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La memoria, il terrore, il terrore della memoria
Di Andrea Gullotta
Si è svolto a Rende il convegno “1937, il Grande Terrore e lo stalinismo: la politica, la cultura, la memoria”, un ampio approfondimento su cause e lasciti della terribile stagione delle purghe, a settant’anni di distanza dalla sua acme, il primo convegno del genere mai realizzato nell’ambiente accademico italiano. Promotore dell’iniziativa Marco Clementi, professore di Storia dell’Europa Orientale presso l’università della Calabria, nonché autore della recente “Storia del dissenso sovietico” (CLEMENTI, Marco, “Storia del dissenso sovietico (1953-1991)”, Roma, 2007) e di numerosi altri tomi.
Durante il lungo viaggio da Palermo a Cosenza, nella solitudine rumorosa dell’abitacolo, sento di essere sospinto non solo da motivi professionali, ma anche da un’enorme curiosità intellettuale riguardo ad un tema così spinoso, così “odioso”. All’arrivo una gustosa cena, i convenevoli ed una piacevole dormita nella comoda residenza universitaria.
La mattina seguente la bella e capiente aula magna dell’Università della Calabria si presenta stracolma di studenti. A presiedere i lavori della prima giornata è Brunello Mantelli, professore associato di storia contemporanea presso l’Università di Torino. Dopo i saluti del Rettore dell’Università della Calabria, Giovanni Latorre, e del Preside della facoltà di Scienze Politiche, Silvio Gambino, Mantelli cede la parola al primo relatore, professore Andrea Graziosi, ordinario di Storia contemporanea presso l’Università Federico II di Napoli, autore di una recente storia dell’Unione Sovietica ( GRAZIOSI, Andrea, “L’Urss di Lenin e Stalin - Storia dell'Unione sovietica, 1914-1945”, Bologna, 2007).

La liquidazione profilattica: un quadro del terrore
L’intervento di Graziosi è un grosso dipinto storico, dispiegato con sobrietà e con la precisione di dettagli ed informazioni che è propria del suo stile. Dopo aver sottolineato la soddisfazione degli studiosi di storia sovietica per l’apertura degli archivi segreti del Kgb, Graziosi inizia il suo intervento focalizzando il rapporto di continuità tra Lenin e Stalin. Stalin è certamente l’allievo di Lenin, ed è stato da lui messo a capo della segreteria del Pcus nel 1922, diventandone quindi l’uomo di fiducia; ma come ogni allievo si è poi nel tempo distaccato dalle dottrine del maestro. Riferendosi ad un intervento di Lenin del 1906, in cui il leader bolscevico afferma che “la guerra rivoluzionaria è sanguinosa, spietata, di sterminio”, Graziosi sostiene che “la storia sovietica insegna a prendere sul serio le parole delle persone”. Preso il potere, per legittimarlo Lenin ha condotto esattamente questo tipo di guerra; in più Lenin era solito dire che la Comune di Parigi e la rivoluzione del 1905 erano state sconfitte per la mancanza di terrore, quello da egli adoperato dal ‘18 al ‘22 contro i nemici di classe ma anche contro i contadini.
Per comprendere meglio la continuità Lenin/Stalin (ed anche la logica del terrore), Graziosi invita a riflettere sulla concezione della società dei marxisti russi. Una concezione basata non sugli individui ma sui blocchi sociali. Per questo motivo, gli “ingegneri sociali” pensano a come progettare la società socialista, lavorano sui blocchi, su come modificarli, su come plasmarli. È per questo motivo che le azioni di terrore dello stato sovietico sono sempre mirate, sin dalle citate azioni anticontadine di Lenin, seguite dagli attacchi agli operai; diventano anzi consequenziali in un paese arretrato che non può attendere i progressi economici. È così che nasce la violenza, il terrore, in base a ciò che Graziosi definisce la “chirurgia sociale” dei marxisti russi, passando poi in rassegna le varie fasi. Dapprima i cosacchi, poi i religiosi, infine i gruppi politici; all’epoca di Lenin c’è già un terrore “per categorie”, ma c’è anche la guerra civile: finita la guerra, finisce anche il terrore di massa.
Per ciò che concerne Stalin, la differenza sta nel fatto che il georgiano utilizza il terrore in tempo di pace, e che il suo è particolarmente efferato. Stalin lancia nel 1929 la rivoluzione dall’alto, partendo dal presupposto che la realtà sociale del paese non è socialista e va quindi modificata. Si tratta di una vera rivoluzione endocrina del marxismo: la sovrastruttura trasforma la società e non viceversa. Quella di Stalin è una guerra contro la popolazione, basata sul concetto di eliminare i nemici preventivamente dopo averli individuati al fine di trasformare la società: è questa la “liquidazione profilattica”.
I primi “nemici” di Stalin sono i kulaki: prima di ottenere la terra ai contadini il leader elimina completamente la classe forte rurale, il loro scudo sociale. Stalin elabora per la liquidazione dei kulaki uno schema cattivo ma assolutamente geniale: la classe dei kulaki è così completamente eliminata. La dekulakizzazione rappresenta il modello di repressione categoriale preventiva staliniana, su cui si baserà quella per il secondo obiettivo, gli operai.
