Il 1937 e la coscienza contemporanea
Le tesi di “Memorial”

Memorial candidato per il Premio Nobel per la pace 2007
Memorial, associazione fondata alla fine degli anni Ottanta da noti studiosi e dissidenti a Mosca. Scopo principale dell’associazione è fin dalle origini custodire la memoria delle repressioni politiche che hanno caratterizzato il recente passato della Russia. Oggi è una unione di una decina di organizzazioni che operano in Russia, in Kazakhstan, Lettonia, Georgia e Ucraina, svolgendo lavoro di ricerca storica, di divulgazione e di difesa dei diritti civili. Memorial ha creato musei, raccolte di documenti,biblioteche specializzate. Per iniziativa di Memorial è stata posta la pietra delle Solovki nella piazza della Lubjanka a Mosca e sono stati eretti molti monumenti dedicati alle vittime delle repressioni politiche in tutto il territorio dell’ex Unione Sovietica. Per iniziativa di Memorial nel 1991 è stata approvata la legge sulla riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche. Inoltre l’organizzazione offre assistenza giuridica e talvolta materiale agli ex carcerati e ai sopravvissuti ai lager.
Memorial conduce ricerche sulla storia del gulag, dell’apparato repressivo sovietico e sul movimento dissidente nell’epoca chruščëviana e brežneviana. Con l’aiuto di gruppi di osservatori nelle zone calde del territorio russo (negli ultimi tempi in particolare nel Caucaso) Memorial raccoglie materiali, verifica, analizza e pubblica dati sulle violazioni dei diritti dell’uomo. A Memorial si devono decine di volumi, articoli, trasmissioni radiofoniche e mostre dedicate sia alle tragedie dei decenni passati, sia agli attuali tentativi di reintrodurre una politica repressiva nel paese.

Nel 2004 è stata fondata Memorial Italia (www.memorial-italia.it)

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Settant’anni fa, per decisione dei supremi organi del partito, in URSS si scatenò l’ennesima sanguinosa “purga”, che durò quasi due anni. Nella storiografia questa campagna è non di rado denominata “Grande Terrore”; la gente invece la chiama semplicemente “Il Trentasette”.
La dittatura comunista è sempre stata accompagnata da repressioni politiche, sia prima, sia dopo il 1937. E tuttavia proprio quell’anno nella memoria delle persone è diventato il sinistro simbolo di quel sistema di uccisioni di massa organizzate ed eseguite dal potere statale. Evidentemente ciò è accaduto perché il Grande Terrore si distinse per alcune caratteristiche straordinarie, che predeterminarono il suo posto particolare nella storia e quell’enorme influenza che esercitò – e continua a esercitare – sul destino della Russia.
Il Trentasette significò dimensioni gigantesche delle repressioni, che interessarono tutte le regioni e tutti gli strati della società senza eccezione, dalla suprema dirigenza del paese agli operai e ai contadini più lontani dalla politica. Durante il biennio 1937-1938 furono arrestati più di 1,7 milioni di persone con imputazioni politiche. Se poi si contano le vittime delle deportazioni e gli “elementi socialmente dannosi” condannati, il numero dei repressi supera i due milioni.
Significò incredibile crudeltà delle condanne: più di 700.000 arrestati furono giustiziati.
Significò pianificazione senza precedenti delle “operazioni speciali” del terrore. Tutta la campagna fu accuratamente programmata in anticipo dalla suprema dirigenza politica dell’URSS e si svolse sotto il suo costante controllo. Negli ordini segreti dell’NKVD si definivano i tempi di svolgimento delle singole operazioni, i gruppi e le categorie di cittadini soggetti a repressione, e anche le “quote”: il numero degli arresti e delle fucilazioni da eseguire in ogni regione. Qualsiasi modifica, qualsiasi “iniziativa dal basso” doveva essere concordata con Mosca e ottenerne l’approvazione.
