Il musicista sfortunato.
Vedi Leopoli e poi muori (Una storia dell'Europa orientale)
[Racconto]
Fino dalla più tenera età egli mostrò una vera e propria predilezione per la musica. Era un vero e proprio talento naturale. Gli riusciva naturale suonare tutti gli strumenti che aveva a disposizione. I genitori, che non erano affatto abbienti, notarono le predisposizioni del figlio e la sua passione per la musica e fecero rimettere a posto un vecchio pianoforte di un parente, che cadeva a pezzi. Gli sforzi dei genitori riuscirono a procurare al figlio il principe di tutti gli strumenti, con la tastiera di tutti i sogni, le corde dell'anima e i pedali dell'immensità. Effettivamente al bimbo si aprirono nuovi orizzonti del tutto sconosciuti fino a quel momento. Egli stesso scoprì delle possibilità in se stesso delle quali fino a quel momento non si sarebbe potuto neanche immaginare.
Con immensi sacrifici venne assoldato il "maestro", noto per la sua predilezione per la cioccolata e per la giacca rammendata, con le pezze e spesso unta. Nel paese lo conoscevano tutti. Malgrado il suo aspetto trasandato e piuttosto misero, poteva vantare alcuni suoi allievi in alcune tra le più prestigiose orchestre. Non si trattava di una semplice coincidenza: egli riusciva effettivamente a trasmettere ai suoi allievi quel qualcosa di unico, di irripetibile e di inafferrabile legato all'esecuzione musicale. Tuttavia, anche a causa della sua lunga attività didattica, come musicista conosceva perfettamente i suoi limiti e non nutriva alcuna illusione riguardo alle sue esecuzioni, che sapeva essere impeccabili sotto il punto di vista tecnico e formale, ma assolutamente prive di tonalità e di respiro. Anche per questo metteva il massimo impegno nell'attività didattica, riuscendo ad ottenere dagli allievi dei risultati sorprendenti. Alle volte si sentiva come un pescatore che riusciva a pescare nei fondali oscuri dei loro talenti le più preziose e pure perle.
Così successe anche nel nostro caso: il suo allievo faceva, giorno dopo giorno, progressi straordinari e, in qualche caso, riuscì in qualche passaggio a cogliere quel momento irripetibile dell'esecuzione. Il maestro riusciva a cogliere questi fenomeni molto meglio di qualunque strumento meccanico, cosa che in realtà non è e non sarà mai in grado di fare. Da quel momento il maestro capì che le lezioni sarebbero presto finite e che il suo allievo stava per spiccare il volo con le sue ali. Egli stesso si rendeva conto che il suo allievo avrebbe presto abbandonato il borgo natio per andare in città. La necessità della prossima separazione con il suo allievo, che sapeva senza ritorno, suscitava in lui i sentimenti più contrastanti; gioia e tristezza, frustrazione e soddisfazione.
Il suo allievo seguì i consigli del maestro e decise di andare a studiare al conservatorio della città. Giacché il suo borgo si trovava a pochi chilometri dal confine, si sarebbe trasferito nella città che si trovava nello stato confinante. La cosa non appariva affatto strana. Al contrario, molti suoi coetanei lo avrebbero seguito. Nella sua nuova città si ambientò senza molti problemi. La lingua era molto simile a quella del suo paese, giacché distavano solo qualche chilometro (si sa che le lingue ai confini quando non sono uguali, comunque si assomigliano sempre un po').
Giunto in città, egli stesso dopo qualche anno si accorse che il suo talento era gracile, non riusciva ad imporsi in una grande città, dove la concorrenza è spietata. Gli mancava soprattutto quella ferrea disciplina necessaria alla carriera del concertista.
Insomma, egli stesso si rese conto dei suoi limiti come esecutore e fu allora che riversò tutto il suo malumore e la sua frustrazione in alcune composizioni per pianoforte e orchestra. L'umore nero trasudava in quelle note, percorse da brividi di angoscia e rischiarate di tanto in tanto da un pietoso calore che sarebbe riuscito quasi a strappare le lacrime all'ascoltatore.