Già nel 1930 si inserisce il partito come categoria sospetta. Stalin non era contento del partito, in cui la destra godeva del consenso della maggioranza. A quell’anno risalgono i primi processi, per i quali il leader georgiano detta domande e torture.Ciò che rappresenta però una vera svolta nell’evoluzione del terrore staliniano è la traumatica carestia del 1932, che mette a serio rischio la leadership. È qui che Stalin cambia: è qui che si trasforma in violentissimo ma incontrastato capo. E, da lucido calcolatore, utilizza la tragedia a suo favore, attuando la collettivizzazione che ancora non era riuscito a rendere effettiva. La ribellione dei partiti nazionali (quello ucraino in particolare) segna un passaggio fondamentale: il partito diventa un nemico a tutti gli effetti. Il risultato di questo cambiamento si avrà poi, però, con l’esplosione violenta successiva all’omicidio Kirov. In mezzo c’era stata la passaportizzazione dell'impero, ovvero la regolamentazione delle città tramite la propiska, negata a tutte le categorie nemiche di Stalin, che così opera la čistka della popolazione urbana.
Legata all’omicidio di Kirov è la grossa purga di Leningrado ordinata da Stalin all’indomani dell’omicidio (che, secondo Graziosi, non fu ordinato dal leader): vengono deportati migliaia di cittadini che però nulla hanno a che fare con l’omicidio. Sono cittadini di origine finlandese, tedesca o altro: Stalin usa nuovamente un avvenimento per i propri fini.
Così nel ’37, con l’elite del partito fucilata e Bucharin già in prigione, Stalin fa preparare all’Nkvd delle operazioni di massa contro alcuni gruppi di persone. Vengono elaborate delle “quote” per ognuna delle categorie. La mostruosa quantità di fucilazioni e di categorie eliminate induce Graziosi a parlare non di terrore, ma di “chirurgia sociale preventiva e categoriale”. Si tratta, infatti, della più grande azione repressiva in un paese europeo in tempo di pace, con la media di duemila fucilati al giorno. In questo clamoroso ed infernale marchingegno, subentrano anche le storture (torture, procedure giudiziarie arbitrarie, spietatezze inutili) ad aumentare il numero di vittime. Soprattutto col sistema delle torture, si crea una bolla enorme senza controllo che presto supera i limiti, in cui anche i generali alla fine vengono purgati per i troppi eccessi. Quando Stalin si rende conto che il processo avviato è diventato assolutamente incontrollabile, nel 1939, dà un ordine e finisce tutto in una settimana.

La scrupolosa ricostruzione del quadro storico di Graziosi viene seguita dall’intervento di Irina Flige, direttrice della sede pietroburghese di Memorial, organizzazione non governativa russa che da svariati lustri tiene in vita la memoria delle vittime dello stalinismo (e delle repressioni sovietiche in genere), e che quest’anno ha ottenuto la candidatura al Premio Nobel per la pace, poi assegnato ad Al Gore. Di ciò non fa menzione però la Flige (presente per la prima volta in assoluto in Italia per il convegno), che con la preziosa traduzione consecutiva di Clementi porta agli occhi e alle orecchie dei numerosi studenti le parole e le immagini di una catastrofe umana che ha dello sconcertante.

La memoria del terrore non ha caratteristiche
Irina Flige è minuta. Ha grossi occhi espressivi e tanta voglia di comunicare. Da ciò inizia, dalla comunicazione della memoria ai giorni nostri. In Russia, dice, la memoria del Grande Terrore sembra non esistere. Fa un esempio su tutti: Memorial ha reso pubblici tutti i documenti relativi agli atti repressivi, rendendo la repressione stessa accessibile a tutti. Ma solo gli storici se ne interessano: la gente comune preferisce chiudere gli occhi. Da qui il dubbio di Irina sull’azione di Memorial e sulla sua efficacia, dopo tanti anni di attività.
Il dubbio viene in realtà in parte dissipato da Irina stessa, nelle sue parole dedicate al rapporto dello stato con il Terrore staliniano. Ricorda come le varie organizzazioni locali di Memorial abbiano organizzato incontri, convegni e quant’altro senza mai avere il supporto del potere centrale. Emblematica la vicenda del primo incontro internazionale sul tema: di fronte alle rappresentanze ufficiali di quasi tutte le nazioni colpite dal terrore, la Russia era rappresentata “a titolo personale” dal rappresentante dei diritti umani Vladimir Lukin. E ancora: la commemorazione del 30 ottobre, considerata la data d’inizio della repressione politica (è da ciò che il giornale “30 oktjabrja” prende nome, sottolinea Clementi) non è scaturita dalle autorità, ma dagli stessi prigionieri politici che dal 1974 in poi hanno deciso di incontrarsi. Né Memorial ha mai ricevuto finanziamenti: il potere pare volere nascondere a tutti i costi questa pagina orribile.
Di fronte a ciò, Memorial ha allargato la propria attività, adoperandosi in quattro progetti che lentamente stanno sgretolando il muro di gomma venutosi a creare nella popolazione russa.
