"Nei testi letterari c’è una forza che è centrifuga per conto suo".
Dialogo con Paolo Nori.
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 7-14
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[Dall'incipit del dialogo]

eSamizdat
Ci sono bastati pochi tuoi libri per capire che, a nostro modo di vedere, l’intervista con te fosse, ancor prima che interessante, soprattutto “doverosa”. Noi, con questa nostra rivista, ci sentiamo in realtà piuttosto vicini a te e soprattutto a Learco Ferrari, ed esagerando un po’ possiamo arrivare a dire che Learco è un po’ la bandiera che rappresenta tutta la generazione che sta dietro a eSamizdat, anche se poi eSamizdat non è e non vuole essere una rivista generazionale. Però, ecco, ci sembra che la nostra immedesimazione con Learco sia immediata, epidermica, certo molto più che con il mondo universitario in cui pure tutti abbiamo studiato il russo...

Paolo Nori
La parola generazionale, anche se capisco cosa significa di per sé, non capisco più cosa vuol dire se la applichiamo alla letteratura: la letteratura generazionale secondo me è una cosa che non esiste, anche se è una locuzione che si sente spesso. Una volta sono andato a presentare un libro con un editore e a lui hanno chiesto Che libri fai, te?, e lui ha risposto Io faccio letteratura generazionale. Tornando in treno insieme gli ho chiesto Scusa, ma cosa vuol dire, letteratura generazionale?, e lui mi ha risposto No, non vuol dire niente, io faccio i libri che mi piacciono, però rispondo così letteratura generazionale perché se gli dico Faccio i libri che mi piacciono pensano Guarda questo com’è superbo, invece se gli dico Faccio letteratura generazionale sono contenti e non mi rompono più i maroni. Secondo me invece l’unica divisione possibile, gli unici due generi esistenti sono quelli lì, le cose belle e le cose brutte. Poi, certo, noi tre abbiamo più o meno la stessa età e abbiamo studiato russo nello stesso periodo storico e abbiamo delle esperienze in comune e le prime cose che ho scritto son venute fuori da quella situazione lì, ovvero dal momento in cui hai finito l’università, hai fatto quello che dovevi fare e non hai più punti di riferimento, ti accorgi che mentre all’università le cose che facevi avevano un senso o sembravano averlo, perché alla fine di un corso c’era un esame con un punteggio preciso dal quale capivi com’era stato il tuo lavoro, finita l’università o finito il dottorato le cose che fai non hanno più senso e tu per il mondo sei una specie di peso e da quella disperazione, dal fatto di non sapere bene da che parte sei voltato e dal fatto che le cose che dici non c’è nessuno disposto a ascoltarle, indipendentemente da quello che dici, da quella situazione, appunto, saltano fuori i miei libri, perché piuttosto che mettersi a dar delle martellate in testa alla gente, uno si mette a scriver dei libri.

eSamizdat
Per restare sugli aspetti “generazionali”, in Scarti (Feltrinelli, 2003) scrivi che “noi, secondo me, come siam messi, i miei cosiddetti coetanei o quasi coetanei, quello che ci caratterizza, secondo me, che a parte le malattie personali che ognuno ha le sue noi siamo tutti malati di micropsichia, scarsa fiducia nelle proprie possibilità. Questo dipende anche da condizioni generali. // Che noi veniamo dopo la generazione che avevan vent’anni negli anni quaranta che dovevan combattere c’era bisogno di soldati, dopo la generazione che avevan vent’anni negli anni cinquanta che dovevan costruire c’era bisogno di costruttori, dopo la generazione che avevan vent’anni negli anni sessanta che dovevan contestare c’era un mondo vecchio da rifare, dopo la generazione che avevan vent’anni negli anni settanta che dovevan rampare c’era bisogno di arricchirsi noi, non dovevamo fare niente l’unica cosa non rompere troppo i maroni”. Il problema infatti ci sembra proprio che finché non arriveremo ai cinquant’anni non saranno molte le possibilità di realizzare i progetti che abbiamo in mente, per non parlare poi della fatica che si fa a togliersi l’etichetta di giovani, giovani scrittori, giovani slavisti...

Paolo Nori
Gianni Celati l’hanno invitato a un convegno sui giovani scrittori che aveva più di 50 anni. Anche giovane scrittore è una locuzione che la mettono dappertutto perché sta bene.

eSamizdat
Sì e non fa paura... Senti, noi abbiamo studiato in due università romane e abbiamo esperienze piuttosto simili e che rispecchiano molte delle considerazioni di Learco su università e professori. Tu il russo dove e come lo hai studiato?

Paolo Nori
L’ho studiato a Parma, alla facoltà di Magistero ancora, quando mi sono iscritto io nell’88, abbiamo cominciato in 40 e passa perché era l’anno di Gorbačev…
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