M. Patricelli
Le lance di cartone. Come la Polonia portò l'Europa alla guerra
Utet, Torino 2004
(Recensione di Alessandro Ajres)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 262-264
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Il testo di Marco Patricelli rompe finalmente un silenzio imbarazzante nell’ambito degli studi storici italiani, ovvero quello intorno alla Polonia e al suo ruolo negli anni che anticipano e scatenano la seconda guerra mondiale. Basti pensare che la bibliografia italiana utilizzata per la stesura del volume, salvo qualche articolo apparso sui quotidiani in occasioni commemorative, risale spesso agli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso. Chiunque volesse sapere qualcosa in più sull’argomento, insomma, d’ora in avanti potrà evitare di ricorrere a testi in inglese (N. Davies, God’s Playground. A history of Poland), o di affidarsi a opere rese in italiano, sì, ma di inquadramento storico più ampio (A.J.P. Taylor, Le origini della seconda guerra mondiale). Si troverà al cospetto di un libro molto ben documentato, scritto in maniera chiara e convincente, che ha l'ulteriore merito di guardare alla realtà polacca negli anni tra le due guerre come al risultato delle sofferenze e delle spartizioni precedenti. A questo argomento, Patricelli dedica l’intera “Premessa” e buona parte del primo capitolo (“La riunificazione”): nelle pagine iniziali si fa riferimento, con tanto di cartine esplicative, alle suddivisioni del 1772, 1793 e 1795, quindi alle sollevazioni dell’Ottocento e ai fatti della prima guerra mondiale, in cui soldati polacchi si trovano a combattere contemporaneamente su tutti i fronti.
Sebbene l’opera non introduca nuove interpretazioni, ricostruisce con scrupolo la successione degli eventi che analizza e ne chiarisce cause e conseguenze. Lo studio vero e proprio inizia con la proclamazione del rinato stato polacco, l'1 novembre del 1918, e le “risse da pigmei” che ne accompagnano i primi passi. Viene poi sottolineato il ruolo del trattato di Versailles negli sviluppi degli anni a venire: esso restituisce infatti alla Polonia la propria dignità di stato sovrano e indipendente, ma non pone alcuna premessa per una sua sopravvivenza solida, duratura e autonoma rispetto alla politica delle altre potenze. Nei rapporti con le nazioni confinanti, si dà logicamente conto della guerra con la Russia e del suo epilogo durante il cosiddetto “miracolo della Vistola”; ma l’autore dedica ampio spazio anche alle iniziative della resistenza ucraina, alla diatriba coi cechi per la regione dell’Alta Slesia e per il territorio di Teschen, alla questione di Vilnius, sino alla sua annessione al territorio polacco (1923) e oltre, e infine al problema di Danzica, città libera. Lo sguardo contemporaneo sulla situazione interna, quella che coinvolge i territori vicini e quella europea in generale si rivela una cifra specifica del testo, che dal dosaggio e dalla mescolanza di questi riferimenti trae grande forza esplicativa. Il colpo di stato di Piłsudski (12 maggio 1926), la politica di sanacja fino alla morte del Maresciallo e al regime dei colonnelli ricostruiscono il quadro storico insieme all’approfondimento del problema delle minoranze, al pericolo revanscista che proviene dalla Germania, alle conseguenze degli accordi di Locarno e al rafforzamento del potere di Hitler. Il tentativo del ministro degli Esteri Józef Beck di fare della Polonia uno stato in perenne equilibrio tra Germania e Unione Sovietica rivela tutta la sua precarietà proprio nel contesto della descrizione dei rapporti politici internazionali: i tedeschi reputano infatti l’esistenza dello stato polacco come intollerabile e incompatibile per la loro stessa sopravvivenza, i Russi sono ben determinati a rivedere i confini stabiliti dalla pace di Riga. Del tutto illuminante risulta anche la ripresa di una teoria di Taylor, che identifica nella disunione tra polacchi e cechi la base del successo nazista: l’unità slava non si realizza per le tensioni Polonia-Unione sovietica e si incrina definitivamente nei giorni che seguono la conferenza di Monaco, quando l’esercito polacco occupa la regione di Teschen sulla tracce dei tedeschi che entrano nei Sudeti.