Ma per la gran massa della popolazione, ignara del contenuto di quegli ordini, la logica degli arresti sembrava enigmatica e inspiegabile, contraria a ogni buon senso. Agli occhi dei contemporanei il Grande Terrore appariva come una gigantesca lotteria. L’incomprensibilità quasi mistica di quanto avveniva suscitava un terrore particolare e una grande incertezza per il proprio destino in milioni di persone.
In particolare, le repressioni toccarono profondamente i rappresentanti delle nuove élite sovietiche: politica, militare, economica. L’eliminazione di persone i cui nomi erano noti a tutto il paese (i giornali parlavano in primo luogo proprio di loro), e della cui lealtà non c’era alcun motivo di dubitare, accresceva il panico e aggravava la psicosi di massa. In seguito nacque perfino il mito secondo il quale il Grande Terrore sarebbe stato diretto esclusivamente contro i vecchi bolscevichi e i vertici del partito e dello Stato. In realtà la stragrande maggioranza degli arrestati e dei fucilati erano semplici cittadini sovietici, non iscritti al partito e non appartenenti ad alcuna élite.
Il Trentasette significò una falsificazione delle incriminazioni che non ha analoghi per vastità nella storia mondiale. Nel 1937-1938 la possibilità dell’arresto era determinata prevalentemente dall’appartenenza a qualche categoria di popolazione indicata in uno degli “ordini operativi” dell’NKVD, o dai legami – di lavoro, di parentela, di amicizia – con persone già arrestate in precedenza. La formulazione della “colpa” individuale era compito degli inquirenti. Perciò centinaia e centinaia di migliaia di arrestati si videro muovere le più inverosimili accuse: “complotto controrivoluzionario”, “spionaggio”, “preparazione di attentati terroristici”, “sabotaggio” e simili.
Il Trentasette significò rinascita nel XX secolo delle modalità del processo dell’Inquisizione medievale, con tutti i suoi attributi tradizionali: la procedura paraprocessuale in assenza dell’imputato (nella stragrande maggioranza dei casi), la mancanza della difesa, l’unificazione di fatto, nell’ambito di una sola istituzione, dei ruoli di inquirente, accusatore, giudice e carnefice. Di nuovo, come ai tempi dell’Inquisizione, prova fondamentale divenne la rituale “confessione della propria colpa” da parte dell’imputato stesso. Lo sforzo di ottenere tale confessione, unito all’arbitrarietà e all’assurdità delle accuse, portò al ricorso massiccio alle torture; nell’estate del 1937 le torture furono autorizzate ufficialmente e raccomandate come metodo di conduzione dell’istruttoria.
Il Trentasette significò carattere straordinario del procedimento penale a porte chiuse. Il segreto avvolse l’esercizio della “giustizia”, i poligoni delle fucilazioni e i luoghi di sepoltura dei giustiziati furono circondati da impenetrabile segretezza. Significò menzogna ufficiale sistematica, protratta per anni, sul destino dei fucilati: prima si parlò di fantomatici “lager senza diritto alla corrispondenza”, poi di morte per malattia, con data e luogo del decesso falsi.
Il Trentasette significò il vincolo della responsabilità collettiva con cui la leadership staliniana cercò di legare tutto il popolo. Per tutto il paese si svolgevano assemblee in cui la gente era indotta ad applaudire fragorosamente la menzogna pubblica sui “nemici del popolo” smascherati e resi inoffensivi. I figli erano costretti a rinnegare i genitori arrestati, le mogli a ripudiare i mariti.
Significò milioni di famiglie distrutte. La sinistra sigla “ČSIR”, abbreviazione di “člen sem’i izmennika Rodiny”, “membro della famiglia di un traditore della Patria”, di per sé implicò la condanna alla detenzione nei lager speciali per ventimila vedove, i cui mariti erano stati fucilati per decisione del Collegio Militare della Corte Suprema. Significò migliaia di “orfani del Trentasette”, a cui fu rubata l’infanzia e spezzata la giovinezza.
Significò definitiva perdita di valore della vita umana e della libertà. Significò culto dei metodi čekisti, idealizzazione della violenza, venerazione dell’idolo dello Stato. Nella coscienza popolare ci fu un completo spostamento di tutti i concetti del diritto.
