titubante (è infatti l'unico personaggio del libro a dichiarare confuse idee di sinistra, se non addirittura pro-russe), le conseguenze della sua neutralità gli sono mostrate a chiare lettere: “perché, signore, se sei dalla parte del no, francamente le voglio dire che non è che questa decisione non abbia la sua influenza. Perché influisce. Niente, ma poi di colpo tutto. E le si rompe qualcosa, e all'improvviso le viene giù il rivestimento, e all'improvviso le muore la moglie anche se prima non ha mai avuto un raffreddore in vita sua. E non si trova più qualcosa, pare che certi documenti con il suo nome e cognome compaiono all'improvviso non dove dovrebbero stare ma proprio dove non dovrebbero, e così capiterà che, a un tratto, lei sparirà dalla faccia della terra insieme a tutta la sua famiglia, una scomparsa improvvisa dalla città” (p. 116). Non esistono vie di mezzo, si può essere solo pro-polacchi o pro-russi, nazionalisti o tolleranti: “o si è polacchi o non si è polacchi. O si è polacchi o si è russi. E, per farla breve, o si è un uomo o non si è un cazzo. Fine” (p. 116). Ma chi sono questi russi? Non sono solo gli eredi di una disastrata Unione sovietica, che vendono sigarette di contrabbando, tirano su qualche soldo con mercatini di cianfrusaglie o prodotti contraffatti. I russi sono soprattutto un altro termine per dire gli Altri, da cui bisogna difendersi e distinguersi.
Il punto successivo su cui vale la pena soffermarci è la lingua usata dalla Masłowska, che non è uno strumento comunicativo neutrale, ma nasconde sottotesti ricchi di implicazioni sul piano identitario. Secondo alcuni critici la scrittrice ha attuato un calco della parlata giovanile, un tentativo di canonizzazione letteraria del gergo delle strade. In realtà quello della Masłowska è un linguaggio inventato ad hoc che, pur rifacendosi alle sgrammaticature, alla sintassi e al ritmo dello slang giovanile, è una costruzione originale, personale, una manipolazione creativa di stereotipi linguistici. Come ha notato giustamente Jerzy Pilch, non è la Masłowska a parlare la lingua della strada, ma la strada a un certo punto ha iniziato a parlare come la Masłowska. Dunque ci troveremmo dentro una dimensione squisitamente letteraria. Ma per lingua dobbiamo intendere anche lo strumento che una categoria di persone usa per esprimere e definire se stessa. Proprio in questa chiave andrebbero letti i procedimenti e le scelte linguistiche della scrittrice, che possono essere interpretati grazie agli strumenti critici forniti dai gender studies. La Masłowska attua un travestimento letterario, sceglie un io narrante maschile, che dallo stesso soprannome (il Forte) richiama dinamiche di costruzione identitaria legate strettamente ai meccanismi patriarcali. Attraverso questo porte parole la scrittrice porta avanti un discorso di apparente annullamento della propria sessualità, non senza conseguenze sul piano narrativo. Per quasi tutto il corso del romanzo seguiamo le vicende dalla prospettiva del protagonista che, nella sua interpretazione del mondo e nei suoi giudizi di valore sul comportamento umano, rappresenta un punto di vista maschilista, misogino: “voi donne siete uno schifo, delle carogne tiranniche! E ti dirò di più: non voglio più avere una donna, anche se mi si avvinghiasse addosso come una piovra. Perché sono tutte troie. Una volta al mese si rompono e non c'è modo di aggiustarle” (p. 62). Il ruolo della donna per il Forte è spiegato sinteticamente nella sua fantasia di un ipotetico partito anarchico di cui sarebbe stato presidente: “le segretarie anarchiche la danno sulle scrivanie, sulle sedie, dove capita, preparano un buon caffè macchiato e ti portano la colazione al letto” (p. 83). Nei suoi discorsi la donna è tanto Altra, tanto pericolosa quanto i russi. Misoginia e xenofobia si rivelano essere strettamente connesse: “le donne sono tutte troie. Da sole mica se ne vanno: aspettano quatte quatte. Fino a che non mi infurio ed esplodo e devo mandarle via, staccarmele di dosso come carta moschicida. Comincio a sospettare che sia sempre la stessa cagna travestita in modi diversi […] Può darsi che sia russa, perché proprio così si chiamano eufemisticamente le donne. E noi uomini sradichiamole dalla città, che portano