Il primo progetto è la creazione di un dvd, che è già stato realizzato ed è alla sua quarta edizione; un piccolo successo, che grazie alla multimedialità porta nelle case due milioni e mezzo di nomi, storie, biografie. Il secondo progetto globale è “la necropoli del terrore”. La Russia è letteralmente disseminata di cimiteri nascosti, nei poligoni di tiro, nei lager, nei luoghi in cui i prigionieri venivano riuniti e fucilati. Gran parte di questi luoghi è smarrita, se ne sono perse le tracce; di quelli ritrovati, solo pochi luoghi hanno avuto il riconoscimento di cimiteri e non sono curati; gran parte di questi luoghi è ancora sconosciuta. E di nuovo interviene il potere: ogni volta che Memorial inoltra una richiesta agli archivi dell’ex Kgb, ottiene in risposta la negazione dell’esistenza stessa di questi luoghi. L’esperienza di Memorial dimostra il contrario. Numerose necropoli (Irina predilige questo nome, in opposizione a cimitero, ché nessuna cura si ha di questi posti) sono state ritrovate da Memorial in giro per la Russia: nel Podmoskov’e, in Carelia, nei dintorni di Pietroburgo. E porta una raccapricciante testimonianza, quella di Muravskij, che nel 1989 era a capo di un gruppo incaricato della ricerca delle necropoli: “Nell‘89 cercavo mio padre, ho trovato 20.000 copri di fucilati”. Lo scopo del progetto delle necropoli è proprio quello di avere un registro dei luoghi e delle persone sepolte. Per provare a concedere a queste vittime un minimo di dignità storica.
Quando la Flige procede all’enunciazione del terzo progetto, alle sue spalle si materializzano delle immagini. Sono proiezioni del “museo virtuale del gulag”, nato con lo scopo di racchiudere in un sito tutti gli oggetti esposti nei vari musei locali dei gulag. Sulla larga parete bianca dell’aula magna iniziano a sfilare giubbe sdrucite, cocci abbrustoliti dal tempo, occhiali, e poi ancora volti, foto di famiglie, muri che poi si scoprirà essere scenario delle fucilazioni nel ’37. E mentre le immagini fendono la platea, Irina Flige spiega una controversia particolare: quella del linguaggio della memoria.
“Quando parliamo di memoria del terrore arriviamo in un vicolo cieco verbale”, spiega la direttrice di Memorial San Pietroburgo. Il potere ha costruito un suo linguaggio, fatto di “nemici del popolo”, di “liquidazioni”, la memoria non è riuscita a crearne uno proprio, ed utilizza il linguaggio stesso della repressione. Per ovviare a ciò, Memorial ha insistito sulla memoria “materiale”, perché al contrario della memoria verbale, quella fatta dagli oggetti non può essere fraintesa. I segni rimasti sono inequivocabili, e danno reale percezione di ciò che è stato: non è un risultato da poco, se si considera che gli arresti, le deportazioni, le fucilazioni, le torture avvenivano nella segretezza più assoluta. Le persone letteralmente scomparivano, interi nuclei familiari da un giorno all’altro venivano cancellati. “Senza questi oggetti, si potrebbe pensare che siano scomparsi nel nulla, o che siano morti di peste” ironizza la Flige. È ironia amara: è l’indice della percezione della memoria del terrore in Russia. È una memoria comunque esistente, divisa in pubblica (quella dei luoghi di sterminio, dei monumenti, dei “muri della memoria” nati spontaneamente all’inizio degli anni ’90) e privata. Ma ciò che sconcerta è che gli oggetti dei parenti o degli avi vittime del terrore vengono nascosti dai discendenti, quasi ci fosse una vergogna del ricordo: permane forse la dimensione di “nemico del popolo”, la taccia di annullamento civile nel regime sovietico.
Alla memoria pubblica si rifà il quarto progetto, quello sui monumenti eretti nei luoghi del terrore. Sandormoch, Levašovo, Petrozavodsk: in questi luoghi centinaia di croci vengono erette. Sono spesso anonime, semplici assi di legno su cui poi i discendenti vanno ad affiggere i nomi, o le immagini dei cari. Che, sia chiaro, difficilmente possono essere localizzati. La morte, così come l’arresto, era impossibile da verificare. Non si sapeva neanche dove fossero i corpi, spesso della morte si aveva notizia con anni di ritardo. D’altronde il pochoron difficilmente si rendeva utile, dato che l’intera famiglia del “nemico del popolo” veniva arrestata e deportata. È così che migliaia di donne lasciavano i propri figli, cui indirizzavano tenere lettere, o miseri regali. Le foto di questi oggetti, del disegno di una madre intenta a cucire un vestitino al figlio, sono di una forza espressiva eccezionale.
Il recupero della memoria è stato lento e difficile. Nel ’56 arrivano le prime riabilitazioni, poi Brežnev trascina la stagnazione anche nella rievocazione storica, e bisogna attendere l’era Gorbačëv per vedere i primi segni alla luce del sole, quei muri della memoria formati da lenzuoli affissi alle pareti di Leningrado e Mosca, su cui i parenti delle vittime affiggono foto, nomi, brandelli di lettere. Non un’affermazione sulla memoria, quanto una domanda di limpidezza sul passato. Una domanda disattesa: il potere russo non presta orecchio, la spinta emotiva s’è esaurita, ed è rimasta tutta sulle spalle di Memorial la responsabilità di veicolare il ricordo delle stragi. Salvare, cioè, una memoria che non ha difesa istituzionale, che non ha dimensione storica e che vive di soli oggetti.

Un lungo e caloroso applauso congeda la Flige dal microfono. L’intensità del suo fervore, soprattutto, colpisce la platea. Un’intensità difficile da rendere nelle parole di un reportage, ma che posso testimoniare anch’io per oggetti: la sigaretta sempre accesa, il vestiario umile ma non umiliato, il caffè lungo sorseggiato con la lentezza della distensione nervosa. Più degli oggetti, fa effetto la determinazione, quella indefessa forza di volontà che rende una sottile signora pietroburghese la più fervente testimone di un orrore che è capace di rendere vivo in tutti con un magnetismo tutto suo.