Infine il Trentasette significò una paradossale combinazione dell’orgia del terrore con una sfrenata campagna propagandistica che esaltava la democrazia sovietica come la più perfetta del mondo, la Costituzione sovietica come la più democratica del mondo, le grandi realizzazioni e le imprese lavorative del popolo sovietico. Proprio nel 1937 si formò definitivamente un tratto caratteristico della società sovietica, il pensiero doppio, conseguenza dello sdoppiamento della realtà imposto dalla propaganda alla coscienza sociale e individuale.

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Ancora oggi, a distanza di settant’anni, negli stereotipi della vita sociale e della politica statale della Russia e degli altri paesi sorti sulle rovine dell’URSS si può chiaramente distinguere l’influenza esiziale sia della catastrofe stessa del 1937-1938, sia di tutto quel sistema di violenza statale, di cui quegli anni sono diventati simbolo e quintessenza. Quella catastrofe è entrata nel subconscio collettivo e individuale, ha deformato la psicologia delle persone, ha acutizzato antichi mali del nostro modo di pensare, ereditati ancora dall’Impero russo, ha generato nuovi pericolosi complessi.
La sensazione della nullità della vita umana e della libertà di fronte all’idolo del Potere è esperienza non superata del Grande Terrore.
L’abitudine alla “giustizia governabile”, quando gli organi che tutelano la legalità non sottomettono la loro attività alla norma della legge, ma ai dettami della leadership, è un’evidente eredità del Grande Terrore.
L’imitazione del processo democratico che va di pari passo con lo svuotamento delle fondamentali istituzioni democratiche e con l’aperto disprezzo dei diritti e delle libertà dell’uomo; le violazioni della Costituzione accompagnate da giuramenti di fedeltà incrollabile all’ordine costituzionale: questo modello sociale è stato felicemente sperimentato per la prima volta proprio nel periodo del Grande Terrore.
L’istintiva ostilità dell’attuale apparato burocratico per l’attività sociale indipendente, gli incessanti tentativi di sottoporre quest’ultima a un rigido controllo statale: anche questo è un retaggio del Grande Terrore, quando il regime bolscevico concluse definitivamente la sua lunga lotta con la società civile. Prima del 1937 in URSS tutte le forme collettive della vita sociale – culturale, scientifica, religiosa eccetera, senza parlare di quella politica – erano già state annientate o sostituite da imitazioni, simulacri; a questo punto si potevano eliminare i singoli individui, sradicando contemporaneamente dalla coscienza sociale i concetti di indipendenza, responsabilità civile e solidarietà umana.
La rinascita nella politica russa contemporanea della vecchia concezione dell’“accerchiamento nemico”, base ideologica e supporto propagandistico del Grande Terrore, il sospetto e l’ostilità verso tutto ciò che è straniero, la ricerca isterica di “nemici” oltre frontiera e di una “quinta colonna” all’interno del paese e altri cliché ideologici staliniani che hanno ripreso vita nel nuovo contesto politico: tutto ciò testimonia di un persistere del retaggio del Trentasette nella nostra vita politica e sociale.
La facilità con cui nella nostra società sorgono e prosperano il nazionalismo e la xenofobia è un’indubbia eredità sia delle “operazioni etniche speciali” del 1937-1938, sia delle deportazioni che negli anni della guerra sradicarono interi popoli accusati di tradimento, sia della “lotta al cosmopolitismo”, del “caso dei medici” e delle campagne propagandistiche che li accompagnarono.
Il conformismo intellettuale, la paura di ogni “dissenso”, la mancanza di abitudine al pensiero libero e indipendente, l’arrendevolezza di fronte alla menzogna sono per molti aspetti il risultato del Grande Terrore.
L’incontenibile cinismo, altra faccia del pensiero doppio, la morale dell’homo homini lupus dominante nei lager, la perdita dei valori famigliari tradizionali: anche di queste nostre sciagure siamo in gran parte debitori alla scuola del Grande Terrore, alla scuola del GULAG.
