D. Masłowska
Prendi Tutto
traduzione di C. Borsani Ucci, Frassinelli, Milano 2004
(Recensione di Alessandro Ajres)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 256-258
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Frassinelli è stata la prima casa editrice europea, insieme con la francese Noir sur Blanc, a credere di poter esportare il testo di Dorota Masłowska al di là dei confini polacchi. Un’operazione certo coraggiosa, data la giovanissima età dell’autrice (19 anni al momento della prima stampa in Polonia) e la sua terra d’origine spesso tagliata fuori dalle rotte editoriali più battute dal nostro mercato librario. Né potevano bastare, a mo’ di garanzia, le 50000 copie vendute dall’opera in pochi mesi dalla sua comparsa in patria. Ebbene, oggi la scommessa può dirsi vinta senz’altro: il libro ha ottenuto un buon successo di pubblico e di critica in Francia come in Italia, ne sono uscite frattanto le versioni ceca, olandese, tedesca, ungherese e si sta preparando quella inglese; mentre in Polonia, dove la vendita media dei romanzi si attesta intorno alle 6000 unità per titolo, Prendi tutto ha largamente superato quota 120000.
Oltre che come best-seller, l’opera di Dorota Masłowska si tramanderà come manifesto della prima generazione polacca post-comunista, della Generacja Nic [Generazione Nulla], ovvero di quella che la stessa autrice ha definito: “una generazione perduta, allevata su un terreno poco fertile di materiali sintetici, che germoglierà di fiori ostentatamente di plastica”. Il ritratto della realtà giovanile che ella compie è dunque desolante, senza speranza, lo stesso che emerge talvolta dalle analisi di ambienti simili nel cosiddetto occidente. Dalle nostre parti, il problema sembra essere piuttosto l’accettazione dell’esistenza stessa di certi strati di popolazione. Tanto che, nella critica a Prendi tutto, molti giornalisti occidentali si sono intestarditi a indicare nell’Europa, nell’Unione Europea l’unica speranza per i giovani protagonisti del romanzo. Pare loro impossibile, insomma, che stia crescendo nel nostro continente una generazione contro a prescindere, contro le vecchie ideologie comuniste e contro l’occidente degli Stati Uniti, dei Mc Donald’s, ma anche delle istituzioni europee, fino al punto di passare oltre certi passaggi del libro. In esso si coglie tutta l’ironia di frasi come questa, a proposito di chi lascia la Polonia: “e non andrà in Occidente a fare carriera come segretaria o come attrice, perché nessuno lascia passare alla frontiera persone che tossiscono a quel modo, perché diffondono batteri, brutti mali che nell’Unione Europea non hanno diritto di esistere”; mentre due protagonisti della narrazione raccolti da Mc Donald’s si convincono l’un l’altro: “non si può permettere che Bruxelles ci prenda per il culo”.
Lo spettro di un’ampia fascia di ventenni nichilisti e alla consapevole ricerca dell’auto-distruzione, dunque, sta attraversando l’Europa attuale; a est, tali sentimenti paiono rafforzati dal pericolo comunista appena passato, ma ancora non percepito come superato, oltre che da quello rappresentato dall’occidente consumista di là da venire. Del resto, il titolo originale del libro di Dorota Masłowska è: Wojna polsko-ruska pod flagą biało-czerwoną [La guerra polacco-russa sotto la bandiera bianco-rossa]. Quello dell’infinita battaglia contro il vicino russo rappresenta il tormentone del testo, il contorno alle avventure di tutti i suoi protagonisti. Esso è una metafora creata per ritrarre l’impotenza delle masse che si agitano, come marionette, intorno a un pericolo senza approdare a nulla di concreto; ma è anche la denuncia nei confronti di un paese che continua ad accusare i fantasmi del passato, fino al punto di confezionarne un nemico invisibile, per giustificare i propri fallimenti. In ambito narrativo, ogni figura è pesata a seconda del proprio sentimento anti-russo, dato che nessuno oserebbe mostrarsi favorevole nei confronti degli oppressori di un tempo; la città immaginata per ospitare le gesta dei protagonisti pullula di bandiere bianco-rosse polacche, le sue case vengono dipinte di bianco-rosso per riaffermare l’identità degli abitanti, si festeggia in essa la Giornata Senza Russi; gli aspetti tragici della vita, le malattie infettive, i crimini stradali, le tombe, l’infelicità “sono tutte delle infami trovate dei russi”.
