Ch. Shmeruk
Breve storia della letteratura yiddish
traduzione e cura di L. Quercioli Mincer, Voland, Roma 2003
(Recensione di Alessandro Ajres)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 537-539
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A Chone Shmeruk, senz’altro uno dei maggiori studiosi di lingua e cultura yiddish e di ebraismo polacco del XX secolo, e alla casa editrice Voland va il merito di aver aggiunto un altro tassello alla conoscenza della letteratura yiddish in Italia. Molti anni dopo la traduzione dell’opera del francese Jean Baumgarten: Lo yiddish (La Giuntina, Firenze 1992) e molti anni dopo la morte dello stesso Shmeruk, avvenuta nel 1996, il lettore italiano ha modo così di rinfrescare le proprie conoscenze in merito e osservare l’avanzamento degli studi scientifici.
In proposito non c’è molto di che essere allegri, per la verità, come Laura Quercioli Mincer lamenta nella postfazione “Perché yiddish”. Certo, cosa impensabile fino a qualche tempo orsono, lo yiddish viene attualmente insegnato presso l’Università di Torino, Bologna, Trieste e Venezia; mentre l’università “La Sapienza” di Roma può vantare il primo corso in lingua in Italia. Marisa Romano e Daniela Mantovan Kromer hanno ideato e redigono una rivista di informazioni e riflessioni sullo yiddish nel nostro paese diffusa via internet, Der ployderzak (per riceverla, basta mandare una mail all’indirizzo: yiddish.italia@libero.it). In confronto all’immobilismo precedente questi movimenti sono positivi e di buon auspicio, il merito è da riconoscere a chi li ha fortemente voluti, ma nel quadro di una vasta politica culturale essi rimangono quasi impercettibili e non permettono certo di illudersi. I problemi sono svariati: nessuno degli insegnamenti nominati gode della stabilità e dell’influenza di una cattedra universitaria, le traduzioni in italiano di autori yiddish passano ancora troppo spesso dalle relative versioni inglesi, un’affermazione a livello internazionale degli studi yiddish moderni italiani non è ancora avvenuta e, del resto, nel nostro paese manca l’unità di vedute circa una questione centrale come quella della traslitterazione dello yiddish (attualmente vige la trascrizione suggerita anche dalla Rassegna Mensile di Israel, la maggiore rivista di studi ebraici in Italia, ma esiste una nuova proposta comparsa dalla rivista Ployderzak, 2002/3).
Il libro di Chone Shmeruk, traduzione del polacco di Historia literatury jidysz. Zarys (Wrocław-Warszawa-Kraków 1992) può rivelarsi il pretesto per la soluzione di alcune questioni inerenti lo studio della cultura yiddish in Italia; soprattutto, però, esso rappresenta il tentativo di definire la letteratura yiddish secondo date e periodi precisi, e al loro interno di segnalarne i fatti più importanti e gli scrittori più capaci. Il suo autore, che è stato lungamente professore di Storia ebraica e di Lingua e letteratura yiddish all’università ebraica di Gerusalemme, ha affrontato questo percorso in alcune lezioni tenute a Varsavia, di cui il volume rende conto. Del resto, come scrive Laura Quercioli Mincer nella postfazione “protagonista occulta di queste pagine è la città di Varsavia”. Shmeruk introduce così la prima edizione polacca del testo: “sono commosso di essere ritornato a Varsavia, la mia città natale, e di essere di nuovo nell’Università dove ho iniziato i miei studi nel 1938”. Egli rammenta come sul suo libretto universitario ci fosse un timbro con la scritta: “lato dispari”, che significava essere obbligatoriamente assegnato nel ghetto ebraico di banchi a sinistra dell’aula, o come “eroi con i pugni di ferro” attaccassero nell’oscurità gli studenti ebrei. Tra il 1983 e il 1991 Shmeruk ha diretto il Centro per la storia e la cultura degli ebrei polacchi; mentre nel 1996 il suo contributo alla cultura polacca è stato ufficialmente riconosciuto con la Krzyż Oficerski Orderu Odrodzenia Polski [Croce al merito della Rinascita della Polonia].
La letteratura yiddish è per definizione, al pari di quella polacca, una letteratura minore. Reintrodurre la letteratura yiddish all’interno di una cornice polacca non è solo questione di “affinità di destino”, inteso come secondarietà nell’universo culturale, ma significa rimetterla al posto che le spetta. Nel periodo fra i due conflitti mondiali in Polonia oltre l’80% degli ebrei (solo a Varsavia ne risiedevano 400.000) parla e legge in yiddish; esiste un’enorme rete di istituzioni scolastiche religiose in cui lo yiddish è lingua d’uso per l’insegnamento, così come esso viene insegnato in qualche scuola laica; un’enorme quantità di periodici viene stampata in yiddish; il teatro yiddish scrive alcune delle pagine più gloriose della sua storia. In Polonia, a quel tempo la letteratura yiddish costituisce un sistema completo, alla pari con le altre letterature nazionali europee. Del resto, una delle più grandi intuizioni di Shmeruk riguarda proprio il funzionamento polisemantico della cultura ebraica in Polonia fra le due guerre, il “trilinguismo della cultura ebraica moderna”, in cui polacco, yiddish ed ebraico fanno ognuno riferimento a un sistema culturale a sé stante, con proprie istituzioni. “Un sistema il cui valore risiede proprio nella relazione mutuale e dinamica dei vari elementi”, fa notare Laura Quercioli Mincer, e che testimonia il grado d’importanza e autonomia che tali elementi hanno raggiunto.