Il disastroso isolamento delle persone, lo spirito gregario che ha rimpiazzato il collettivismo, l’acuta mancanza di solidarietà umana: tutto ciò è risultato delle repressioni, delle deportazioni, dei trasferimenti forzati, è risultato del Grande Terrore, il cui scopo era appunto l’atomizzazione della società, la trasformazione del popolo in “popolazione”, in folla che si lascia facilmente manipolare e dirigere.

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Ovviamente oggi l’eredità del Grande Terrore non si concretizza e difficilmente potrebbe concretizzarsi in arresti di massa: viviamo in un’epoca completamente diversa. Ma questa eredità, se non viene compresa e quindi superata dalla società, può facilmente diventare uno “scheletro nell’armadio”, una maledizione per la generazione attuale e per quelle future, manifestandosi ora nella mania di grandezza dello Stato, ora nel ritorno della vecchia fobia delle spie, ora in nuovi sussulti di politica repressiva.
Che cosa bisogna fare per comprendere e superare l’esperienza distruttiva del Trentasette?
Gli ultimi quindici anni hanno dimostrato che è necessario analizzare pubblicamente il terrore politico del periodo sovietico dal punto di vista del diritto. Bisogna dare una chiara valutazione giuridica della politica terroristica dei dirigenti del paese di allora, e innanzitutto del primo ideologo e supremo organizzatore del terrore, Iosif Stalin, e dei concreti delitti da essi commessi. Solo tale valutazione può diventare punto di partenza, pietra angolare di una coscienza giuridica e storica, fondamento per il successivo lavoro sul passato. In caso contrario l’atteggiamento della società verso gli eventi dell’epoca del terrore oscillerà inevitabilmente a seconda dei mutamenti della congiuntura politica, e lo spettro dello stalinismo risorgerà periodicamente, ora facendo spuntare monumenti al dittatore nelle vie delle nostre città, ora suscitando recidive della pratica politica staliniana nella nostra vita.
Probabilmente per svolgere un’adeguata indagine bisognerebbe creare un apposito organo giudiziario: è superfluo citare i precedenti nella pratica giuridica mondiale.
Purtroppo, finora è evidente la tendenza opposta: nel 2005 la Duma di Stato della Federazione Russa ha eliminato dai preamboli della Legge sulla riabilitazione del 1991 l’unico accenno esistente nella legislazione russa al “danno morale” causato alle vittime del terrore. Non c’è bisogno di dilungarsi in una valutazione morale e politica di questo passo. Bisogna semplicemente reintrodurre le parole sul danno morale nel testo della Legge. Bisogna farlo non solo in omaggio alla memoria delle vittime, ma anche per rispetto di noi stessi. Bisogna farlo anche per riparare l’offesa arrecata ad alcune decine di migliaia di anziani superstiti del Gulag, e a centinaia di migliaia di famigliari delle vittime del terrore.
Tuttavia la valutazione giuridica del terrore è un passo importante, ma non sufficiente.
È necessario garantire condizioni favorevoli al proseguimento e all’ampliamento del lavoro di ricerca sulla storia del terrore di Stato in URSS. Per questo bisogna innanzitutto eliminare tutte le limitazioni artificiali e immotivate che oggi ostacolano l’accesso ai materiali d’archivio legati alle repressioni politiche.
Bisogna far sì che la conoscenza storica sull’epoca del terrore diventi patrimonio comune: creare, finalmente, manuali di storia per le scuole e le università in cui al tema delle repressioni politiche, e in particolare al Grande Terrore, sia riservato un posto corrispondente al loro significato storico. La storia del terrore sovietico deve diventare non solo parte obbligatoria e significativa dei programmi scolastici, ma anche oggetto di seri sforzi nel campo dell’istruzione pubblica nel senso più ampio del termine. I canali della televisione pubblica devono trasmettere programmi divulgativi e culturali dedicati a questo tema, lo stato deve sostenere i progetti editoriali che prevedono la pubblicazione di testi scientifici, divulgativi e memorialistici dedicati all’epoca del terrore.