La seconda parte del libro, “Verso la catastrofe”, descrive con ammirevole precisione gli attimi immediatamente precedenti il conflitto e l’inizio degli eventi bellici. Si segue passo dopo passo la preparazione da parte della Germania nazista della “soluzione globale”, imperniata sulla richiesta della restituzione di Danzica. Si dà conto della guerra mediatica con cui la stampa fomenta l’una e l’altra fazione nel territorio della città libera sul Baltico, un vero e proprio “crescendo rossiniano”, soprattutto da parte tedesca. Tenendo lo spettro sempre molto ampio, viene fatto notare come la garanzia che l’Inghilterra offre alla Polonia e alla sua indipendenza politica spinga definitivamente Hitler sulla strada del conflitto. Nel dittatore tedesco si rafforza il convincimento di essere accerchiato dai nemici e, inoltre, egli imputa all’Inghilterra l’alterigia dei polacchi che non vogliono cedere sulla questione-Danzica. I giorni tra il 20 e il 26 agosto 1939 sono ricostruiti meticolosamente sino alle firme poste sul patto Ribbentrop-Molotov; d’altro canto, è ricostruito con grande attenzione l'eccesso di stima che i Polacchi hanno dei propri mezzi (“Marceremo su Berlino!”), la loro sicurezza che alla fine Hitler avrebbe rinunciato ad affidarsi alle armi, la convinzione che con i tedeschi come eventuali occupanti la libertà sarebbe andata perduta, ma che sotto il regime sovietico l’anima stessa della nazione sarebbe scomparsa per sempre.
Immediatamente prima e subito dopo l'1 settembre del 1939, Patricelli analizza il susseguirsi dei fatti bellici con cadenza quotidiana. I sedici punti stilati e proposti dalla Germania alla Polonia sul finire di agosto vengono effettivamente descritti come tentativo nazista di far credere ancora alla possibilità di una soluzione diplomatica, alla Polonia e a tutta l’Europa; il casus belli scatenato dall’“operazione Tannenberg”, e affidato alle SS, viene ricostruito nei particolari delle uniformi polacche indossate dai soldati tedeschi per far cadere sul nemico la responsabilità dell’assalto alla stazione radio di Gliwice (Gleiwitz). Alcune tabelle approfondiscono i dati degli scontri aerei, delle perdite dell’una e dell’altra parte, nonché i numeri delle brigate di cavalleria polacca e di armate tedesche disposte sullo scenario di guerra. Ne risulta l’immagine di una Polonia “gigante di cartapesta” dal punto di vista militare, per nulla sostenuta da una strategia precisa da opporre alla “guerra lampo” dei tedeschi e legata all’attesa (vana) di un intervento da occidente. Al contempo, si sottolinea lo strenuo coraggio dei soldati polacchi che combattono pur senza l’illusione di una speranza. Viene descritto l’assedio e la successiva presa di Varsavia, l’avanzata dei russi da est; intanto, si ricostruisce la fuga delle autorità polacche in Romania, che avrebbe fatto dire a Churchill: “i polacchi sono i più coraggiosi tra i coraggiosi, guidati dai più vili tra i vili”.
Dopo la caduta di Varsavia, dove le truppe tedesche sfilano in parata il 5 ottobre 1939, l’attenzione dell’autore si sposta sulla liberazione dei prigionieri polacchi detenuti nei gulag, quindi sul massacro di Katyn, sull’apporto che i soldati dell’“aquila bianca” continueranno a fornire alle potenze occidentali nel corso della guerra. In particolare, dalle prime pagine sino all’“Epilogo”, Patricelli segue con attenzione le vicende di Enigma, una macchina utilizzata dai Tedeschi per trasmettere codici militari fino ad allora impossibili da decrittare. I casi legati ad Enigma, l’assemblaggio di un gruppo di matematici di Poznań che se ne occupi e che nel gennaio 1933 riesce effettivamente a portare alla luce il primo messaggio tedesco, rappresentano un po’ il filo conduttore del testo. Supportato dalla veridicità dei fatti che espone, il racconto delle storie personali degli scienziati che si muovono intorno ad Enigma assume talvolta il ritmo della spy-story e rende il testo affascinante anche al lettore comune. Esso ha il merito, inoltre, di gettare una luce più intensa sul contributo che i Polacchi offrono alla causa bellica: andando ad allargare le fila degli esperti inglesi, il gruppo di Poznań aiuterà a decifrare moltissime istruzioni militari naziste. Le sue imprese, riconosciute in forma ufficiale solo di recente dalle autorità britanniche, si accompagnano a quelle della battaglia di Monte Cassino, alle gesta dei piloti polacchi nei cieli inglesi sotto l’egida della RAF. Il libro lascia quindi l’impressione che da lontano i polacchi abbiano saputo prendersi quelle soddisfazioni militari che in patria si erano rivelate impossibili per una pessima gestione delle risorse economiche, diplomatiche e strategiche. Entrambi i momenti, quello delle dissennatezze interne e quello degli atti eroici al di là dei confini natali, sono resi con estrema lucidità nel testo; sul primo si stende l’ombra lunga di una classe politica assolutamente incapace, mentre l’altro non è che la trasposizione di un coraggio che anche nei momenti più bui dell’oppressione nazista non viene mai a mancare ai polacchi rimasti in patria.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli