Storia della letteratura polacca
a cura di L. Marinelli, Einaudi, Torino 2004
(Recensione di Alessandro Ajres)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 311-313
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Dopo un lungo periodo di suddivisione e organizzazione del lavoro, è finalmente uscito per Einaudi il volume destinato a crescere le future generazioni di polonisti italiani. Si tratta della Storia della letteratura polacca, prodotto degli interventi di dieci tra i più giovani esperti in materia assemblati con metodo da Luigi Marinelli. Ricercando costantemente la corrispondenza tra un determinato periodo/argomento e il suo studioso italiano più accreditato, il testo evita in ogni parte di scivolare al di sotto di un elevato livello scientifico. Le molte voci al suo interno e una puntuale presenza critica, inoltre, permettono di arginare il rischio di un’eccessiva soggettività nel campo dei criteri di selezione. In imprese letterarie di questo genere, tale difetto accompagna soprattutto le stesure a opera di un unico autore. Si pensi alla Storia della letteratura polacca di Czesław Miłosz, volume tradotto in Italia nel 1983 e per vent’anni testo pressoché obbligatorio d’esame, “la cui lucida e brillante esposizione si faceva però un po’ troppo personale e meno affidabile proprio nell’ultima parte, riguardante gli scrittori e le opere del dopoguerra”.
L’opera curata da Marinelli, dal canto suo, punta molto sulla letteratura e la critica più recenti per conservare una lunga fruibilità. Non a caso, il capitolo di Silvano De Fanti “Dal 1956 al nuovo secolo” si rivela il più cospicuo del volume. Per quanto riguarda la poesia, Herbert e Szymborska vengono giustamente trattati come dei classici: si bada assai più alle loro tematiche e al loro stile che a riportarne i versi come fa Miłosz, in misura persino eccessiva. Si affrontano lungamente le biografie e le produzioni letterarie di Różewicz e Miłosz stesso, di cui viene inquadrata storicamente l’assegnazione del Premio Nobel nel 1980, così come si dà ampio spazio ai rappresentanti della Nowa Fala. Attraverso l’elencazione posta all’inizio del capitolo di otto caratteri principali, De Fanti segue l’evoluzione della prosa nel secondo dopoguerra e sino ai giorni nostri: dalla “prosa della memoria” al fenomeno delle scrittrici nate negli anni Sessanta come Olga Tokarczuk, Manuela Gretkowska, Zyta Rudzka, Izabela Filipiak. Agli autori con buon riscontro editoriale anche nel nostro Paese viene data particolare rilevanza, peraltro del tutto meritata: è il caso di Kazimierz Brandys, Gustaw Herling-Grudziński, Andrzej Stasiuk. Importanti e numerosi i riferimenti a fenomeni artistici riguardanti l’intera collettività polacca, non soltanto le sue èlites intellettuali: De Fanti cita ad esempio l’esplosione della mania per i romanzi latino-americani, il concerto dei Rolling Stones a Varsavia nel 1967; mentre nel capitolo “1939-1956” Marcello Piacentini non si fa scrupoli a citare “il dramma d’esordio del futuro pontefice Hiob [Giobbe, 1940]”. Si tratta di inclinazioni ed eventi riportati nel testo per il forte impatto che provocano o provocheranno sulla società, per iniziare a cogliere i passaggi salienti di un’epoca che stentiamo a ritenere chiusa e facilitare così il compito agli studiosi del futuro.