Gli italiani nel gorgo infernale del terrore
Come in uno spettacolo teatrale, in cui i fari illuminano gli attori che intessono i loro monologhi. Nell’aula magna di Unical, ognuno porta una testimonianza vera, sincera, atroce. Elena Dundovich, professore di Storia delle relazioni internazionali presso l’Università della Tuscia e Storia dell’Europa Orientale presso l’Università di Padova, e rappresentante di “Memorial Italia” (Memorial Italia nasce nel 2004 sulle orme del Memorial russo. Sul sito www.memorial-italia.it è possibile consultare l’attività del centro), presenta la storia degli italiani vittime del terrore, partendo dalla formazione stessa della comunità italiana in Unione Sovietica, che segue due trame.
Un primo insediamento storico risale alla vendita di lotti di terreno operate dall’impero zarista tra sette e ottocento. Numerosi contadini italiani, soprattutto liguri, s’erano così insediati tra Crimea e Caucaso. Nel tempo s’era dunque venuta a formare una comunità italiana, formata da circa quarantamila cittadini che nel tempo erano diventati a tutti gli effetti cittadini russi (e poi sovietici), appartenenti ad una “middle class”.
Un secondo nucleo, più ristretto numericamente (si parla di cinque-seicento individui), fa capo invece all’emigrazione antifascista. Sono numerosi i cittadini europei che di fronte all’involuzione democratica del Vecchio Continente si recano in Unione Sovietica, vista come scudo protettore per i socialisti e gli antifascisti. Aiutati dal Mopr, in seguito a viaggi avventurosi, arrivano infine in Unione Sovietica, dove vengono “accolti” dalle rappresentanze dei partiti comunisti dei paesi di appartenenza. È in realtà un processo spontaneo: stabilendosi principalmente nelle maggiori città, gli emigrati stessi vanno a ricercare i propri punti di riferimento, trovandoli nei dirigenti di partito che in quel momento si trovavano a Mosca per fare la scuola della Terza Internazionale. Così nella capitale Gramsci, Togliatti, Roasio, Robotti ed altri li accoglievano, gli facevano scrivere un’autobiografia, segnalando l’attività nel partito prima dell’arrivo in Urss, insomma li registravano. Questo primo materiale veniva raccolto e dato alla Sezione Quadri della Terza Internazionale. È un primo passaggio che si rivelerà terribile nel tempo.
Gli emigrati italiani nel primo decennio conducono una vita discretamente tranquilla, addirittura agiata: hanno uno status particolare, ottengono la tessera per andare in negozi speciali per stranieri, possono viaggiare, possono scrivere ai familiari in Italia. La Dundovich riporta il caso di Albina Bertoch (Cfr. http://www.gulag-italia.it/gulag/frameset_ita.html), che rientra addirittura in Italia per prendere il figlio e tornare in Urss. Si tratta solo di una felice parentesi. A partire dal ’32 inizia a cambiare tutto.
A quell’anno risale infatti la prima incrinatura del rapporto di fiducia tra il potere e gli italiani. È la collettivizzazione che cambia la vita per i contadini, anche per gli italiani, soprattutto in Crimea. Vicino a Kerč viene fondato il kolchoz italiano “Sacco e Vanzetti”, ma è una scelta obbligata, che gli italiani sono restii ad accettare. Parallelamente, altri scricchiolii si registrano in città con la passaportizzazione, che viene concessa solo a chi è in possesso dello status ufficiale di emigrato politico. Tutti gli altri vengono espulsi dalle città, e gli viene limitata la libertà di movimento, nonostante molti di essi fossero iscritti al Pcus.
Nel 1933 gli scricchiolii diventano rotture vere e proprie. Stalin decide una čistka delle tessere del partito, passando in rassegna i comportamenti degli emigrati tesserati, registrati negli schedari e negli archivi. Vengono così “scannerizzati rispetto ai dettami staliniani”, tramite le loro dichiarazioni alle riunioni di partito o fabbrica, o le frasi che simpatizzano per Trockij. All’inizio degli anni trenta è un’operazione indolore, negli anni seguenti questo passaggio si rivela decisivo.
La situazione degli italiani però inizia a mutare nei primi anni ’30 quando in seguito all’attacco giapponese alla Manciuria e all’arrivo di Hitler al potere si acuisce il timore sovietico di una guerra su due fronti e cresce la xenofobia di Stalin: a ciò si aggiunge in seguito la caccia alla “quinta colonna”, ovvero dei fiancheggiatori dei paesi alleati ai franchisti nella guerra civile spagnola. È dal confluire di questi eventi che nella prima metà degli anni ’30 il quadro degli stranieri in Urss diventa tragico. Gli italiani, ovviamente, si trovano nel mirino: sono tra i pochi che possono scrivere lettere indirizzate all’estero. La prima campagna repressiva avviene subito dopo l’assassinio Kirov: viene arrestato un gruppo di 13 italiani. È solo l’inizio della repressione: tra il ’35 e il ’36, il Politbjuro ordina agli organismi della Terza Internazionale di riprendere in mano tutta la documentazione su comunità straniere in Urss fatta nel ’33. Roasio, Robotti e Ciufoli, dirigenti del Pci che vivevano a Mosca, e lo stesso Togliatti durante i suoi soggiorni sulla riva della Moscova, consegnano alla Sezione Quadri lunghe liste di sospetti. È una vera e propria lista di morte, perché queste comunicazioni arrivano dai dirigenti del Pci, attraverso la Sezione Quadri, all’Nkvd. 111 emigrati antifascisti vengono fucilati per questo motivo nell'anno solare del Grande Terrore.