L’unico che, in rari momenti di lucidità, pare essere contrario alla diffusione dell’odio per i russi è il protagonista assoluto del romanzo, Andrzej Robakoski detto il Forte. Egli spende le proprie giornate alla ricerca di speed, sabbia o anfetamina che dir si voglia, o di qualcosa che possa almeno evitargli l’astinenza. In tanta disperazione, il sentimento che lo lega all’ex-fidanzata Magda è quel che gli conserva una dimensione umana. Le figure che lo circondano e ne condividono le abitudini, invece, hanno imboccato la strada senza ritorno del cinismo e dell’egoismo più biechi. Magda stessa, che pure dal Forte aspetta un figlio, lo umilia ripetutamente accusandolo di essere pro-russo e di sinistra, tradendolo con chi le fa più comodo per ottenere in cambio della droga; sotto allucinazione, inizialmente egli tenta di accoltellarla e poi di allontanarsene per sempre, ma l’affetto per lei torna a crescere prima della conclusione. Gli altri personaggi del racconto, quelli con un profilo ben delineato sono tutti femminili, condividono con Magda la stessa, esclusiva concentrazione su se stessi. Angela è un’anoressica dark impegnata contro le sofferenza degli animali, ma anche disposta a tutto pur di arrivare ad avere delle conoscenze altolocate e a diventare reginetta della Giornata Senza Russi; Natasza è una tossicomane lucida soltanto sotto l’effetto delle anfetamine, sfruttatrice e spietata con chiunque la circondi; Ala incarna la secchiona di buona famiglia chiusa a ogni tipo di esperienza e corteggiata dal Forte unicamente per sfida. Proprio Ala introduce l’ultima figura importante che si incontra nel testo, ovvero l’incaricata di raccogliere e stendere deposizioni all’interno del commissariato di polizia dove viene condotto il Forte con l’accusa, tra le altre, di “opportunismo pro-russo”. L’impiegata è l’alter-ego dell’autrice stessa: si chiama nello stesso modo, con la lieve differenza di Masłoska invece di Masłowska, ha la stessa storia alle spalle. Come l’autrice, ha vinto un concorso letterario e una nota rivista femminile ha pubblicato il suo diario: “tipo che ha vinto due anni fa ma l’hanno pubblicata molto più in là perché la precedenza era per un sacco di réclame urgenti”; come l’autrice, è stata bocciata alla maturità; come l’autrice, ha deciso di scrivere un libro su tutto il suo vissuto. Certo non immagina che, tra poco, sarà candidata alla vittoria dell’importantissimo premio Nike per la letteratura, le saranno dedicati vari siti internet, partirà un progetto per trarre un film dalla sua opera.
La presenza dell’autrice all’interno degli eventi narrati annuncia e accompagna l’epilogo del racconto. Il finale del testo è stato duramente criticato da più parti, anche in Polonia. L’overdose e la lunga, conclusiva allucinazione del Forte, cui si accavalla quella dell’impiegata Dorota Masłoska, è stato giudicato come passaggio narrativo troppo forte, troppo distante dagli eventi precedenti. L’impressione di molti critici, insomma, è che si vada perdendo il bandolo della matassa, che le ultime pagine siano uno stentato balbettio. In realtà, il libro va verso la sua fine naturale. In esso tutto è sempre preso tra realtà e finzione, tra essere e allucinazione. Lungi dal voler indicare un antidoto alla deriva inevitabile, l’autrice fa filtrare almeno il suo pensiero: l’allucinazione continuerà. Quella di chi ne ha fatta una scelta di vita, anzitutto, ma anche quella della gente comune. Attraverso la metafora della guerra polacco-russa, si introduce proprio questo concetto nel seguente passaggio: “la guerra polacco-russa è solo un fatto storico documentato oppure un insieme di pregiudizi circostanziali? Come si sta evolvendo l’allucinazione collettiva in riferimento alla lotta contro un nemico immaginario?”. Da una parte stanno coloro che subiscono passivamente le visioni imposte dal potere, coloro che inghiottono le pillole di murti-bing distribuite dalla classe dirigente senza batter ciglio; dall’altra sta chi ha deciso di vivere esclusivamente le proprie, di allucinazioni, e sostituirle a quelle del mondo esterno. La domanda non riguarda tanto la posizione da tenere, ossia quale delle due condotte sia preferibile, poiché nessuna lo è; la domanda è, piuttosto, se davvero non esista una terza via al cospetto di un panorama così desolante.