Tale “smania” di contemporaneità non si coglie soltanto nella cura riservata alla letteratura dei giorni nostri, ma assai più nel reperimento e nella citazione delle fonti critiche. Per ogni argomento, infatti, vengono riportati stralci degli studi significativi più recenti. Sotto questo aspetto, il volume in questione supera di gran lunga quello di Miłosz, piuttosto restio a riportare il parere dei critici o troppo legato ad alcuni tra essi (come Backvis per il caso del teatro di Kochanowski e del XVI secolo in genere); ma esso migliora anche l’apparato critico di un’opera cui somiglia parecchio, ovvero la Storia della letteratura polacca di Marina Bersano-Begey, se non altro perché si avvantaggia di un ritardo di cinquant’anni. I due testi sono paragonabili per rigore e organizzazione scientifica, ma soprattutto per un enorme lavoro sulle fonti. Marina Bersano-Begey riporta in bibliografia, oltre alle opere cui si rifà per tracciare il suo profilo della letteratura polacca e a quelle che cita direttamente, anche i libri tradotti in italiano riguardanti il periodo trattato, siano essi antologie o romanzi o raccolte poetiche. Dal canto suo, il volume a cura di Marinelli si lascia preferire per l’esiguo numero di citazioni da poesie o romanzi e per la robusta presenza di eminenti pareri critici. Tale capovolgimento del baricentro va a tutto vantaggio della fluidità e la scorrevolezza dell’opera: nel caso della Bersano-Begey come di Miłosz, infatti, troppo spesso le parti citate restano slegate dal contesto narrativo generale, creando un distacco nel lettore. Riferimenti critici ben calibrati, invece, aiutano il lettore a rimanere nel testo, contribuendo a rafforzare l’idea che l’autore vuole comunicargli. Le citazioni di studiosi italiani all’interno dell’opera organizzata da Marinelli, pur tradendo il percorso formativo di chi ne fa ricorso, sono piuttosto esigue e comunque sempre giustificate dal contesto in cui si trovano, senza scadere nell’omaggio alla corrispettiva parrocchia.
Questo volume, oltre a puntare decisamente sulle opere e la critica più recente, apporta ulteriori novità rispetto a quelli che l’hanno preceduto in Italia. Si nota anzitutto un notevole ampliamento dello studio sul periodo medioevale nel capitolo “Dalle origini all’Umanesimo” di Marcello Piacentini. Una fase soltanto sfiorata da altre opere di questo genere, soprattutto per una difficoltà di reperimento delle fonti, viene qui approfondita con scrupolo. Nell’ambito del suo studio viene ripresa una suddivisione già adoperata da Miłosz tra medioevo e tardo medioevo del XV secolo: “più di una considerazione induce a trattare a parte il XV secolo: nessuna però motivata in un modo o nell’altro dalla poetica generale del periodo”. Di Miłosz si sente una leggera mancanza per la netta separazione che egli mantiene tra letteratura in polacco e letteratura in latino nei capitoli dedicati ai periodi in cui le due lingue coesistono. Evitando i pericoli di una suddivisione di questo tipo, talvolta effettivamente troppo rigida, il lettore rischia d’altro canto di rimanere in preda al dubbio circa la lingua dell’opera trattata.
Un’altra novità è la scelta di legare saldamente il Cinquecento polacco, soprattutto la sua seconda parte fino all’inizio del secolo successivo, all’Italia e al Rinascimento. Un periodo indicato di solito come “secolo d’oro” viene trattato da Andrea Ceccherelli nel capitolo intitolato, appunto, “Il Rinascimento”. Al suo interno risultano piuttosto interessanti la ripartizione di tale fase storica in quattro momenti e, poco più avanti, quella riguardante la prosa narrativa del periodo in sei tipologie generali. Questo ricorso alla selezione e allo schema, che Ceccherelli utilizzerà anche nel capitolo sulla Giovane Polonia per i temi delle liriche di Tetmajer, le epoche letterarie dell’opera di Staff e i cicli dei drammi di Wyspiański, semplificherà la vita di molti studenti.
