R. Kapuściński
Taccuino d’appunti
traduzione e cura di S. De Fanti, Forum, Udine 2004
(Recensione di Alessandro Ajres)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 520-522
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Grazie a un bel volume dell’editrice Forum, corredato dalle splendide fotografie tematiche di Josef Koudelka e Josef Sudek, il lettore italiano ha finalmente la possibilità di conoscere l’anima poetica di Ryszard Kapuściński. Quella di cui pochi sospettavano l’esistenza, forse solo i più attenti esaminatori del suo stile, visto che le opere tradotte in italiano finora lo imprigionavano quasi indissolubilmente nel ruolo di reporter. E del resto: quali ambiti letterari sembrerebbero più distanti tra loro, se non quello giornalistico e quello poetico?
Forum compie un’operazione in controtendenza, dunque: prova a liberare Kapuściński dall’immagine di reporter e osservatore consolidatasi in Italia intorno alla sua figura. La casa editrice, poi premiata dal conferimento all’autore del premio Napoli, si fa carico di questo rischio alcuni mesi prima che i giornali di tutto il mondo incomincino ad annoverarlo tra i candidati al premio Nobel. I giurati di Stoccolma, si dice, vorrebbero aprire a nuovi generi letterari, tra i quali il reportage giornalistico.
Se i meriti di chi ha creduto in questa raccolta vanno oltre la semplice ricerca della completezza biografica di un autore tanto importante, allora, è per aver colto il legame profondo tra i versi e la prosa di Kapuściński. Tale legame, nella prefazione intitolata Professione: reporter. Vocazione: poeta, Silvano De Fanti lo dimostra brillantemente. Postulando innanzitutto che Kapuściński abbia superato i confini tra reportage e creazione artistica, dando vita a un originale genere letterario nel tentativo di coltivare il campo vuoto situato tra giornalismo e letteratura: “inserendo all’interno degli eventi descritti se stesso come protagonista, con uno stile ritmato e cadenzato da frasi brevi, l’autore autorizza il lettore ad affrontare il testo come si affronta un romanzo-verità”. L’utilizzo della metafora, la capacità di “umanizzare” la cronaca attraverso i tratti dell’animo e del fisico dei piccoli personaggi descritti, lo sguardo dal basso verso la storia ne fanno un narratore abile a controllare vari mezzi e generi stilistici. Il suo racconto, infine, assume un’aura poetica: “è una poesia che zampilla dall’attrito fra la descrizione realistica di un comportamento o di uno stato d’animo tanto naturali in chi li esprime quanto estranei al nostro sentire, e la nostra fruizione estetica”. I reportage di Kapuściński si rivelano così dei testi “totali”, un incrocio di generi in cui lo stile giornalistico diviene letteratura e poesia in una continua mescolanza. Da qui è derivata, con tutta probabilità, la sua necessità di dedicarsi all’animo umano attraverso il mezzo poetico, pur senza abbandonare la densità espressiva e la capacità di sintesi che lo contraddistinguono. La “poetica del frammento” come inevitabile conseguenza della sua scrittura, ma anche come unico mezzo per star dietro a una realtà in continuo movimento e contraddizione. Al 1986 risale la pubblicazione del volumetto di poesie Notes, al 1990 il primo volume di Lapidarium, raccolta di aforismi e appunti di viaggio. Tra il 1995 e il 2002 usciranno altri quattro volumi dei Lapidaria. L’edizione Forum mette assieme, con testo originale a pie’ di pagina, non soltanto l’intera produzione di Notes, ma anche della seconda raccolta poetica di Kapuściński, Appunti nuovi. Quest’ultima non era mai stata proposta integralmente neanche ai lettori polacchi e quindi, in questo suo Taccuino d’appunti, è racchiusa tutta la produzione in versi dell’autore.
In Notes pesa in maniera tangibile il clima cupo degli anni successivi al colpo di stato militare (1981). Scrive De Fanti: “credo che l’apice, il fulcro centrale della poetica di Notes, anche per la sua forma metrica solenne ordinata in endecasillabi, stia nella poesia Siamo in ansiosa attesa del tuo arrivo…”. L’entità che tutti attendono (“Siamo in ansiosa attesa del tuo arrivo / già prepariamo il cibo e le bevande / la stanza è linda i vetri come specchi / rami d’abete e fiori sull’ingresso”) è la libertà. Il problema del rapporto col potere si presenta anche in La lingua: “Però sii prudente / questo edificio è molto scivoloso / un passo avventato e sei fuori / è un’arte per pochi”. La natura è talvolta il regno della speranza, della vita che continua di fronte alla barbarie come in Ecologia: “E quando ci impantaneremo nelle carreggiate della strada polacca / ossia / quando saremo ben impantanati nelle sabbie della storia / e nemmeno se spronati a staffilate i cavalli dei nostri sogni / riusciranno a fare un solo passo / tu non maledire né il cielo né la terra / non condannare né il mondo né il destino / guarda / un uccello vola / il bosco stormisce / vagano sul sentiero lo scarabeo il coleottero e la coccinella / la vita continua / esistiamo”.
Altre volte essa è osservata nella sua espressione assassina, come in Quando si progettano i modi di uccidere: “Eppure si tornerà ai metodi più semplici / (alla faccia dei seguaci dell’elettronica / convinti che esista solo la loro dea) / e si userà il manganello / – un ramo nodoso”. La natura come ciclo continuo di vita-morte investe l’essere umano, che finisce per non finire. Lo yogin Ramamurti si fa seppellire nella fossa per questo, per sopravvivere; una volta uscitone, una volta toccato l’assoluto, una volta risorto è pur sempre un miserabile e allora: “Torno nella fossa / dice / soltanto nella morte / c’è la vita”. Chi sopravviverà certamente, secondo Kapuściński, sono gli artisti: “Sopravviverà chi ha creato un proprio mondo / Dio esiste perché ha creato il proprio mondo / Omero esiste perché ha creato il proprio mondo, / E Michelangelo, e Mozart. / Raffaello ha creato molti personaggi – vivono tutti” (Sopravviverà chi ha creato un proprio mondo…). In arte, egli sembra richiamare all’etica soprattutto la letteratura: “Trovare una parola pura / che non abbia denigrato / non abbia denunciato / non abbia preso parte alla caccia alle streghe / non abbia detto che il nero è bianco” (Trovare la parola giusta…). La parola pura è l’unica arma contro il potere, ma anche l’unica arma da offrire a tutti i poveri del mondo di cui Kapuściński porta il lamento sempre con sé.
Proprio il dubbio sulla parola, lo strumento che Kapuściński vuole opporre a una realtà che si rivela sempre più drammatica, alimenta la prima poesia di Appunti nuovi, ossia: Forse le cose più grandi…: “Forse le cose più grandi / si esprimono con il silenzio? / Come il cosmo? / La parola / è apparenza?”. L’elogio del silenzio si fa avanti anche altrove, come in Questo silenzio…: “Questo silenzio / all’apparenza totale / come il biancore – assoluto / è invece ricolmo di voci”; o in: È là…: “Ascolta attentamente la voce che è in te / non sopraffarla / con le tue parole”. L’autore si sofferma sulla fantasia che cerca l’espressione adatta, sulle parole che ancora non sono divenute “fiamme coagulate”; ma ormai egli sembra rassegnato a non poter investire il verbo di un valore morale. Egli conserva il desiderio della creatività, ma la sua poetica si fa più pessimista. Dio si rivela una grande passività in Dio guarda tace: “Dio guarda tace / permette che pensiamo in nome suo / che parliamo in nome suo / è una grande passività solo / una forma possibile della nostra fantasia”; l’uomo moderno è indistinguibile (L’uomo…): “L’uomo / che cammina per strada / aspetta alla fermata / sta in fila / è nascosto nella sua indistinguibilità / non sappiamo / se sia lui / o qualcun altro / o / quale / chi”. La morte finisce per rappresentare “la perfezione sotto ogni aspetto”, sebbene in essa stia pur sempre la vita: “Ti scopri / smentendo te stesso / esisti / negando l’esistenza” (Scoperte).
Un’ultima annotazione sul regno naturale che popola i versi di Kapuściński. Nei suoi vari elementi, esso è simbolo del continuo cicla vita-morte, metafora dell’autore, fonte stessa di poesia come ne Il macaone. Al componimento è premesso un pensiero di Edward Stachura: “Tutto è poesia”. Questo “tutto”, per Kapuściński, è rappresentato dal macaone, dalla cutrettola di montagna, dal blastofago distruttore dei pini: tutto ciò che è natura e non già un tutto esteso a ogni ambito. Questa presenza di animali, foglie, piante, questa loro marcata importanza all’interno di un universo poetico richiama da vicino Wisława Szymborska.

 
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