Analizzando questa storia, si vede in filigrana la storia sovietica ed il legame con i partiti comunisti europei. E si comprende la responsabilità politica del Pci. Ché se nel 1956 in Unione Sovietica arriva la prima legge riguardo la riabilitazione delle vittime dello stalinismo, solo nel 1961 arrivano le prime confessioni del Pci. Confessioni “strette”, dacché Togliatti si limita a comunicare l’esistenza di vittime italiane dello stalinismo senza tuttavia ammettere le responsabilità del Pci, che oggi sono ampiamente documentate. Nel 1970, addirittura, il Kgb consiglia al Pci di mantenere il fratello di Nazareno Lucchetta all’oscuro della sorte del fratello, arrestato e fucilato nel 1937, e gli italiani obbediscono senza meno. L’argomento del Terrore in Italia resta così tabù fino ad oggi, con la breve parentesi della visita ufficiale di Fassino a Levašovo nel giugno scorso. Sintomatica del colpevole silenzio è la vicenda di Dante Corneli che, tornato in Italia dopo 17 anni di Siberia, redige delle memorie che vengono boicottate da tutte le case editrici. Negli anni del compromesso storico non era dato di parlarne.
Chiusa la parentesi sull’oblio delle vicende degli italiani vittime delle fucilazioni, la Dundovich conclude il suo intervento raccontando la distruzione della comunità italiana di Crimea, vittima di ciò che Pavel Polian (POLIAN, Pavel, “Soviet repression of foreigners: the Great Terror, the Gulag, deportations”, Milano, 2001) ha definito il “terrore da ritirata”. Nel settembre del ’41 i nazisti invadono la Crimea per due mesi. Quando l’armata rossa ne ritorna in possesso per alcuni mesi, gli italiani vengono sospettati di aver collaborato con tedeschi, e vengono in blocco deportati in Kazakhstan. Le donne rimangono a vivere nei villaggi kazaki, gli uomini vengono invece mandati a lavorare a Čeljabinsk. Quasi tutti sopravvivono, ma quando una decina d’anni dopo vengono liberati sono dei disadattati, nullatenenti e privati della loro stessa comunità. Le vittime italiane del terrore staliniano non sono mai state ufficialmente riabilitate dallo stato italiano.

L’intervento della Dundovich chiude la prima sessione dei lavori. È ora di pranzo, ma la fame è poca. Non è bastata la bella presenza della professoressa, non il suo vivace accento toscano: la sua relazione ha aggredito la mia intimità. All’uscita dell’aula magna scopro un mondo in movimento, sospinto da un timido sole. Gli studenti passeggiano a frotte sull’enorme ponte su cui è modellata l’intera costruzione dell’Università di Rende. Spiazza un po’ scoprire la vita dopo ore di parole sulle morte. Ed anche l’opposizione luce/buio ha il suo effetto. Durante il pranzo sono di poche parole. Dovrei intervistare i relatori, nella mia idea di besedy da inserire nel testo del reportage, ma sono ancora scosso. Neanche il caffè sortisce l’effetto sperato. Si ritorna nell’aula magna, ad ascoltare una delle relazioni più semplici e per ciò stesso più preziose.

Gnesin: l’amore per l’Italia come condanna a morte
Il professore Michail Talalay, membro della Rossijskaja Akademija Nauk, prende la parola. Racconta ciò che definisce una “microstoria di terrore”, la vicenda di una figura straordinaria e caratteristica, di un uomo di gran talento: attore, musicista, pedagogo, narratore e poeta, intriso d’un sincero e profondo amore per l’Italia. Grigorij Fabianovič Gnesin ha un cognome importante, legato all’accademia musicale russa, fondata dai suoi fratelli maggiori. Mentre i familiari lavorano per l’istruzione musicale del popolo, lui girovaga per il mondo, venendo così estromesso dall’ambiente familiare. All’estero riceve la formazione universitaria, ma si avvia in seguito alla carriera del trovatore. In Italia trascorre un anno, ed il suo talento poetico si sposa subito al Bel Paese. Vede così la luce “Memorie del cantante vagabondo”, il suo unico libro pervenutoci, interamente dedicato a questo viaggio.
