A. Kurkov
L'angelo del Caucaso
traduzione di C. Moroni, Garzanti, Milano 2003
(Recensione di Agnese Accattoli)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 293-294
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È accattivante la prima parte di questo giallo di Kurkov, che unisce in un amalgama curioso un’indagine filologica sulle tracce del poeta nazionale ucraino Ševčenko con ingredienti decisamente più frizzanti: viaggi psichedelici, riesumazione di cadaveri, spionaggi e depistaggi, sullo sfondo del sempre suggestivo binomio mafia/servizi.
Il protagonista Kolja, un russo residente a Kiev, è un uomo superfluo dei nostri giorni che ha la ventura di imbattersi, rovistando tra gli oggetti del suo nuovo appartamento, in un manoscritto misterioso. Kolja intuisce che si tratta di un percorso cifrato che conduce a un tesoro di inestimabile valore e, fiutato il guadagno, si mette alla ricerca di indizi utili a interpretare la mappa. L’indagine lo porta a dissotterrare un cadavere dalla sua fossa e a frugare nella vita di personaggi vissuti in passati più o meno remoti. Contemporaneamente, la tranquilla esistenza del giovane è sconvolta da una serie di eventi inspiegabili e insidiata da presenze minacciose, che lo inducono a lasciare Kiev.
Kolja, intimorito ma determinato a proseguire la sua ricerca, si mette in viaggio verso il luogo presunto del tesoro, la penisola del Mangyšlak in Kazakistan, dove un tempo sorgeva la fortezza di Novopetrovsk e dove a metà dell’Ottocento il poeta Taras Ševčenko era stato inviato a prestare servizio in seguito a una condanna. Lì deve trovarsi un oggetto sotterrato dallo scrittore e mai dissepolto, lì intende arrivare Kolja dopo aver attraversato il Caspio e il deserto. Si noti che il buon Kolja non è sospinto da alcun genere di ideale, orgoglio patriottico o curiosità storica, spera solo che il tesoro sia abbastanza sostanzioso da meritargli una lauta ricompensa al suo ritorno a Kiev.
La prima parte del viaggio si svolge in treno fino ad Astrachan, poi a bordo di una fabbrica galleggiante di pesce attraverso il Volga e il Caspio, infine su un peschereccio che raggiunge il deserto kazako, dove Kolja, stremato dal caldo e dalla sete, perde i sensi dopo due giorni di cammino. Qui accade l’inverosimile: salvato da un cammello, sarà curato e ospitato da un nomade che, al momento di congedarlo, gli lascerà in dono la sua bellissima figliola, Gulja. E viene da pensare che l’angelo del Caucaso sia lei, se nonché siamo solo all’inizio (e non siamo più in Caucaso), e i due improbabili fidanzati incontreranno presto un’altra coppia, Petr e Galja, militanti del partito nazionalista ucraino, che, dapprima ostili, si uniranno a loro nella ricerca dello stesso tesoro. Tesoro che, evidentemente, interessa anche polizia, servizi segreti russi e ucraini, narcotrafficanti e malintenzionati di varia natura, che si alternano in exploit e agguati ai danni dei quattro giovani in un susseguirsi di colpi di scena a bassa intensità che sembra non avere mai fine.
Il ritmo della narrazione, che vorrebbe essere concitato, risulta invece monotono e l’intrigo così fitto che è impossibile seguirne la logica. Come se non bastasse a scoraggiare il lettore, che non è neanche a metà volume, l’indagine ha una svolta mistica, e il tesoro viene perso di vista o, meglio, sembra smaterializzarsi in una forza spirituale. Il fanatismo filologico-nazionalista e gli affari sporchi dei servizi segreti si colorano improvvisamente di tinte New Age e, complice il caldo del deserto, i personaggi sono vittime di una sorta di psicosi collettiva. Se si arriva fino in fondo al volume, ci si chiede cosa abbia spinto l’autore a infarcire con tanto accanimento le pagine centrali, con l’unico risultato di far cadere completamente la suspense, mortificando un intreccio che sembrava promettente. Nello sforzo di rintracciare una chiave di lettura nel romanzo, senza per altro aver capito cosa o chi sia l’angelo del Caucaso, sono arrivata a questa conclusione: la ricerca del tesoro ha un senso diverso per ciascun personaggio, e il tesoro stesso, alla fine, non sarà uno per tutti.
Va detto, per completezza, che il protagonista torna con la sua bella nell’appartamento di Kiev apparentemente senza alcun tesoro tra le mani. Nel frattempo è stato arruolato come collaboratore occasionale dei servizi segreti, attività magari non pulitissima ed esente da rischi, ma che gli consentirà di vivere in ozio e abbondanza. È lecito chiedersi, a questo punto, quale sia il tesoro per Kolja, protagonista e narratore di questa vicenda mirabolante. Senza dubbio si tratta della sua donna, la “sua” bellissima donna, regalo del padre di lei. Va detto che il rapporto di Kolja con tutte le donne del romanzo è di passiva contemplazione e quando il giovane si ritrova, senza una ragione al mondo, accanto a questo splendido esemplare di accondiscendente femmina asiatica, si chiede cosa abbia mai fatto per meritarla. E ce lo chiediamo anche noi, visto che il giovanotto sembrerebbe assolutamente privo di attrattive e semmai così svampito da rasentare l’idiotismo. Il superfluo vivere di Kolja trova il suo senso in questo sensuale “regalo” del deserto, che lo salva spesso da morte sicura, lo serve con silenziosa abnegazione e gli fa finalmente intravedere una felicità futura.
La donna è il simbolo della vita, della felicità e anche della Patria, è questo il tormentone del romanzo, enunciato nelle pagine iniziali da citazioni di manoscritti datati, e confermato in quelle successive dalle strane vicende vissute dal protagonista. Ed è sbalorditivo il candore con cui l’autore, nell’illustrare questa sua originalissima idea, fa sfoggio di un maschilismo viscerale e spensierato, snocciolato a ogni piè sospinto senza la minima preoccupazione di dissimularlo o attenuarlo. L’ingenuo e discutibile sentimento di Kurkov è interpretato magistralmente dai due personaggi maschili, seguiti come da due ombre dalle “loro donne” Gulja e Galja (che fantasia!), entrambe straordinariamente sexy, efficienti e soprattutto capaci di starsene zitte in un angolo. Anche nelle situazioni più off limits che le due coppie si trovano a fronteggiare quotidianamente nel loro viaggio rocambolesco – legate mani e piedi nel bel mezzo del deserto kazako o in corsa sul tetto di un treno merci azerbajgiano – è sorprendente costatare come i ruoli si distinguano con tanta rassicurante spontaneità quando è ora di preparare il pranzo o di riporre la biancheria.
Forse Kurkov voleva raccontarci semplicemente che, dopo mille peripezie, un uomo mediocre, senza interessi e senza morale scopre che il senso della propria vita sta tutto nell’amore di una donna. Ma rischia di aver dato a quello che doveva essere forse l’aspetto più alto della sua storia un tono così sgradevole da rendere indigesto tutto il suo lungo romanzo.

 
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