Al di là del messaggio introdotto, la vera forza del testo consiste nel linguaggio che adopera. Esso è teso a riprodurre quello proprio dell’universo descritto: errori scolastici elementari, espressioni gergali, triviali, idiomatiche si susseguono senza posa. Del resto, in una narrazione pressoché priva di fabula, azione e sviluppo, l’interesse di chi legge è catturato con forza dai termini che gli scorrono davanti. I dialoghi del libro sono effettivamente quelli che si sentono tra giovani di una cittadina polacca inclini a perdersi, così come tra quelli di una qualsiasi cittadina europea. L’autrice ha ammesso di aver preso spunto, per gli scambi di battute, da quelli ascoltati di persona seguendo il Grande fratello polacco; mentre un suo punto di riferimento linguistico risulta Helena Mniszkówna, scrittrice di romanzi piuttosto scadenti ma capace di usare moltissimi vocaboli, di deformarli in modo barocco. Da lei s’impara molto di più, secondo Dorota Masłowska, che non da un autore come Czesław Miłosz.
L’autrice di Prendi tutto lavora con abilità sulla poetica del sogno, nel caso specifico dell’allucinazione, e ne plasma il linguaggio secondo le sue necessità. Per tutto il testo, realtà e finzione-allucinazione si toccano e si mescolano anche in virtù del mantenimento della medesima cifra linguistica. La sua prosa varia soltanto in funzione del finale, liberandosi di elementi triviali e gergali eccessivi, spingendo avanti addirittura delle visioni idilliache e non più da incubo: “sul marciapiede abbiamo visto due ragazzini abbracciati, erano piccini e siamesi come patatine che rotolano fuori dal fuoco […] Due piccole divinità che passeggiano sul marciapiede, sposini sdentati, qui si dovrebbe erigere un tempio e tutte le preghiere innalzate, tutte le domande poste e i desideri espressi in questo luogo si avvererebbero”. L’illusione in un futuro di speranza svanisce ben presto: “e guarda attentamente la parete. Ecco, era stata appena pitturata, sono arrivati dei ragazzacci e hanno scritto: SATANA”. La spiegazione di un finale complesso, preso tra tensione al miglioramento e brusco risveglio rispetto alla possibilità che si realizzi davvero, nonché dei mezzi linguistici utilizzati per accompagnarlo viene brillantemente fornita da Marek Zaleski, critico e storico letterario: “la prosa termina con una coda scritta in maniera del tutto diversa, con un linguaggio parimenti magnifico dal punto di vista letterario, che rappresenta una fuga dal mondo del racconto. Ma anche una fuga disperata verso una vita ‘vera’: verso nessun luogo”. Una vita “vera” non è più possibile in nessun luogo, tutto è ormai corrotto; non resta che ritirarsi nella realtà allucinata descritta nel testo e in essa scegliere la propria strada.
Le trappole linguistiche disseminate in ogni punto del libro vengono affrontate, e superate, in maniera convincente da parte del traduttore. Questi rende comprensibili alla nostra realtà varie espressioni gergali e idiomatiche; aiuta le capacità del lettore italiano sino al punto di usare i titoli di trasmissioni televisive nostrane, La prova del cuoco e C’è posta per te, per tradurre quelli di analoghi programmi polacchi. Come è giusto riconoscere i meriti di Frassinelli per aver creduto nelle possibilità del testo di Dorota Masłowska e riconoscere i meriti al traduttore, bisogna avanzare una critica per quanto concerne il titolo in versione italiana. Quelli utilizzati nel resto d’Europa che pure ha pubblicato il libro, infatti, paiono più azzeccati. Il francese Polococktail party, quelli di prossima pubblicazione tedesca Schneeweiß und Russenrot e l’equivalente inglese Snow white and Russian Red rendono almeno un’atmosfera o sono più conformi all’originale. Prendi tutto, invece, ben distante da rappresentare una traduzione letteraria si addice poco anche al tentativo di trasmettere un messaggio. Quella descritta nel libro è una gioventù, una società in generale che, anche messa nelle condizioni di farlo, non sarebbe in grado di prendersi alcunché. A parte la droga. La traccia che viene fornita al potenziale lettore, insomma, risulta molto fuorviante. Una buona occasione per rifarsi potrebbe essere il prossimo romanzo in uscita di Dorota Masłowska, Diable Tory Supermarket.

 
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