Nel 1904 la famiglia gli impone di tornare in Russia, ma già nel 1905 viene arrestato per aver partecipato alla rivoluzione. Scrive un requiem ai martiri della repressione zarista, ma in carcere rimane traumatizzato: come appare nelle lettere al fratello Michail, rasenta spesso la follia e sviluppa un’idiosincrasia per la Russia., stabilendo di non rimanerci più: “mi ha dato solo sofferenze. In Russia – scrive Gnesin - si è schiuso ciò che in Europa era fiorito nella mia anima”. Al carcere segue l’espulsione, vissuta con sofferenza da Gnesin che nonostante i proclami è molto attaccato alla patria. Nell’esilio conosce tanti dissenzienti, ed entra in contatto con Čukovskij, Repin e Mejerchol’d. Queste conoscenze stimolano l’interesse per il teatro d’avanguardia. Le sue esperienze letterali vengono però interrotte dalla rivoluzione d’ottobre, vissuta con enorme entusiasmo da Gnesin, che torna in patria, dove nel 1919 incontra la compagna di vita, conquistandola con le canzoni napoletane, cantate al “Cane randagio”, locale pietroburghese dove il poeta lavora come cantante. Nel 1921 nasce Evgenija Gnesin: la gente dice che “il colore blu dei suo occhi scaturisce dai sogni di Mar Mediterraneo dei genitori”. Gnesin continua infatti a parlare d’Italia nei dieci anni trascorsi a Leningrado, tra concerti ed interventi in radio, dove crea uno stile tutto suo di trasmissione radiofonica. Pubblica alcune canzoni napoletane con delle traduzioni dei testi in russo, è il primo divulgatore della canzone partenopea in Russia. Parallelamente scrive un libro su Leonardo Da Vinci e propone una riedizione delle “Memorie del cantante vagabondo” a Gor’kij, che tuttavia lo ignora. È il 1937. Il realismo socialista non ammette divagazioni, né l’esterofilia viene vista di buon occhio. D i lì a breve, la storia travolge Gnesin. Nell’autunno 1937 viene arrestato come nemico del popolo. Neanche l’intercessione della potente famiglia riesce a risparmiarlo: Gnesin non riesce a realizzare la promessa alla moglie di portarla in Italia, viene fucilato quasi subito. La moglie e la figlia vengono condannate ed espulse, il fratello Michail rischia la stessa sorte quando, nei primi anni ’50, si lascia sfuggire di fronte ad un ufficiale sovietico, intento a tessere le lodi dell’Urss come paradiso degli artisti, un elenco degli artisti uccisi dal potere, sottolineando con asprezza il nome del fratello. L’inaspettata omertà dell’ufficiale salva però Michail Gnesin.

La vicenda di Grigorij Gnesin ritrova oggi importanza grazie agli studi di Talalay. Saranno presto pubblicate in Italia le “Memorie del cantante vagabondo”, sotto la cura di Talalay stesso, che si è anche premurato di indagare gli atti ufficiali della passione di Gnesin, scoprendo come l’accusa ufficiale nel documento di condanna a morte sia, sorprendentemente, lo spionaggio per i servizi segreti polacchi: un chiaro esempio di confessione estorta con la tortura.

La chiusura del primo giorno di lavori
L’intervento di Talalay si rivela, purtroppo, l’ultimo importante contributo alla prima giornata del convegno. Gli interventi, sino a quel momento, sono stati davvero apprezzabili sotto tutti i punti di vista. La messe di informazioni, di spunti per la ricerca, di analisi storiche è davvero interessante. Gli ultimi due interventi, a mio modesto parere, scendono un po’ di livello. Il primo intervento in questione è quello di Brunello Mantelli. Sia chiaro, a scanso d’equivoci: il professor Mantelli è persona erudita e di grande fascino intellettuale. Ha contezza di ciò di cui parla, possiede un’esposizione fresca ed originale accompagnata da una gesticolazione originale, quasi un disegnare in aria i concetti. Il suo intervento, però, pecca di eccessivo particolarismo storico. Mantelli espone alla platea la questione baltica del 1919, ovvero il complesso gioco di equilibri politici che si viene a creare alla fine del primo conflitto mondiale nell’area baltica, e che vede in gioco i residui dell’armata tedesca, l’Intesa vincitrice della guerra e la Russia post-rivoluzionaria. La relazione (anomala per stessa ammissione del relatore) è interessante ma pecca in contestualizzazione per cui, alla fine della stessa, la platea ha un perfetto quadro della crisi baltica, dell’influenza di essa nei “baltikumer” e nei “freikorps”, a detta di Mantelli il “brodo in cui cuocerà il nazismo”; ma non ha notizie di ciò che è l’intento primario della relazione, ovvero scoprire se l’esperienza baltica potesse avere influito sulla genesi del patto Molotov-von Ribbentropp del ’39. Le connessioni storiche sembrano poche, ed in generale la relazione pone un interrogativo che non viene esaurito.
L’unica delusione del convegno, però, giunge dall’intervento di Paola Cioni, esponente dell’istituto italiano di cultura di Toronto nonché membro della Ran. Se la relazione di Mantelli ha una eccellente costruzione storico-scientifica, quella della Cioni risulta davvero scadente. Ed è una spiacevole sorpresa, considerando l’importanza della relatrice (assente tuttavia al convegno) e le aspettative per la relazione di un esponente italiano della prestigiosa Accademia delle Scienze Russa. “Le sette morti di Gor’kij” è una sterile ricostruzione delle varie versioni della morte dello scrittore russo, e ripercorre la storia di ognuna di esse: morte naturale, avvelenamento, uccisione da parte di Stalin. Il tutto avviene con una grande perizia di particolari ma senza un’adeguata contestualizzazione storica. Inutile negarlo, dalla Cioni ci si attendeva di più, alla fine dell’intervento ci si ritrova davanti solo sette ipotesi di decesso e nient’altro.