Bisogna creare un Museo nazionale della storia del terrore di Stato, corrispondente per status e livello alle dimensioni della tragedia, e farne il centro metodologico e scientifico del lavoro museale su questo tema. La storia del terrore e del Gulag deve essere rappresentata in tutti i musei storici ed etnografici del paese, come già avviene, ad esempio, per un’altra immane tragedia storica, la Grande Guerra Patriottica.
Infine deve sorgere a Mosca un Monumento nazionale alle vittime, che sia eretto dallo Stato e a nome dello Stato. Tale monumento ci viene promesso ormai da 45 anni; sarebbe ora di mantenere la promessa. Ma non basta: bisogna che monumenti alle vittime del terrore sorgano in tutto il paese. Purtroppo, in molte città la perpetuazione della memoria delle vittime non è finora andata oltre alle lapidi poste 15-18 anni fa.
Nel paese devono comparire monumenti e lapidi commemorative che contrassegnino i luoghi legati alle infrastrutture del terrore: gli edifici superstiti delle carceri giudiziarie e di transito, degli isolatori politici, delle direzioni dell’NKVD e del Gulag, eccetera. Segni commemorativi, cartelli indicatori e pannelli informativi devono essere collocati anche nei luoghi dove sorgevano i grandi complessi di lager, nelle fabbriche create grazie al lavoro dei detenuti, sulle strade che portano alle rovine dei campi di lavoro correzionale.
Le strade e le piazze, così come i centri abitati, non devono più portare i nomi degli uomini politici che organizzarono il terrore e vi parteciparono attivamente. La toponimia non può più servire a eternare la memoria dei criminali.
È necessario un capillare programma statale di preparazione e pubblicazione di Libri della memoria dedicati alle vittime delle repressioni politiche. Oggi tali Libri della memoria sono pubblicati solo in alcune regioni della Russia. Secondo calcoli approssimativi, la totalità degli elenchi che compaiono in questi libri abbraccia a tutt’oggi non più del 20% del numero totale delle persone sottoposte a repressioni politiche.
È urgente elaborare e realizzare un programma nazionale o addirittura internazionale di ricerca e memorializzazione dei luoghi di sepoltura delle vittime del terrore. Si tratta di un problema non tanto culturale e scientifico, quanto morale. Nel territorio dell’ex URSS ci sono molte centinaia di fosse comuni dove i fucilati erano sepolti in segreto, migliaia di cimiteri di lager e insediamenti speciali: alcuni sono distrutti o semidistrutti, di alcuni sono rimaste solo delle tracce, mentre di migliaia di cimiteri non rimangono neppure queste.
Tutto ciò permetterebbe di ristabilire la memoria di una delle più grandi catastrofi del XX secolo e contribuirebbe a renderci stabilmente immuni dagli stereotipi totalitari.
Quanto detto sopra si riferisce in primo luogo alla Russia, erede legittima dell’URSS, la più grande delle repubbliche ex sovietiche, il paese nella cui capitale si elaboravano e scatenavano le campagne terroristiche e si dirigevano i meccanismi del terrore, il paese sul cui territorio si trovava la parte fondamentale dell’impero del GULAG.
Tuttavia, moltissimo di quanto si deve fare andrà fatto in tutto lo spazio dell’ex URSS, preferibilmente grazie agli sforzi congiunti dei nostri paesi. Oggi negli stati post-sovietici la storia del terrore è intesa e trattata in modo diverso. Ciò è naturale. Ma è di fondamentale importanza che da questa diversità nasca un dialogo. Il dialogo fra le diverse memorie nazionali è un elemento importante e necessario della riflessione sulla verità storica; il guaio è quando esso degenera in sterile polemica, nel tentativo di scrollarsi di dosso la responsabilità storica (e quindi civile) per scaricarla sull’”altro”. Purtroppo molto spesso proprio la storia del terrore sovietico diventa pretesto per regolare conti politici contingenti fra gli stati, e invece di lavorare insieme onestamente sul passato comune si presentano elenchi di offese reciproche, conti e rivendicazioni.