sfortuna, epidemie, pestilenze, siccità, cattivi raccolti, depravazione” (p. 99). A prima vista potrebbe sembrare che la voce della Masłowska si annulli in quella del suo protagonista e sviluppi un discorso estraneo alla sua identità, un discorso che, anzi, la umilia e la svilisce proprio in quanto donna. Tuttavia nelle ultime pagine del libro la scrittrice riconquista una sua dimensione (personale, femminile, individuale, come vogliamo). Questo viene sottolineato in maniera evidente dal salto linguistico e dall'introduzione del personaggio della Masłoska, grazie al quale avviene lo svelamento delle dinamiche narrative. La coda del romanzo ci permette dunque di rivalutare la soppressione apparente dell'io femminile della scrittrice: la Masłowska in realtà ha messo in atto un processo di distorsione del linguaggio del suo protagonista, lo ha decostruito dal suo interno, se ne è appropriata e ne ha al contempo espropriato il suo originario possessore. Alla fine a prendere la voce è la donna che si è nascosta per tutto il tempo dietro la prospettiva del suo alter ego maschile (e con lei tutti i personaggi femminili del romanzo), dimostrando di aver parlato in maniera provocatoria, beffarda e ironica da dietro una maschera, di aver portato avanti un gioco di trasgressione linguistica. Perché trasgressione? Perché se il linguaggio in se stesso è neutro, le sue connotazioni specifiche dipendono dal parlante, dalle finalità e dall'uso che ne viene fatto. Quella della Masłowska sembra una ricerca di modalità comunicative che, nello scontro con la cultura dominante, provano a delegittimarne il portato normativo non attraverso la scelta di strumenti linguistici nuovi, ma attraverso una forma di implosione di schemi e convenzioni, di linguaggi standardizzati e stereotipati. Le dinamiche gender si intrecciano a quelle postmoderniste: metatestualità, autotematicità e metanarrazione sono strettamente connessi al procedimento di costruzione sessuale che la scrittrice realizza sul piano narrativo. Insieme all'introduzione del personaggio della Masłoska prende avvio una vera e propria riflessione metatestuale che mostra la scrittura come finzione e serve a rendere esplicita la consapevolezza dell’atto narrativo, e dunque anche del momento linguistico. Abbiamo una rivincita dello scrittore sulla sua stessa storia, sui suoi personaggi, sui meccanismi alla base della società rappresentata. Meglio ancora: è soprattutto una rivincita della scrittrice, della donna che si è camuffata dietro la lingua del suo personaggio, e che alla fine rivela al lettore chi è stato in realtà a reggere le fila del discorso, chi è stato in realtà a parlare per tutto il tempo. Mostra le regole del gioco, svela il carattere di finzione della storia: “non penserai mica che questo stia accadendo veramente, questa città in realtà è fatta di carta, sono fatta di cartone anche io” (p. 246).
A questo punto risulta difficile considerare ancora Prendi tutto come un semplice racconto della vita quotidiana di giovani allo sbando, disorientati, privi di valori, immersi in uno squallido presente e con poche prospettive per il futuro. La Masłowska sembra piuttosto sfruttare le convenzioni di un genere narrativo, producendo come risultato un romanzo addirittura antigenerazionale, un gioco (forse non del tutto consapevole) con certi cliché non solo letterari, ma legati anche al rapporto uomo-donna nel contesto patriarcale. Alla fine giunge a una loro decostruzione, a un loro annullamento, come avviene soprattutto nelle ultime pagine del romanzo, grazie alle quali è possibile ripensare e rivalutare il portato di tutto il libro.
Una menzione finale va al traduttore, che riesce a rendere in un italiano fluido e scorrevole un testo linguisticamente difficile e spesso ambiguo, sciogliendo passaggi problematici tramite soluzioni spesso inventive e riuscite, anche se forse con un eccessivo ricorso al dialetto e con qualche scivolone (“Dice che nel quartiere gira voce che ti fai di anfa e di kvas [sic!], il distillato di segale” [p. 49]; “Rimettiamo le cose a posto, già da oggi. In piazza, tutto quello che capita: telefoni cellulari, portafogli, chiavi di casa, piloti [sic!] di automobili” [p. 135]).

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli