W. Szymborska
Discorso all’ufficio oggetti smarriti
traduzione e postfazione di P. Marchesani, Adelphi, Milano 2004
(Recensione di Alessandro Ajres)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. xx-xx
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero [545 Kb]
Adelphi offre al pubblico italiano un altro splendido regalo poetico dopo quello di Vista con granello di sabbia confezionato nel 1998 e giunto ormai alla sesta edizione. Mossa dall’ottenimento recente (1996) del premio Nobel da parte di Wisława Szymborska, quella raccolta fece scoprire al nostro paese una poetessa eccezionale. La sorpresa è stata tale e tanto positiva, che da allora anche in Italia si è continuato a tener d’occhio l’attività della scrittrice di Cracovia. Ne ha pubblicato alcuni versi Mondadori; Scheiwiller è uscito intanto con La fine e l’inizio (1998), Taccuino d’amore, Posta letteraria ossia come diventare (o non diventare) scrittore (2002), Uno spasso e Ogni caso (2003) e Attimo (2004). Il nuovo volume deve molto alle esperienze editoriali appena precedenti in Italia, ma deve qualcosa anche alla raccolta americana Poems New and Collected del 1998. Discorso all’ufficio oggetti smarriti, in effetti, contiene ben 18 delle 26 poesie che compongono Taccuino d’amore, seppure con numerosi cambiamenti apportati nella traduzione, mentre la disposizione e la scelta dei brani ricordano da vicino quelle del volume americano. Si tratta di un testo che mira a coprire tutto l’arco della carriera artistica di Wisława Szymborska, dal 1945 a oggi, ampliando i confini temporali di Vista con granello di sabbia (compresi tra il 1957 e il 1993).
Il reperimento e la pubblicazione di poesie antecedenti la raccolta Appello allo yeti (1957) è un’operazione che in Polonia suscita sempre nuove polemiche intorno a Wisława Szymborska. Il motivo non è tanto il suo iniziale appoggio al regime comunista, bensì l’ostinata volontà di continuare in qualche modo a farle scontare questo “errore”. E questo malgrado il tempo trascorso, la sua presa di distanze dalle autorità statali e l’appoggio a Solidarność, malgrado un linguaggio da sempre universale e sempre più post-ideologico, come fa notare Pietro Marchesani in una postfazione brillante quanto le sue traduzioni dei versi. Discorso all’ufficio oggetti smarriti non ha solo il merito di recuperare parte della produzione immediatamente post-bellica di Wisława Szymborska, ma anche di aiutare a costruirsi una propria idea coloro che si si sono imbattuti in quest’accusa di un’artista schierata a fianco del potere. Come ricorda Adam Wlodek, redattore nel dopoguerra di Walka e marito della scrittrice dal 1948 al 1952, tra manoscritti e testi pubblicati, le poesie che caratterizzano gli inizi della carriera di Wisława Szymborska ammontano a una trentina circa. Di questa Nie wydany zbiór [Raccolta non pubblicata], il volume di Adelphi recupera: “Un tempo conoscevamo il tempo a menadito…” e “Uscita dal cinema”. Dalle raccolte Per questo viviamo (1952) e Domande poste a me stessa (1954) troviamo “In rime banali” e “Gli animali del circo” tratte dalla prima, “La musa in collera”, “Innamorati” e “La chiave” dalla seconda. Si tratta, in pratica, di tutti i testi di quel periodo di cui l’autrice ha autorizzato la ristampa. In essi sono già ben presenti i temi principali che attraverseranno l’intero corpus della sua produzione poetica, composto di poco più di 250 componimenti. C’è l’impegno civile degli “Animali del circo”: “Divertimento pessimo quel giorno: / gli applausi scrosciavano a cascata, / benché la mano più lunga d’una frusta / gettasse sulla sabbia un’ombra affilata”; c’è soprattutto il tentativo di rendere il sentimento amoroso e i suoi tormenti, come nella “Chiave”: “La chiave c’era e non c’è più. / Come entreremo in casa? / Qualcuno la potrà trovare, / la guarderà – per farne cosa? / Camminando la rigira su e giù / come un ferro da buttare. // Ma se lo stesso accadesse / all’amore che io provo per te, / non solo a noi, al mondo intero / questo amore mancherebbe. / Sollevato nell’altrui mano / non aprirà nessuna casa / e sarà solo una forma / e che ruggine la roda”.
