I. Filipiak
Alma
Wydawnictwo Literackie, Warszawa 2003
(Recensione di Alessandro Amenta)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 245-248
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Il nuovo romanzo di Izabela Filipiak rappresenta un punto di svolta nella produzione letteraria della scrittrice, un tentativo di rendere la scrittura uno strumento raffinato e inusuale di ricerca di una lingua nuova che descriva appieno l'universo delle esperienze femminili. Nella quarta di copertina leggiamo che la Filipiak ha composto "un racconto audace sulla donna, sui suoi segreti, sulla sua particolarità e la sua costrizione. Mostra la sua indomita natura, la sua mutabilità e le sue incoerenze". La scrittrice propone un viaggio alla scoperta dei significati dell'essere donna, un percorso complesso, intriso di immagini, simboli, richiami non sempre decifrabili, un sentiero pieno di trappole, vicoli ciechi e svolte inattese. Abbiamo a che fare con "un tipo di gioco virtuale in cui ogni schermo rivela non tanto la verità che ci aspettiamo, quanto un successivo livello di convenzionalità. È pre-cyberpunk e neogotico intrecciati insieme", un gioco di scatole cinesi prive di un fondo, di un punto finale, in cui il lettore viene invitato a perdersi nella falsa speranza di giungere a una maggiore comprensione. Una scrittura spesso nebulosa, originale, inventiva, uno stile carico, denso, spesso brutale e contemporaneamente molto poetico, perché questo romanzo è "un trattato sulla perversione e uno dei suoi elementi è un certo tipo, per dirla modestamente, di esagerazione linguistica".
Allo scopo di comprendere appieno il senso di questo esperimento letterario possiamo provare ad analizzare la struttura del romanzo e a interpretare alcune immagini simboliche, soprattutto alla luce del contesto filosofico e sociologico a cui la scrittrice sembra richiamarsi.
Il romanzo viene introdotto con uno dei trucchi più antichi che la letteratura conosca: la Filipiak non lo presenta infatti come un suo racconto originale ma come uno scritto ricevuto dall'archivista Zofia Skorek, che a sua volta ne è solo la depositaria. La vera autrice sarebbe una certa Azja, giovane partecipante al "Progetto A", un esperimento scientifico condotto negli anni Settanta sui Carpazi per testare la resistenza del corpo umano in ambienti privi di gravità in funzione di futuri viaggi nel cosmo. Il carattere confuso, contraddittorio e ambiguo del testo viene dunque giustificato in partenza dalla particolare situazione di stress psicologico a cui la presunta autrice sarebbe stata sottoposta nel corso degli esperimenti medici. Quale valore può avere richiamarsi al topos narrativo del manoscritto ritrovato in epoca postmoderna, in cui la citazione esplicita costituisce una norma e scompare il significato (e la stessa necessità) di una produzione originale? Sembrerebbe in apparenza che la Filipiak vada controcorrente con una proposta che si mostra come vezzo letterario, gesto narrativo antiquato, svuotato di significato per il suo esplicito status di motivo stereotipato. Eppure possiamo avanzare una diversa interpretazione di questa scelta narrativa. Il percorso del manoscritto assume un valore simbolico nel suo passare per mani esclusivamente femminili che di volta in volta si presentano come autrici di storie, depositarie e testimoni di un sapere e propagatrici di un discorso tutto al femminile. Un discorso autonomo e autosufficiente in cui nessuna delle tre figure è meno importante delle altre, perché ognuna decide con atto consapevole di non interrompere un filo rosso che unisce le donne nel loro essere tutte parimenti creatrici e inventrici di trame, di narrazioni e in ultima analisi di vita. Piuttosto evidente sembra il richiamo alla écriture féminine che nella prosa della Filipiak funziona sia come retroterra filosofico sia come concreto progetto narrativo il cui scopo principale è la dimostrazione e la valorizzazione della diversità femminile. Le donne condividono una conoscenza da cui gli uomini sono esclusivi e su cui dunque possono fondare il proprio significato in un'ottica di progettualità emancipativa. Non a caso nel romanzo abbiamo una netta suddivisione del mondo in due sfere separate che non tanto sono contrapposte quanto propongono ideali e strutture differenti: all'esterno, sulla terra, viene perpetuata una immutabile società patriarcale, mentre alcune donne condividono un mondo sotterraneo, in caverne e grotte si snoda una dimensione separata, un territorio di iniziazione alla femminilità e ai segreti della vita, alla ricerca di risposte, di un senso universale. La Filipiak suggerisce che questi due mondi non sono inconciliabili e opposti, ma a ognuno è legato un diverso discorso di sapere, una differente natura, un differente modo di concepire i rapporti umani.