La questione del rapporto tra yiddish e ortodossia, con la sua ferma volontà di attenersi all’ebraico-aramaico della “lingua sacra”, attraversa l’intero volume, dall’apparizione del primo documento in yiddish (1272) fino a oggi. “In maniera quasi paradossale – scrive Laura Quercioli Mincer – al giorno d’oggi lo yiddish deve il suo perdurare come lingua parlata in gran parte al mondo ultraortodosso, a quell’ambiente di osservanza chassidica che dello yiddish continua a servirsi spesso come un puro strumento di differenziazione e dissenso rispetto al resto del mondo ebraico in genere, e alla sua componente sionista in primo luogo”. Si tratta in effetti di una completa riconcettualizzazione dello yiddishismo. Shmeruk, infatti, indica a lungo lo yiddish come lingua del popolo in contrasto con quella sacra: “con il tempo dunque lo yiddish riuscì a spezzare alcune resistenze riguardanti la sua funzione all’interno della società ebraica; fu però un processo molto lungo e non sempre coronato da successo”.
Shmeruk osserva da vicino le tappe dell’affermazione dello yiddish come lingua letteraria e analizza le caratteristiche che lo compongono. “La letteratura yiddish moderna è pertanto – apprendiamo – una letteratura che si esprime in una nuova variante linguistica, apparsa nei documenti scritti solamente intorno alla fine dell’Ottocento”. Essa risulta dalla graduale assimilazione degli ebrei d’occidente, che parlano ormai le varie lingue locali, e dall’imposizione dei dialetti dello yiddish orientale in forma scritta oltre che parlata a fine Settecento. Shmeruk tratta ugualmente gli anni precedenti e successivi questa sorta di spartiacque. Agli inizi della letteratura yiddish fa notare su di essa gli influssi costanti della letteratura in lingua sacra e della letteratura tedesca; nel corso del Cinquecento risulta molto forte l’influenza della letteratura italiana e, dalla metà del Seicento, di quella olandese. Vige il divieto d’utilizzo delle norme sacre tradotte in yiddish e Shmeruk osserva: “l’opposizione ostinata alla diffusione in yiddish dei precetti d’importanza vitale sembra contraddire in maniera evidente il primo e principale desiderio di ogni rabbino: agevolare l’osservanza della legge stessa”.
Dopo l’esame dei prestiti dalla letteratura tedesca, un intero capitolo viene dedicato agli adattamenti dalla letteratura italiana. Nel Cinquecento sorge nel nostro paese un’importante letteratura in yiddish, con due nuovi generi prima assolutamente ignoti: i racconti in prosa e gli adattamenti realizzati dagli ebrei ashkenaziti di romanzi italiani e più precisamente di componimenti cavallereschi. Tra questi ultimi Bova d’Antona, adattato da Elia Levita e noto in yiddish anche come Bove Bukh, e Paris e Vienna (Paris un Viene). “A paragone con le trascrizioni dei testi tedeschi – scrive Shmeruk – gli adattamenti in yiddish dalla letteratura italiana rappresentano un importante esito letterario; i loro autori infatti si sono molto discostati dai modelli originali”. Primo caso nella storia della lingua yiddish, in Italia si assiste alla rinuncia della lingua originaria a favore dell’idioma acquisito nel nuovo ambiente. Siamo all’inizio del Seicento.
In Germania lo yiddish non esce indenne dal propagarsi dell’Haskala, l’illuminismo ebraico diffusosi nella seconda metà del Settecento, che spinge per esprimersi definitivamente in tedesco. In questo momento incomincia il declino dello yiddish in Europa occidentale e, con esso, la nascita della variante linguistica dello yiddish orientale all’interno delle frontiere della Polonia antecedenti le spartizioni. Con Josef Perl di Tarnopol, scrittore dell’Haskala, Shmeruk prende ad analizzare più da vicino l’opera di singoli autori. Ai “classici” dello yiddish vengono dedicate molte pagine: Itshok Leyb Perets, Mendele Moykhfer Sforim, Sholem Aleykhem. Il capitolo finale, o meglio la lezione finale, quella in cui Shmeruk si trova evidentemente più a suo agio, riguarda Itzhok (Isaac) Bashevis Singer. Lo studioso ne descrive la vita e le opere. Tra esse mette in luce un corpus autobiografico molto consistente, in cui distingue due tipi differenti: scritti a carattere direttamente memorialistico e romanzi. “Personalmente ritengo che i maggiori risultati artistici siano stati raggiunti da Singer nei suoi racconti brevi”, aggiunge Shmeruk. Egli non dimentica i racconti per bambini di Singer, come non dimentica di lamentare la quantità eccessiva di traduzioni eseguite sulla versione inglese delle opere di Singer.
Un’ultima parola, doverosa, sulla preziosa bibliografia finale. In essa fa bella mostra di sé l’articolo “Isaac Bashevis Singer on Bruno Schulz” (The Polish Review, 1991) di Chone Shmeruk, per chi fosse stato contagiato dall’intensità del rapporto tra cultura yiddish e cultura polacca; mentre la parte bibliografica curata da Daniela Mantovan Kromer riguarda la letteratura yiddish pubblicata in lingua italiana, tra cui raccolte antologiche e memorialistica. Per ulteriori approfondimenti, Daniela Mantovan Kromer consiglia di consultare in particolare l’Annuario di Docenti e Studiosi di Lingua Letteratura e Cultura Yiddish in Italia a cura dell’Istituto Italiano di Studi Germanici.

 
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