Ricordo di Maksim Il’ič Šapir (25.08.1962 – 03.08.2006)
Nel maggio del 2004 fu invitato a tenere un seminario, al dipartimento di studi slavi di Villa Mirafiori, un docente di Mosca. Si presentò un personaggio singolare con una lunga barba e i capelli un po’ all’insù, per aspetto e modi di fare molto diverso dall’immagine del professore che abbiamo qui in Italia. L’espressione sorridente e un certo atteggiamento di compiacenza, quasi fosse emozionato di tenere una lezione a una decina di dottorandi italiani, tradivano una grande voglia di comunicare, di essere ascoltato e capito. Così appariva ai suoi ascoltatori il prof. Maksim Il’ič Šapir, filologo, metricista e critico letterario.
Da quel giorno ho avuto più volte il piacere di incontrare Maksim Il’ič, sia in Italia, che in Russia. L’ultimo nostro incontro moscovita è avvenuto per caso, in una sala della “Leninka”, la biblioteca centrale della città; all’augurio di un prossimo incontro a Roma, mi rispose di non essere sicuro che l’anno successivo sarebbe stato ancora a questo mondo. Nonostante i suoi timori l’anno dopo ci siamo effettivamente rivisti, ma quell’incontro fu una specie di addio.
Lascio a persone più competenti di me e più vicine al prof. Šapir il compito di presentare il suo contributo scientifico agli studi filologici, sia teorici che di critica letteraria (ad esempio il ricordo di M.V. Akimova: http://www.imk.msu.ru/russian/akimova_msh.htm).
Maksim Il’ič Šapir non ha scritto molto. Per lo meno non quanto farebbe pensare la sua straordinaria abnegazione, che lo portava a non risparmiarsi né fisicamente né intellettualmente (tra le ragioni della sua prematura scomparsa). A fronte di un numero effettivamente notevole di articoli e recensioni, esiste un solo volume che reca il suo nome come unico autore (Universum versus: Jazyk, stich, smysl v russkoj poezii XVIII-XX vekov, Vol. I, Mosca 2000), una raccolta di articoli scritti nel corso del ventennio precedente. Egli considerava la sua opera più importante l’edizione critica di Metodologija točnogo literaturovedenija: Izbrannye trudy po teorii literatury, di B.I. Jarcho (Mosca 2006), frutto di un lavoro durato oltre quindici anni. Maksim Il’ič salda qui il debito storico con uno studioso ingiustamente dimenticato e oscurato da figure più appariscenti, ma meno geniali. La riedizione (e in parte edizione) dei testi di Jarcho rientra nella tendenza generale della critica odierna a rivalutare la tradizione degli studi prerivoluzionari, con una significativa differenza: egli non recupera quelle opere che corrispondono al proprio punto di vista, ma rende accessibile a tutti l’eredità di uno studioso a cui egli sa di dovere molto.
È difficile capire che cosa abbia perso la scienza con la scomparsa del prof. Šapir. Rimane forte l’impressione che egli fosse esattamente “l’uomo giusto” per la scienza letteraria russa (e non solo). Nel lontano 1930, il filosofo russo G.P. Fedotov parlava della perdita del valore della parola nell’Unione Sovietica di Stalin, la perdita della percezione che ciascuno è responsabile di ciò che dice e di ciò che scrive. L’inflazione della parola è nettamente percepibile nella gran parte dei filologi russi della seconda metà del Novecento, una specie di peccato originale che si sono portati dietro quasi tutti i rappresentanti di quella generazione. Il prof. Šapir non apparteneva a quella generazione, e non solo anagraficamente. La sua figura rimanda infatti a un’altra tradizione, quella di fine XIX-inizio XX secolo, una tradizione che aspirava a dare delle basi teoriche rigorose allo studio della letteratura. Non avendo avuto ancora il coraggio di cimentarmi con le opere di Jarcho, il nome che mi sorge spontaneo alla mente è quello di A.N. Veselovskij, colui che pose le basi per il metodo formale e l’analisi morfologica del testo. Maksim Il’ič dimostrava tutto ciò che scriveva e non scriveva ciò che non poteva dimostrare. La sua scomparsa, poco prima del suo quarantaquattresimo compleanno, rappresenta per la scienza una tragedia forse più grave di quella dei tanti grandi studiosi che ci hanno lasciato in questi ultimi anni, sazi di giorni e di pubblicazioni. Qualcuno ha chiamato Maksim Il’ič Šapir l’ultimo romantico fautore della critica letteraria come scienza esatta. Ma egli era ben consapevole dei limiti dell’applicazione dei metodi statistici e matematici nelle discipline umanistiche. Sarebbe più appropriato dire che, secondo Maksim Il’ič, non solo lo scienziato, ma anche il filologo è tenuto a mostrare e dimostrare ciò che dice.
Mi ricordo con quale insistenza egli ci spiegò che le scienze esatte offrono un ottimo strumento per l’analisi del testo, ma non possono sostituire il lavoro del filologo; un’insistenza che mi parve perfino eccessiva, considerando la diffidenza con cui in Italia viene visto l’utilizzo di metodi scientifici e statistici negli studi umanistici. Ma l’autentico studioso è il primo critico di se stesso e il prof. Šapir era un ottimo critico. Per questo era difficile provare a confutare le sue affermazioni: aveva sempre una risposta pronta alle domande e obiezioni che gli venivano poste. Non per una capacità sofistica di difesa dalle critiche, ma perché quelle stesse questioni lui se le era già poste in precedenza e le sue affermazioni erano frutto della risposta a quegli interrogativi.
Maksim Il’ič era una di quelle persone verso cui si percepisce la propria inadeguatezza intellettuale. Eppure era disposto a cogliere stimoli interessanti da chiunque, così come non esitava a criticare i più illustri colleghi, del presente, come del passato: non è importante chi dice che cosa, ma che cosa si dice. È questo uno dei più importanti insegnamenti che ho appreso da lui.
Maksim Il’ič Šapir era un autentico “filologo”, un vero “amante del logos”, ogni parola dei suoi scritti è frutto di una ponderata riflessione. I suoi testi indicano un metodo, un modo di pensare e di scrivere. È questo il suo testamento intellettuale.
















 
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