Nel capitolo su “Il Settecento e l’illuminismo”, Marinelli affronta lungamente il problema della periodizzazione dell’epoca trattata. Egli mette in risalto come non vi sia ancora una coincidenza critica sull’inizio dell’illuminismo, mentre l’insurrezione del 1830-31 rappresenta la sua data-limite un po’ per tutti gli studiosi; dal canto suo, Marinelli insiste molto sul 1795 e poi sul 1918, anni della spartizione e della ritrovata indipendenza polacca, come momenti cruciali di quel Paese. In proposito, è assai significativa la presenza di un capitolo intitolato “1795-1830” a cura di Emiliano Ranocchi. Questi contribuisce a uscire dall’equivoco di Malczewski, Goszczyński e Zaleski come rappresentanti della “scuola ucraina”: egli propone di sostituire tale definizione, che l’opera di Marina Bersano-Begey ha ampiamente diffuso, con la sigla “Za-Go-Gra”. Francamente inatteso, anche se non per questo mal sfruttato, il grande spazio riservato a Antoni Malczewski, giustificato così da Ranocchi in chiusura di capitolo: “viene spontaneo chiedersi, se il volto del romanticismo polacco avrebbe potuto essere differente, qualora Malczewski non fosse morto così giovane”.
Al contrario di Ranocchi, Matilde Spadaro sfrutta un’intuizione di Bersano-Begey per affrontare il capitolo interamente dedicato ad Adam Mickiewicz. Come l’una aveva riservato molte pagine a “Vilna e Ucraina” e agli artisti che si muovevano nei dintorni, questa dedica i paragrafi del suo studio a ciascuna delle città toccate da Mickiewicz nella sua emigrazione forzata. Tale scelta risulta convincente, poiché mette in risalto, prima di tutto, la condizione di esule e inquadra immediatamente al lettore il contesto della narrazione. Interessante, subito dopo, la questione sollevata da Luca Bernardini se in Polonia sia esistita una letteratura positivista. Egli risponde alla questione sostenendo che bisognerebbe parlare di letteratura dell’età positivista, e non già di letteratura positivista; mentre il capitolo dedicato grosso modo alla seconda metà dell’Ottocento termina con Conrad, “England’s Polish Genius”. L’idea di inserire questa Storia della letteratura polacca nella cornice delle letterature europee, del resto, fa capolino sin dalla “Prefazione” del volume. Certi legami vengono sottolineati, o almeno non si fa nulla per tenerli nascosti. Allo stesso modo, si contesta la differenza tra letterature maggiori e minori. Marinelli lo fa con caustica ironia accostando il “flusso di coscienza” della gawęda a quello di James Joyce: “Ma, si sa, le letterature ‘minori’ sono tali proprio perché esistono le ‘maggiori’, e la gawęda della szlachta polacca seicentesca con i monologhi interiori e con il ‘sapere universale in forma frammentaria e travisata’ (M. Praz) nei capolavori del ‘gesuitico’ James Joyce, a noi, oggi, non sembra avere proprio nulla in comune”.
Un’ultima segnalazione per il bellissimo capitolo redatto da Laura Quercioli-Mincer sulla “Letteratura yiddish ed ebraico-polacca”, che potrebbe vivere di vita propria anche al di fuori del contesto di questo volume. Partendo dal presupposto che l’identità polacca sia anche un’identità ebraica, Quercioli-Mincer fa delle riflessioni molto importanti, destinate a legare saldamente queste due “anime” nell’interpretazione del lettore. Si legge che è stato “proprio l’ebraismo polacco a determinare in maniera decisiva, nel bene e nel male, il profilo culturale e religioso dell’ebraismo mondiale e, in seguito, a delineare i modelli culturali dello Stato d’Israele, almeno nei primi anni di esistenza di questo paese”; mentre da un punto di vista artistico, la letteratura polacca sugli Ebrei viene accostata e fatta rivaleggiare con quella yiddish o addirittura israeliana. Le pagine di Laura Quercioli-Mincer evocano la presenza di poesie e brani antologici a completarle, così come un po’ tutta l’opera curata da Marinelli. La scarsa presenza di citazioni tratte da fonti artistiche dirette potrebbe essere, oltre a una valida scelta redazionale, anche una buona scusa per ringiovanire le raccolte antologiche italiane, nel frattempo molto invecchiate.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli