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Katyń, PL, 125’, 2007, regia: Andrzej Wajda, con: Andrzej Chyra, Maja Komorowska, Paweł Małaszyński, Maja Ostaszewska, Artur Żmijewski
Di Alessandro Ajres
Tratto dal romanzo Post-mortem di Andrzej Mularczyk, il film assomma l’eccellenza dell’arte cinematografica polacca: la regia di Andrzej Wajda, la musica di Krzysztof Penderecki, la recitazione dei migliori attori contemporanei del Paese. La narrazione si apre in data 17 settembre 1939 con una scena simbolica: due gruppi di fuggitivi polacchi si trovano su un ponte correndo gli uni in direzione degli altri, scappando gli uni dai nazisti e gli altri dai sovietici. Metafora della condizione bellica di un popolo stritolato tra due potenze cieche e assetate di sangue, condannato qualsiasi direzione decida di prendere. Si racconta la deportazione dei graduati migliori dell’esercito polacco, cui si aggiunge – il 6 novembre dello stesso anno – quella dei professori dell’Università di Cracovia e di scienziati, ingegneri da tutto il Paese. Si racconta la loro condizione e quella straziante delle loro famiglie, impegnate a restare in vita e ad attenderli malgrado tutto. Finché, nell’aprile del 1943, i quotidiani e la filodiffusione organizzata dai nazisti non inizia a ribadire un giorno dopo l’altro la notizia del ritrovamento di migliaia di corpi nella fossa comune di Katyń, uccisi per mano sovietica. La pubblicazione e la lettura dei nomi degli scomparsi aleggia come uno spettro sulla vita quotidiana. Il dramma di chi ha perso qualcuno non è maggiore di quello di chi lo sospetta solamente, lo percepisce ma non lo accetta. Il giorno della liberazione rappresenta l’inizio di una nuova guerra, per i familiari delle vittime di Katyń: quella per la verità. Quelli che non accettano la versione imposta dall’Unione Sovietica alla nuova Repubblica Popolare Polacca, ovvero che responsabili del massacro siano i nazisti, devono fare i conti con la propria coscienza, con la prigione, con una vita da braccati o reclusi. Per loro la guerra non è davvero mai finita; sono condannati a vivere in eterno le battaglie che i loro cari hanno solo potuto immaginare dal campo di prigionia.
Il finale, chiudendosi circolarmente, è davvero senza speranza. Wajda ricostruisce il processo automatico con cui vengono giustiziati i prigionieri; inquadrature e sequenze restituiscono il ritmo del massacro, su cui si stende pietosa la terra dei boschi di Katyń. Si riaffaccia la sentenza di una dei protagonisti: “La Polonia non sarà mai libera. Mai”.
eSamizdat
Rivista di culture dei paesi slavi
Registrata presso la Sezione per la Stampa e l'Informazione del Tribunale civile di Roma. N° 286/2003 del 18/06/2003 ISSN 1723-4042
Direttore responsabile: Simona Ragusa
A cura di: Alessandro Catalano e Simone Guagnelli
Comitato scientifico: Giuseppe Dell'Agata, Nicoletta Marcialis, Paolo Nori, Jiří Pelán, Gian Piero Piretto, Stas Savickij
Comitato di redazione: Alessandro Ajres, Alessandro Amenta, Silvia Burini, Alessandro Catalano, Marco Dinelli, Eleonora Gallucci, Simone Guagnelli, Katia Margolis, Alessandro Niero, Laura Piccolo, Marco Sabbatini, Massimo Tria, Andrea Trovesi

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