"Le cose che non sappiamo sono tante, tantissime".
Dialogo con Riccardo Picchio su passato, presente e futuro della slavistica
A cura di Nicoletta Marcialis
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 9-13
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[Dall'incipit del dialogo]

Nicoletta Marcialis
Da tempo la redazione di eSamizdat mi ha chiesto di intervistarti per aprire con te il terzo numero della rivista, sono mesi che ci penso e mi chiedo: da dove cominciare? Poi mi è venuta in soccorso la Moratti, ho capito che oltre e prima ancora che lo slavista di fama mondiale tu rappresenti ai miei occhi quel mondo che lei vuole distruggere, un Giorgio Bocca della ricerca umanistica. Del resto, siete entrambi piemontesi

Riccardo Picchio
Mi fa molto piacere, cara Nicoletta, che tu riconosca in me, ancor più che un “emerito” (ovvero pensionato) professore universitario, un vecchio antifascista. Basta questo a collocarmi nel campo della resistenza al berlusconismo, inteso in tutte le sue espressioni (tra cui il modo in cui la signora Moratti affronta ora la crisi dell’ Università).
Ti sono molto grato anche del lusinghiero accostamento a Giorgio Bocca. Non è facile mettere insieme il lavoro di un famoso giornalista (che io stimo ed apprezzo molto) con quello di un filologo, noto solo - sia pure in diversi paesi - ai cultori di una determinata disciplina. Penso però che il tuo accostamento voglia essere un omaggio alla generazione - a cui anch’io appartengo - che dalla Resistenza ad oggi ha lottato per reinserire l’ Italia, dopo il disastro del fascismo, nella tradizione universalista trasmessaci dalla nostra cultura umanistica.

Nicoletta Marcialis
Tu come me sei stato lettore di italiano all’estero, in Polonia, se non sbaglio. Ai miei tempi era una possibilità abbastanza accessibile, si partiva spesso sospinti dall’inquietudine generale di quegli anni, tutti viaggiavano in paesi lontani, siamo stati una generazione di migranti. Oggi i giovani faticano a trovare occasioni di soggiorno nei paesi slavi, eppure vanno, spinti dall’amore per i paesi di cui si occupano, dalla necessità di fare ricerca, dalla disoccupazione e dalla soffocante mancanza di spazio di un’Italia sempre più provinciale. Tu come ci sei andato? E cosa hai trovato?

Riccardo Picchio
Di andare in un paese slavo col finanziamento diretto o indiretto (scambi culturali) del Governo italiano mi è capitato, prima di diventare professore, due volte. La prima volta nel 1942. Avevo diciannove anni. C’era la guerra. Mi fu allora assegnata una borsa di studio straordinaria su richiesta del Prof. Enrico Damiani, dal quale avevo imparato, nel mio primo anno di Lettere, a borbottare fluentemente in bulgaro un certo numero di frasi, tanto da destare meraviglia non solo tra quelli che il bulgaro non lo sapevano per niente, ma anche tra quei bulgari di Roma che auspicavano la creazione in Italia di una bulgaristica universitaria, sulle orme appunto di Enrico Damiani, nonché dell’allora giovane poliglotta Luigi Salvini.
A Sofia avrei dovuto essere il rappresentante delle nuove generazioni studentesche dell’Italia mussoliniana. Il mio comportamento fu però deludente
Siccome avevo pochi soldi, non entravo mai in un locale se non elegante, diciamo distinto. Mi feci subito degli amici, ma non del tipo che sarebbe piaciuto ai funzionari diplomatico-consolari della legazione d’Italia. Erano studenti piuttosto poveri, di vario orientamento anche se considerati in blocco dalle autorità “comunisti”. Poi saltò fuori che (fatto inaudito) io non ero nemmeno iscritto al GUF (Gruppo Universitario Fascista) di Roma. Il segretario italiano del fascio di Sofia sembrava deciso a farmela pagare, ma alla fine si limitarono a rispedirmi subito in Italia. In Bulgaria avevo fatto il “borsista” per quasi due mesi, avevo praticato la lingua in quella che oggi si chiamerebbe una piena “immersione”, ma non ero mai andato a lezione da nessuna parte.

Nicoletta Marcialis
Non sapevo di questi tuoi esordi sofioti! Ma allora non sei stato lettore in Polonia?

Riccardo Picchio
Sì, fu la seconda volta che andai in un paese slavo con i soldi del governo, nel 1947. Ero laureato da poco. Venni nominato lettore di italiano all’Università di Varsavia, formalmente perché avevo superato un esame di idoneità (ad esaminarmi fu un anziano ambasciatore che sapeva, se non proprio il polacco, il russo...); in realtà perché mi ero già fatto conoscere a Varsavia l’anno precedente, in occasione di un viaggio come inviato speciale dell’Avanti! A Varsavia rimasi per due anni accademici: il tempo di migliorare le mie conoscenze polonistiche ed anche di decidermi a lasciare per sempre politica e giornalismo dopo avere visto da vicino il muso duro dei “costruttori del socialismo” agli ordini di Mosca. Come vedi, il ricordo di quei tempi non mi porta a parlare male dell’Italia dei decenni posteriori. Il tema è difficile. Per quanto il mestiere di slavista sia stato arduo ai “tempi tuoi”, non credere che ai “tempi miei” sia stato meglio. Dopo l’esperienza polacca, ritentai a Parigi, facendo molti mestieri prima di ottenere una borsa di studio, francese.
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