Egli stesso aveva ormai perso la fiducia nei suoi mezzi e ora aveva cominciato a riversare il suo malumore nei bicchieri piuttosto che nelle note. La situazione stava lentamente peggiorando ed egli, mano a mano che scendeva nei gironi dell'inferno alcolico, riusciva a conservare a malapena le forze per le lezioni di piano con cui si manteneva. Di tanto in tanto, raccogliendo le forze residue, componeva opere sempre più intense e accorate. In alcuni passaggi scritti in stato di quasi completa ubriachezza riusciva a mettere a fuoco il suo stato d'animo, la sua inquietudine autodistruttiva, con lancinante chiarezza. E talvolta, proprio quando maggiormente era avvolto nei fumi dell'alcol, meglio riusciva a guardare in se stesso.
Naturalmente le sue condizioni materiali di vita stavano peggiorando giorno dopo giorno e la sua salute, che gli aveva permesso negli anni precedenti di mantenersi al conservatorio senza alimentarsi per giornate intere, cominciò a risentirne. Egli, naturalmente, aveva la piena consapevolezza di sé, sentiva che le forze lo stavano gradualmente abbandonando e che si stava avvicinando il suo termine estremo, tuttavia non aveva la forza per uscire da quella spirale nella quale si andava spegnendo. Ovviamente morì in miseria e quasi dimenticato e fu sepolto in un angolo sperduto del cimitero cittadino, dove alcuni suoi pietosi allievi provvidero a porre una modestissima lapide.
Tuttavia riuscì, poco prima della sua scomparsa, a fare eseguire una sua composizione dall'orchestra della città. Potrebbe sembrare una pura coincidenza la sua morte qualche giorno dopo l'esecuzione della sua opera, ma non possiamo neanche escludere che le due cose potessero essere in qualche modo connesse. Comunque la sua composizione passò quasi completamente inosservata. La critica non si pronunciò affatto, solo qualche giornalista distratto, che assisté all'esecuzione forse solo per una professionale curiosità, scrisse un articolo in cui esprimeva un moderato e scettico interesse per l'opera in questione.
La cosa sarebbe rimasta senza alcuna conseguenza, se nel corso degli anni, successivamente a quella esecuzione, non si fosse manifestato un fenomeno inaspettato e misterioso.
Alla morte dello sfortunato compositore il giornalista, forse per pietà o forse solo per la sua etica professionale, nel suo necrologio cantò le lodi del compositore fino a quel momento quasi sconosciuto. Nemmeno il giornalista poteva minimamente immaginare le conseguenze che quel suo articolo occasionale e senza pretese avrebbe scatenato. Infatti qualche critico in cerca di novità si imbatté per puro caso in quell'articolo e volle assistere all'esecuzione dell'unica composizione del nostro che era stata eseguita in pubblico.
Il critico si meravigliò per la forza espressiva dell'autore; in particolare lo colpirono alcuni passaggi in cui si poteva scorgere il presentimento della sua prossima fine. Decise quindi di dedicare una nota in una rivista specializzata. Malgrado la tiratura della rivista fosse scarsissima, il nome del compositore cominciò a destare qualche curiosità negli ambienti degli specialisti. Fu così che da quel momento la fama del compositore crebbe di giorno in giorno. I mezzi di comunicazione di massa presero a interessarsi a lui, a trasmettere le sue composizioni e a parlare di lui nei programmi didattici ed educativi. Il suo nome comparve sempre più spesso nei libri, e cominciò a ficcare il naso anche nei libri di scuola. La critica tuttavia continuava a esprimere qualche cautela, a nutrire ancora qualche dubbio nei confronti della sua opera. Tuttavia le dame coi cappelli dalle larghe falde morbide già sospiravano quando il suo nome veniva pronunciato.
Negli ambienti accademici della città cominciarono ad interessarsi a lui. Comparvero studi a lui dedicati e, contemporaneamente, presero a diffondersi le più singolari leggende legate alla sua biografia.