In questo universo sotterraneo si imbatte la narratrice del romanzo, donna dai mille nomi, "De Monstra", "Occhio di Basilisco", "Vergine Santa Nata dai Morti", "Domani Sera o Forse Mai", presentata come ladra di bambini e infanticida, strega in fuga da un mandato di cattura. Nella speranza di trovare rifugio e nascondiglio entra nel Bordello di Lusso che ha sede nel sottosuolo. Il suo incontro con la proprietaria Frigia non sembra casuale, ma viene presentato come una tappa precisa nel suo percorso di ricerca di se stessa e della verità. Non si tratta però di un reale bordello, quanto di una setta, un santuario, un tempio del sapere e del sentire femminile. In un'atmosfera claustrofobica, sottolineata dalla incongruenza dei fatti e dalla lacunosità delle spiegazioni, la narratrice si ritrova in una cella spoglia, in cui l'unico oggetto degno di nota è un libro scritto solo in parte, le cui pagine bianche si riempiono pian piano di parole, descrizioni, trame. Sono narrazioni differenti della stessa storia, versioni continuamente nuove di un unico discorso sulla vita e sulla morte. Il simbolo del libro viene intensificato nel momento in cui De Monstra si aggira per i corridoi sotterranei del bordello e si imbatte in una sala dove un gruppo di donne recita, racconta e espone ciascuna un proprio frammento di storia che invece di chiarire il senso aiuta a complicarlo e a renderlo ancora più intricato e complesso. Sia il libro sia il circolo di sacerdotesse che lo riempiono con le loro narrazioni vengono mostrati come un segno di grande forza evocativa, un richiamo infinito a biblioteche universali di Borges in versione femminile, ai meandri di un universo in cui il sapere coincide con la consapevolezza di se stessi e del mondo. Tutti i racconti ruotano intorno allo stesso episodio e allo stesso personaggio. Alma. Chi è questa donna? Figlia reale di De Monstra, abbandonata dopo la nascita e poi subito oggetto di continue ricerche, o bambina mostruosa sottratta a una morte sicura per mano degli abitanti di un paese di medievali superstizioni e pregiudizi. Oppure sacerdotessa suprema, unica a possedere la chiave di tutto, creatura leggendaria e divina che porta in grembo il Figlio di Dio. O ancora semplicemente una visione, un mito. Ma Alma è anche animale, pianta, essenza femminile in tutte le sue versioni. Alla base di questo personaggio è infatti un continuo e instancabile processo di mutazione, trasformazione, evoluzione in forme e sensibilità diverse. Alma è dunque un Eterno Feminino al centro di tutti i discorsi, di tutti i racconti, punto culminante di un percorso di iniziazione che una volta completato potrà dare una spiegazione del senso del mondo. Alma è allo stesso tempo prigioniera e carnefice, continuamente sullo sfondo di ogni azione, sempre a un passo dall'essere rintracciata per poi scomparire nuovamente. Fugge nel deserto dove viene ricercata dall'Angelo dell'Annunciazione che viene deriso e trasformato in una statuina di marmo. Alma sottomette Satana e affronta Dio stesso venuto a renderla strumento di concepimento divino. La metamorfosi incessante di questo personaggio sembra il segno di una rivisitazione di miti e immagini femminili universali. La Filipiak riscrive una Bibbia in cui Cristo è una donna che invece di sacrificarsi e seguire il volere del padre si ribella e se ne allontana. Alma è anche Ifigenia che tenta di fuggire alla sua sorte, da vittima delle insensate decisioni di una società patriarcale si trasforma in artefice del proprio destino e del destino del mondo intero.
Quando il corso degli eventi narrati sembra seguire una direzione precisa e giungere a una spiegazione, la Filipiak cambia rotta e inserisce nuove scene, nuove possibili narrazioni, un groviglio di segni, immagini simboliche che riportano il discorso al punto di partenza. Come il libro che viene scritto nei meandri del bordello sotterraneo, anche il romanzo della Filipiak trova senso e compimento "non solo nel riempire le pagine finora vuote, ma nel fare in modo che nascano ulteriori fogli non scritti". È un libro che propone un discorso che non può essere concluso. Questo tentativo di lasciare sempre aperte diverse possibilità può indubbiamente affascinare ma anche frustrare il lettore, che non necessariamente riesce a lasciarsi andare a visioni, sogni, immagini, ma cerca una spiegazione, un appiglio, una motivazione ai fatti e alle scene che vede. Eppure il senso ultimo di questo romanzo è proprio nel suo essere esso stesso una metafora. Di cosa precisamente? Della poliedricità dell'esperienza femminile, del suo carattere variegato, della sua natura celestiale e carnale insieme, del suo essere chiave di comprensione di tutto, punto di partenza e punto di arrivo. Il romanzo della Filipiak è quindi la ricerca continua e mai terminata di un proprio racconto, della possibilità di esprimere la propria natura e la propria specificità. E soprattutto è il tentativo estremo di ritrovare una lingua per questo racconto. Una storia di iniziazione al mondo femminile in cui non abbiamo iniziazione ma solo tentativi, prove, esperimenti e se giungiamo a un suo completamento, questo è solo apparente e deve essere continuamente ripetuto, tentato in altri modi.
La Filipiak propone questa volta un testo che può essere solamente amato o odiato, senza possibilità di vie intermedie, un progetto perfettamente riuscito e completamente fallito allo stesso tempo. La trama complessa e intricata può rivelarsi sia un banchetto meraviglioso di immagini, simboli e scene sia un percorso minato, un vicolo cieco, un discorso fine a se stesso. Lo stile provocatorio, metaforico, erudito e sofisticato è un festino per amanti di raffinatezze linguistiche, sempre alla ricerca di nuove assonanze, nuove combinazioni di parole e senso, ma può essere anche letto come esempio di pura grafomania, di incontrollato estro narrativo, di una penna delirante. In ultima analisi abbiamo a che fare con un esperimento estremo in cui si tenta di coniugare una progettualità discorsiva femminile, degli intenti sociali e letterari emancipativi e una estrema immaginazione e fantasia letteraria. La Filipiak scrive un romanzo che esplora territori oscuri, misteriosi e indecifrabili e decide di giocare una partita pericolosa in cui è consapevole di rischiare tutto: può affascinare il lettore, comunicare un messaggio, trasmettere una sua intrigante concezione dell'universo femminile, ma può anche irritare, annoiare e affaticare con una scrittura mai facile, mai inequivocabile. Il giudizio ultimo naturalmente è nelle mani del lettore.

 
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