La sera è scesa. Si torna nelle camere per riposare. Approfitto delle due ore di tempo a disposizione per rileggere gli appunti delle relazioni ed approntare delle domande per le mie besedy. Quando il lavoro è terminato, scopro con grande imbarazzo di essere atteso dall’intera compagnia. Stempero la tensione nel tragitto in auto verso un casolare silano governato da una cuoca di leggendaria abilità, ennesima chicca dell’organizzazione.

Le besedy
Il menù è ricco, la tavola soddisfatta. Inizio a stuzzicare i presenti, alla ricerca di spunti di riflessione basati su ciò che dal convegno è uscito fuori. Ad Andrea Graziosi pongo un interrogativo che sin dai primi minuti del suo intervento mi aleggia nell’animo: come mai le prime vittime del regime comunista sono proprio le parti sociali che dovrebbero essergli fedeli? Mi risponde con la consueta dovizia di particolari. Lo sfaldamento dei rapporti con la base è quasi immediata: già nel 1918 viene fuori. Nella costituente i bolscevichi hanno l’appoggio dei contadini, basato sulla doppia promessa di terra e di pace. Gli operai sono pochissimi, ma hanno comunque l’appoggio del nuovo governo. Le cose precipitano già pochi mesi dopo con la statalizzazione, e quando inizia la guerra civile: è nella prosecuzione della guerra e nella collettivizzazione che viene meno l’appoggio dei contadini, mentre gli operai sono già annoverati tra gli scontenti per la difficile situazione nelle città in guerra. Per comprendere l’evoluzione violenta (già nel ’20 vengono usate armi chimiche contro i contadini, riporta Graziosi) dei rapporti basta ricordare una frase di Lenin: “noi siamo conquistatori in un paese conquistato”. È questa la logica che sottende alle azioni del governo, ovviamente rinvigorite da Stalin, il cui rapporto con i contadini in particolare è già stato analizzato. Gli operai, invece, non sono veri operai, sono contadini inurbati che poi con la passaportizzazione subiscono un primo severo sopruso.
Prima del caffè mi avvicino a Mantelli: voglio provare ad ottenere quella connessione con la storia sovietica che a mio avviso è mancata nella sua relazione, e così gli chiedo se il feroce antislavismo del nazismo, riscontrabile nella gestione dell’operazione Barbarossa, può farsi risalire agli strascichi del quadro baltico da lui enunciato nel suo intervento. Mantelli apre la discussione con il razzismo della cultura scientifica europea (per razzismo s’intende la certezza del concetto di razza) e l’influenza che ciò ha sul quadro tedesco. Sin dal primo ‘800 si discute sulla razza slava, se annoverarla o meno tra le razze bianche, e negli ambienti tedeschi (soprattutto all’interno dell’impero austro-ungarico) si sviluppa l’idea che l’elemento asiatico degli slavi ne fa una razza “pericolosa”. Da qui nasce la diffidenza verso la razza, sviluppata poi nei vari procedimenti isolanti della componente slava all’interno dell’impero stesso, ed al pesante antislavismo dei circoli viennesi, in cui bazzicava il giovane Hitler. Oltre a ciò, sin dai tempi di Bismarck, si sviluppa l’idea che i tedeschi debbano portare la civiltà ad Est. Ed anche se Bismarck è contrario a questa teoria, è innegabile che questa componente nei quadri di potere tedeschi sia forte. I “baltikumer” e la loro frustrante esperienza aggiungono forza ad un concetto già preesistente.
Lascio Mantelli soddisfatto: ero certo del suo apporto al reportage. A caffé già sorseggiato mi trovo davanti ad un bivio: Talalay o Dundovich. Opto per la seconda, con la quale vorrei imbastire una lunga conversazione sul rapporto Pci/memoria (peraltro molto bene illustrato, a detta di tutti, nell’intervento di Valentine Lomellini al convegno che però non mi è pervenuto: di ciò chiedo scusa ai lettori di esamizdat ed alla relatrice): mi pentirò amaramente della scelta, ignoro che Talalay parte all’alba e che non potrò andare oltre la piacevole ed amichevole chiacchiera con lui. E quindi tutte le domande sul destino dei letterati obliati, come Gnesin, rimangono senza risposta.
Fortunatamente ho come consolarmi con la Dundovich. Le chiedo perché ancora oggi in Italia i partiti comunisti (o discendenti da essi) sono restii a fare i conti col proprio passato. Mi risponde che c’è certamente un problema di elettorato, ovvero di quella grande fetta di elettori che ancora oggi hanno una concezione deviata dell’esperienza sovietica. A riprova di ciò, mi racconta le contestazioni subite a Figline di Prato da alcuni componenti del pubblico, che li accusavano apertamente di essere cialtroni. Quanto ha influito in tutto ciò il comportamento (e la successiva mitizzazione) di Togliatti? Secondo la Dundovich è più la mitizzazione dell’Unione Sovietica ad aver fatto danni, portando anche ad una distorsione della ricezione di informazioni nuove all’interno degli ambienti comunisti, che tacciano come capitalisti i contributi antisovietici. E questo porta ovviamente a ridurre le possibilità che le colpe storiche e documentate di Togliatti vengano riconosciute. E se la visita di Fassino a Levašovo può avere aperto uno spiraglio, il silenzio dei partiti comunisti italiani lo ha chiuso subito. Ci chiamano per tornare in albergo. Abbiamo giusto il tempo di un’ultima considerazione sulla Russia di Putin, e su quanto il terrore abbia influito nella creazione di questo strano organismo democratico. Elena Dundovich mi racconta delle tesi elaborate da Memorial in occasione della candidatura al premio Nobel per la pace 2007 (Cfr. http://www.memorial-italia.it/frontend/?rr=SS_5), in cui viene tracciato un parallelo tra l’esperienza del terrore e la Russia attuale. Il periodo del grande terrore ha devastato la società sovietica, introducendo elementi distruttivi, quali ad esempio la miriade di orfani, depressi e disadattati. È scomparsa in quel periodo la fiducia nelle istituzioni, s’è ingenerata nel popolo la sfiducia verso un potere visto come intoccabile ed una pesante rassegnazione. Bisogna, conclude la Dundovich, riflettere sulla mancata transizione democratica della Russia. In essa si può vedere il fallimento della storia democratica europea.

