"Voci dal samizdat di Leningrado".
Incontri con V. Dolinin, E. Šnejderman e T. Bukovskaja.
A cura di Marco Sabbatini
eSamizdat 2003 (I), pp. 27-37
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[Dall'incipit dell'introduzione al dialogo]

Per riconoscere lo spirito di una cultura è indispensabile avere cognizione delle sue espressioni più libere, spontanee e stravaganti e degli impulsi estetici, nonché storici e sociali, di cui queste si nutrono. Il samizdat a Leningrado è una di tali espressioni, capace di animarsi a margine della apparentemente prevedibile scenografia letteraria tardo-sovietica, di espandersi nel sottosuolo immaginario di uno spazio circoscritto, in una città pregna di miti in decadenza e teatro di eventi storici dalle sembianze apocalittiche che hanno segnato la storia del primo Novecento. La letteratura non ufficiale vive di una morbosa simbiosi con una percezione ossimorica che la lega e la respinge nella toponomastica di "Lenin-grado", "Pietro-burgo". Si consacra in tal modo un conflitto secolare tra una tradizione intellettuale indipendente, da sempre proclamatasi pluralista ed un complesso zarista-sovietico avvezzo a demandare ai propri istinti censori i frustranti desideri di controllo e di dominio totale sulle lettere. Per tale motivo la letteratura non ufficiale trova modo di riaffermare la propria identità attraverso un processo autoreferenziale di fruizione e produzione dei testi. È ben noto che parlare di sam-izdat' non significa focalizzare semplicemente un procedimento di stampa "fai da te" e di circolazione alternativa di testi letterari; il samizdat è la determinazione metonimica di un sistema di valori etici, estetici, intellettuali, letterari o politici che sia, espressi attraverso un pluralismo di opinioni e di punti di vista critici sull'evoluzione del discorso culturale in Russia.
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