La sua fama non si limitò alla città in cui aveva vissuto per una dozzina di anni, ma cominciò a diffondersi. Fu così che anche negli ambienti accademici dello stato a cui apparteneva il suo borgo natale cominciarono a rivendircarne la nazionalità. Anche qui il suo nome circolava sempre più insistentemente nelle pagine dei giornali.
Gli ambienti accademici della città risposero con uno studio accurato sulla genealogia del nostro sfortunato musicista dalla quale risultava che il suo bisnonno si fosse trasferito dalla città al borgo per esercitare la nobile professione dell'idraulico, giacché, a quanto pare, il borgo era sprovvisto di professionisti di questo nobile e antico mestiere che il progenitore del nostro dovette esercitare con profitto per tutta la vita. Il bisnonno, definito dallo studioso "direttore dei flussi liquidi del borgo", era l'argomento più solido per sostenere l'appartenenza alla nazionalità della città.
A questi argomenti venivano contrapposti gli studi sull'etnopsicologia nei quali si sottolineava il legame tra le caratteristiche della musica dello sfortunato musicista con le tradizioni ed il folclore del suo borgo natio, dalle quali egli avrebbe tratto ispirazione.
Per sottolineare le proprie argomentazioni l'apposito comitato cittadino decise di dedicare un monumento al compositore. La statua fu posta nella strada dove il nostro aveva vissuto per gli ultimi anni della sua vita. La statua, di banale e cattivo gusto, lo raffigurava giovane e con le chiome al vento, con una espressione del viso assorta, quasi in cerca di ispirazione, e con lo sguardo che non si abbassa verso la folla del volgo ma che è fisso verso l'orizzonte.
Nello stato vicino la cosa fu considerata una vera e propria provocazione. Fu così che nella capitale dello stato confinante fu deciso di prendere le dovute contromisure e di erigere un degno monumento nel suo borgo natale. Fu così eletta una commissione di esperti, che fu mandata nella città del vicino stato per prendere le esatte misure del monumento recentemente dedicato al nostro sfortunato musicista. Infatti il nuovo monumento sarebbe dovuto essere un pochino più maestoso e solenne del precedente. Alle misure del piedistallo furono aggiunti alcuni centimetri, l'espressione era molto più assorta e ispirata del suo predecessore, la chioma era un po' più folta e la scritta alla sua base era in un'altra lingua.
Anche se l'opinione pubblica, con il passare del tempo, si stava gradualmente disinteressando allo sfortunato compositore, il dibattito negli atenei non si spegneva affatto. Eminenti accademici si lanciavano insulti nella loro solita lingua cifrata. Le cancellerie dei due stati si contesero i documenti ed i cimeli legati alla sua vita. Si giunse quasi ad una guerra diplomatica a causa di un baule di carte che i parenti del musicista, che continuavano ad esercitare la nobile professione idraulica, decisero di mettere all'asta.
Naturalmente non si giunse ad una vera e propria guerra aperta tra i due stati, anche se questo episodio contribuì a creare un clima di ostilità tra i due paesi confinanti. Tuttavia la faccenda non finì qui. Infatti dopo la successiva guerra mondiale, quando si dovette nuovamente definire il confine tra i due paesi in questione, la strana faccenda legata alla biografia dello sfortunato compositore ebbe un ruolo importante: costituì il principale argomento con cui si giustificò lo spostamento del confine.
Questa volta il borgo e la città si trovavano finalmente entro i confini della medesima nazione. La questione sembrava definitivamente risolta. Se il lettore incuriosito desiderasse sapere chi ha annesso chi, se il borgo ha annesso la città o se fosse avvenuto il contrario, dovrà semplicemente controllare su un qualunque manuale di storia. La risposta è semplice e chiara come il sole: il vincitore.
Questa volta lo sfortunato musicista avrebbe potuto dirsi soddisfatto e finalmente risarcito delle sue miserie e delle sue sofferenze: gli fu dedicata una tomba monumentale e finalmente lo raggiunsero al cimitero tutti i suoi amici, i suoi parenti, i suoi conoscenti e molti altri che non aveva avuto ancora modo di conoscere nella sua breve e sfortunata esistenza.



 
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