L’ampliamento degli orizzonti tratteggiati in Vista con granello di sabbia avviene in senso temporale e quantitativo, ma anche seguendo determinate inclinazioni tematiche. Tra esse, proprio quella che conduce verso il tentativo di cogliere il segreto dell’amore risulta la più battuta. Discorso all’ufficio oggetti smarriti contiene, così, alcuni capolavori assoluti del genere, miniature che primeggerebbero anche in un’antologia mondiale dedicata ai componimenti amorosi. Come fa notare giustamente Marchesani, è il caso di “Gli sono troppo vicina perché mi sogni” e “Sogno”; ma è anche il caso di “Accanto a un bicchiere di vino”: “Quando lui non mi guarda, / cerco la mia immagine / sul muro. E vedo solo / un chiodo, senza il quadro”. Spesso viene trattata la fine di un rapporto tra due amanti, la faccia triste del sentimento. L’addio può essere un’“Opera buffa” (“Noi – per sempre un po’ così, / con berretti di sonagli, / barbari dai loro trilli / incantati”), può essere “Senza titolo” (“Ma non accadrà nulla. Nessuna improvvisa / inverosimiglianza. Come in un dramma borghese, / questo sarà un lasciarsi del tutto regolare, / neanche un apriti cielo per solennizzare”); dietro allo sforzo di ridimensionare l’abbandono di un amante si nasconde comunque sempre il terrore di chi ha già conosciuto quei momenti e li accosta spesso all’immagine della morte. In “Ballata” si legge “Questa è la ballata / su una donna ammazzata / che d’un tratto si è alzata // […] Le tracce dell’assassino / tutte brucia nel camino. / Foto e spago dal cassetto, / fino all’ultimo pezzetto. // Non è stata strangolata. / Né uno sparo l’ha ammazzata. / Ma una morte invisibile”. La contiguità tra amore e morte è rafforzata nella più recente poesia “Il primo amore”, a proposito del quale scrive la poetessa: “Altri amori / ancora respirano profondi dentro me. / A questo manca il fiato anche per sospirare. // Eppure proprio così com’è, / è capace di fare ciò di cui quelli / ancora non sono capaci: / non ricordato, / neppure sognato, / mi familiarizza con la morte”. Il primo amore, ormai completamente sepolto dentro di noi, avvicina alla morte quanto un addio: entrambi spostano lo sguardo su qualcosa che non è più.
Il tema della morte ricorre in questa raccolta spesso anche da solo, a volte congiuntamente a quelli della malattia e della vecchiaia. In particolare questa presenza è palpabile nei versi di “Nuove poesie”, sezione nella quale il testo di Adelphi raccoglie i componimenti più recenti di Wisława Szymborska, apparsi su quotidiani e riviste tra il giugno 2003 e maggio 2004. “Il giorno dopo – senza di noi” prova a immaginare una giornata qualsiasi successiva al nostro funerale; “Incidente stradale” restituisce la stessa indifferenza del mondo per il trapasso di qualcuno; mentre “Intervista con Atropo” è un vero e proprio dialogo con la morte: “Qualcuno l’aiuta? E se sì, chi? / Un paradosso niente male – appunto voi, mortali. / Svariati dittatori, numerosi fanatici. / Benché io non li costringa. / Per loro conto si danno da fare”. Malattia e vecchiaia fanno capolino nella “Passeggiata del risuscitato”, “All’ospizio” e “Relazione dall’ospedale”: “Tirammo a sorte chi ci doveva andare. / Toccò a me. Mi alzai dal tavolino. / L’ora della visita in ospedale si avvicinava”.