Tornati in albergo sento la necessità di staccarmi da tutto ciò. Mi infilo in auto e mi lancio in un giro solitario per Cosenza. Tra i vecchi palazzi tiro boccate di fumo. Mi bastano pochi minuti: nel giro di mezzora torno alla base. Al rientro trovo nella hall Mantelli alla ricerca di una postazione internet e la Dundovich, con la quale concordo un appuntamento per la colazione. E sul letto della mia camera mi sorprendo a pensare che, forse, non sono l’unico a dovere affrontare un’inquietudine sinuosa.

With much love and kisses…
È il mattino dell’ultimo giorno. Dopo una piacevole chiacchierata con Clementi, arriviamo all’aula magna. Anastasija Čerkasova, giovane regista pietroburghese, freme per presentare il suo film, “…with much love and kisses…”, prodotto da Memorial San Pietroburgo. Riceve però una brutta sorpresa: l'aula magna è pressoché deserta. Dopo aver atteso vanamente, la proiezione ha inizio. Il film è un lieve scivolare di note su immagini di morte. È la cronaca, o meglio la trasfigurazione poetica per immagini, di un viaggio della memoria alle Solovki organizzato da Memorial con alcuni parenti delle vittime. Li accompagniamo nel treno, con i loro bagagli ingombranti, infreddoliti su piroscafi antidiluviani. Irina Flige gli è accanto, li sostiene quasi con atteggiamento materno verso quei compagni di viaggio che sono per lo più ultrasettantenni. La Čerkasova coglie splendidamente il confine tra il sentimento e il patetismo, grazie anche ad intuizioni brillanti, come quelle di far ascoltare le voci sommesse dei protagonisti durante i loro primi piani muti. La tristissima processione verso i luoghi di morte ed il ritorno sono le ultime pagine di questa pellicola-bijou di un’ora circa. Gli applausi scrosciano, la sala è sinceramente commossa. La tavola rotonda conclusiva parte quasi nell'imbarazzo, anche Graziosi, nonostante la sua enorme esperienza, sembra avere le gambe tremanti. Il dibattito conclusivo prende subito una precisa piega: dopo le enunciazioni, la sintesi viene affidata all’attualità, al rapporto tra presente e passato, tra memoria storica e la società russa attuale. E questa piega, è bene dirlo, viene data dalle domande degli studenti presenti, che dopo aver interrogato la Čerkasova sulla realizzazione del film pongono insistenti domande sull’attualità. E così dalle conclusioni viene fuori che il rapporto del mondo scientifico russo è più che ambiguo: nei corsi di storia, il terrore viene a malapena accennato, in diversi libri di testo all’argomento vengono dedicate pochissime pagine. E, proseguendo su questa falsariga, Irina Flige spiega le ambiguità del rapporto potere/terrore: la riabilitazione ha strani meccanismi, nei quali i parenti delle vittime devono dimostrare l’innocenza del defunto, attestando così l’esistenza di un terrore “giusto”, legittimando l’azione dello stato. A dimostrazione di ciò vi è l’erezione di monumenti alle vittime innocenti da parte di associazioni o poteri locali, da contrapporre ad ideali vittime colpevoli. “Il non detto ha una grande importanza, per questo argomento”, dice Clementi, che teorizza poi l’assolutismo statale russo come conseguenza di questi meccanismi: “lo stato si sente in diritto di fare ciò che vuole col cittadino”. La chiusa del dibattito è affidata ad Irina Flige: “quando si parla di terrore non si può parlare di un qualcosa di passato. Il terrore non è ancora finito, il terrore è il modo russo di percepire il rapporto con lo stato”.

Il convegno termina tra gli applausi. Meritati, a mio parere: tutto è stato ottimo, sia per i contributi scientifici, sia per gli aspetti organizzativi. Un esausto Clementi crolla su una sedia, soddisfatto del proprio lavoro. Prendo da parte Irina Flige, discutiamo per molti minuti sull’attualità e sulla memoria, le sue dichiarazioni taglienti sono la sostanza dell’intervista pubblicata su “Left Avvenimenti” (Cfr. il numero 43 del 26 ottobre scorso). Nell’accomiatarci, mi strappa la promessa di collaborare per Memorial. Le stringo la mano, le garantisco il mio impegno. Durante il viaggio di ritorno, avverto la diversa percezione che nutro nei confronti del terrore e delle vittime. Come sempre, l’incontro con i volti infrange l’asetticità dei numeri, le biografie sovrastano le pagine di storia liquidate in poche frasi. Non potevo rifiutare la proposta di Irina Flige. Non dopo essermi imbattuto in tutto ciò.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
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