Perciò un articolato programma globale dedicato all’esperienza tragica del passato deve essere, probabilmente, internazionale e interstatale. Ciò riguarda sia le ricerche storiche, sia l’edizione dei Libri della memoria, sia la memorializzazione dei luoghi di sepoltura e molto altro, forse perfino la preparazione dei manuali scolastici. La memoria del terrore è memoria comune dei nostri popoli. Questa memoria non ci separa, ma ci unisce: anche perché essa non ci parla soltanto dei crimini, ma anche della comune resistenza alla macchina degli omicidi, della solidarietà internazionale e dell’aiuto reciproco fra le persone.

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Naturalmente, la memoria del passato non si plasma con Decreti e direttive dei governi. I destini della memoria storica si possono definire solo attraverso una vasta discussione sociale. Con il passar del tempo, diventa sempre più evidente quanto tale discussione sia indispensabile e urgente.
Di riflettere sul Grande Terrore e, più in generale, su tutta l’esperienza della storia sovietica, non hanno bisogno solo la Russia e i paesi che facevano parte dell’URSS o del “campo socialista”. Di tale riflessione hanno bisogno tutti i paesi e i popoli, tutta l’umanità, perché gli eventi del Grande Terrore hanno impresso il loro marchio non solo sulla storia sovietica, ma sull’intera storia mondiale. Il Gulag, la Kolyma, il Trentasette sono simboli del XX secolo come Auschwitz e Hiroshima. Escono dai confini del destino storico dell’URSS o della Russia e diventano testimonianza della fragilità e precarietà della civiltà umana, della relatività delle conquiste del progresso, ci rammentano la possibilità di nuove catastrofiche ricadute nella barbarie. Perciò anche la discussione sul Grande Terrore deve uscire dai limiti delle problematiche nazionali; come alcune delle tragedie storiche nominate sopra, deve essere oggetto di riflessione per tutta l’umanità. Ma ovviamente il compito di promuovere questa discussione spetta innanzitutto alla società dei paesi che facevano parte dell’URSS, in primo luogo la Russia.
Purtroppo, proprio in Russia la società, che alla fine degli anni Ottanta sembrava disposta a cercare e accogliere la verità sulla propria storia, negli anni Novanta è diventata indifferente, apatica e restia a “rovistare nel passato”. E non mancano le forze direttamente interessate a soffocare la discussione su questi temi. Sia nella coscienza collettiva, sia nella politica dello Stato si rafforzano tendenze che non favoriscono affatto un discorso libero e diretto sulla nostra storia recente. Queste tendenze hanno trovato espressione nella concezione ufficiale, seppur non sempre formulata nettamente, che vede nella storia patria esclusivamente “il nostro glorioso passato”.
Ci dicono che attualizzare la memoria dei crimini commessi dallo Stato nel passato ostacola il consolidamento nazionale (o, per esprimerci con la lingua dell’epoca totalitaria, “mina l’unità morale e politica del popolo sovietico”).
Ci dicono che questa memoria danneggia il processo di rinascita nazionale.
Ci dicono che dobbiamo ricordare, in primo luogo, le eroiche conquiste e le imprese del popolo in nome dell’eterna, grande Potenza.
Ci dicono che il popolo non vuole altra memoria, la rifiuta.
E in effetti per una parte consistente dei nostri concittadini è più facile accettare comodi miti rassicuranti, piuttosto che guardare lucidamente la propria tragica storia e comprenderla in nome del futuro. E si capisce perché: un’onesta riflessione sul passato carica sulle spalle delle generazioni di oggi l’enorme peso della responsabilità storica e civile, a cui non sono avvezze. Ma siamo certi che se non ci assumeremo questa responsabilità davvero pesantissima per il passato, non potremo conoscere nessun consolidamento nazionale e nessuna rinascita.

Alla vigilia di uno dei più terribili anniversari della nostra storia comune “Memorial” invita tutti quelli che hanno a cuore il futuro dei nostri paesi e dei nostri popoli a fissare lo sguardo nel passato e a cercare di comprenderne la lezione.

Associazione internazionale “Memorial”
(traduzione di Emanuela Guercetti)
















 
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