Rispetto a Vista con granello di sabbia, in questa raccolta più recente di Adelphi la storia e i suoi passaggi compaiono più spesso. Il testo che apre l’opera, “Un tempo conoscevamo il mondo a menadito…”, riguarda il bottino lasciato in eredità ai sopravvissuti dalla seconda guerra mondiale, e cioè la conoscenza del mondo. Dalla raccolta Uno spasso vengono tratti i versi di “Vietnam”, mentre da Un attimo è riportata “Fotografia dell’11 settembre”: “Solo due cose posso fare per loro - / descrivere quel volo / senza aggiungere l’ultima frase”. Salta agli occhi la presenza di poesie intorno allo sterminio degli ebrei e la ferocia nazista, quali “Ancóra” (“Tuo figlio abbia un nome slavo, / ché qui ogni capello viene contato, / ché qui bene e male sono distinti / in base al nome e ai lineamenti”) e “Campo di fame presso Jasło”. L’importanza della traccia storica, nelle sue implicazioni politiche, è ribadita da “Riabilitazione” e “Agli amici”, e poi fissata definitivamente dal componimento che chiude il libro: “Monologo di un cane coinvolto nella storia”. In esso, l’alternarsi dei cicli storici, il destino di continua ascesa e declino dell’individuo, è filtrato attraverso la figura di un cane. Niente di stupefacente, dato che il regno animale viene messo da Wisława Szymborska sullo stesso piano di quello umano. Ella ne fa uso, da una parte, per creare immagini che schiudano al lettore il suo messaggio; d’altro canto, tale corrispondenza è così forte, che è impossibile sorvolare sulla volontà dell’autrice di appartenere contemporaneamente ai vari “ordini” della natura. Nella poesia che dà il titolo alla raccolta, si legge: “Mi si è spenta per sempre qualche stella, svanita. / Mi è sprofondata nel mare un’isola, e un’altra. / Non so neanche dove mai ho lasciato gli artigli, / chi gira nella mia pelliccia, chi abita il mio guscio. / […] Da tempo ho chiuso su tutto ciò il mio terzo occhio, / ci ho messo una pinna sopra, ho scrollato le fronde”.
Colta l’importanza di questo gioco di specchi tra i vari elementi della natura, il lettore non dovrà che farsi prendere per mano e lasciarsi portare tra i sentieri dell’anima di Wisława Szymborska. Lo sforzo, uno dei pochi richiesti a chi si avvicina alla sua opera, verrà ripagato con moneta dal valore incalcolabile. Il linguaggio utilizzato dalla scrittrice, del resto, è moderno e diretto, non dà mai l’impressione di essere destinato a un pubblico di letterati, critici o iniziati; la sua produzione è drammatica e ironica, mai retorica. Per dirla con Marchesani: “non si tratta della poesia di un virtuoso della parola e della forma, ma della poesia di chi sa e deve esprimere il suo umano sentire”. La chiarezza si impone come una delle prime caratteristiche all’artista che insegua certi scopi, pur senza smettere di lavorare sulle potenzialità del linguaggio: rimandi interni, giochi verbali e fonici, colloquialismi, neologismi sono frequenti nei versi della poetessa polacca. L’esercizio di tali arguzie letterarie non è mai fine a se stesso, tuttavia, ma si rivela parte effettiva del testo, parte del messaggio da trasmettere. Ne fornisce un esempio emblematico “Le tre parole più strane”: “Quando pronuncio la parola Futuro, / la prima sillaba già va nel passato”. Gli strumenti utilizzati da Wisława Szymborska, vero artigiano della parola, restituiscono nel migliore dei modi, dunque, l’universalità dei temi che le sono cari. Il suo verso si sviluppa a partire dal suo pensiero su una superficie piana e levigata.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli