“‘Quanto potrà durare la memoria del senso di libertà degli anni della perestrojka?’. Dialogo con Vadim Kalinin”
A cura di Daniela Liberti
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 203-206
Scarica il Pdf solo di questo articolo [73 Kb]
[Dall'incipit del dialogo]

Daniela Liberti
Di recente è uscito in Italia il tuo libro Un chilogrammo di esplosivo e un vagone di cocaina. Dalle recensioni che ho letto sembra che il lettore italiano ti abbia accolto con curiosità. Dopo la caduta dell'Urss e con il nuovo assetto della società serpeggiava il timore, soprattutto all'estero, che la letteratura russa soffrisse un periodo di sterilità. Invece, facendo i debiti distinguo, qualcosa appare nel vuoto generale.

Vadim Kalinin
La letteratura russa, per quanto sia penoso affermarlo, è sempre stata e probabilmente sarà ancora per molto tempo, una letteratura-saprofita, perché è capace di prosperare realmente soltanto sullo sfondo di rivolte o di calamità nazionali. È un fenomeno che si è osservato più volte nella storia russa ed è quello che si ripete oggi. Un mio collega di penna, esponente della letteratura russa contemporanea, Dima Kuz’min, ha chiamato questo momento della letteratura nazionale “il secolo di platino”. Ricordiamo come l'epoca di Puškin sia passata alla storia come il secolo d'oro e gli anni Venti del secolo scorso siano ricordati come il secolo d'argento, ora, appunto, è giunto il momento di quello di platino. È fuor di dubbio che attualmente nel nostro paese si assista a un dispiegarsi dell'attività letteraria senza precedenti. Potrei fare almeno una decina di nomi di scrittori che sicuramente, tra qualche anno, occuperanno il posto che meritano nel pantheon letterario nazionale e forse anche in quello internazionale. Il paradosso però è che, con il cambiamento del paradigma sociale e l'invasione massiccia nell'ex Unione sovietica della cultura di massa occidentale, la letteratura russa tradizionale si è ritrovata stretta tra due fuochi. Da una parte, oggi, secondo una secolare tradizione nazionale, questa letteratura è spesso snobbata dai detentori del potere se non apertamente rifiutata. Ultimamente sono sempre più frequenti casi di divieti palesi di questo o quel libro o processi ad alcuni letterati che vengono incolpati di qualsiasi cosa, dalla propaganda del terrore e dell'uso di droghe fino allo stupro. Dall'altra deve competere con la sua sorella decadente, la letteratura russa commerciale. Un fiume torbido di cose da leggere, insignificanti e prive di qualsiasi fondamento che si divorano facilmente, hanno espropriato alla letteratura seria una parte considerevole di quei lettori cosiddetti poco fedeli. Del resto questo problema assilla anche l'Occidente, ma sulla letteratura russa si è accanito tutto in una volta e in modo violento, dopo aver annientato buona parte dei nomi più illustri in voga nell'Urss. Certamente, questo è dovuto al fatto che, nonostante si parli in Russia del secolo di platino della letteratura, gli autori russi contemporanei sono poco conosciuti. E la cosa più terrificante è che questo accade non solo all'estero, ma anche in Russia.

Daniela Liberti
Dopo aver letto il tuo libro, è difficile immaginarsi tutte le situazioni in cui vengono a trovarsi i vari personaggi. La cultura gay è per me un pianeta sconosciuto, le tue storie mi hanno svelato un lato inesplorato della letteratura russa. Avendo studiato in Unione sovietica nei bui anni Ottanta, ho seguito lezioni di letteratura dove tutto era messo al bando, figuriamoci cosa avrebbe provocato una domanda su cultura e diversità sessuali. Tu sei nato negli anni Settanta, hai cominciato a scrivere all'età di dodici anni e sei stato uno dei fondatori dell'Unione dei giovani letterati, Vavilon. Cosa ha significato per te iniziare a scrivere in un paese che si offriva al mondo come un esteso e compatto territorio di repubbliche sorelle e che in seguito ha visto ridurre drasticamente i suoi spazi geografici, che è cambiato esteriormente mantenendo però dei cliché mentali duri a morire? Come hanno accolto nel tuo paese i tuoi esperimenti letterari nell'ambito dell'ambiguità sessuale?

Vadim Kalinin
La mia adolescenza è trascorsa proprio nel periodo della perestrojka. È un periodo che ricordo con grande nostalgia per la straordinaria fioritura di circoli di giovani letterati. Allora i giovani vivevano con la mente nella fitta nebbia della sperimentazione sessuale e di droghe allucinogene. Il concetto stesso di tabù sociale sembrava ostile, sovietico. È chiaro che tutto ciò che apparteneva al vecchio regime venisse recepito da noi, figli della perestrojka, in modo particolarmente negativo. Perciò, io non ho avuto alcun problema di adattamento sociale nell'ambito dell'autodefinizione bisessuale (non gay, devo sottolinearlo). Quando ho scritto Un chilogrammo di esplosivo e un vagone di cocaina, tutti andavano a letto con tutti ed era una cosa perfettamente naturale. Per quanto possa sembrare banale, credo che questi anni in Russia corrispondano agli anni Sessanta in Occidente, anni di rivolgimenti nei costumi sessuali e nei rapporti interpersonali. Oggi tira tutt'altra aria e io mi scontro sempre più spesso con l'avversione degli altri per quello che scrivo e per il mio orientamento sessuale. La Russia si fa sempre più borghese e di conseguenza più reazionaria. E fa particolarmente male quando questo comportamento si incontra all'interno dello stesso ambiente letterario. Eppure il mondo degli scrittori russi è sempre stato una setta chiusa, che esisteva in contrapposizione allo standard sociale. E io avrei tanto voluto che restasse tale… Il modo borghese di percepire il mondo ha mille tentacoli ed è il più aggressivo tra tutti quelli esistenti. Una sua qualità negativa è quella di imporsi, di costringere la gente a farlo proprio. Quanto potrà ancora durare la memoria del senso di libertà, rimasta in noi dagli anni della perestrojka, non posso proprio prevederlo.

Daniela Liberti
In alcune delle recensioni italiane hanno scritto che i tuoi racconti sono stati scritti sotto l'effetto di stupefacenti, eppure ti sei spesso espresso contro l'uso di queste sostanze. Le parole finali del racconto eponimo della raccolta, Un chilogrammo d'esplosivo ed un vagone di cocaina, sono del resto più che eloquenti.

Vadim Kalinin
Attualmente non faccio uso di droghe. Questo non significa che io sia un paladino di quel sano stile di vita tanto osannato che, secondo me, come ogni tipo di dogma soggioga la personalità, ci rende schiavi e ostaggi del nostro stesso corpo. Tale condotta è tanto più ridicola se pensiamo che, alla fin fine, il nostro organismo è comunque destinato a logorarsi, indipendentemente da come ci si comporta, anche se forse se ne può rallentare il processo, questo non lo nego. La droga è certamente un gioco pericoloso, che ti fa vivere una strana esperienza, ti costruisce un punto di vista al di fuori dello standard e ti regala un talento che proviene non si sa da dove. Se perdi ti rovinerai la vita, comprometterai la tua salute e potrai finire in galera. Mi riferisco naturalmente alle droghe leggere e agli allucinogeni. Le droghe pesanti devono, invece, essere distrutte col massimo cinismo e non si dovrebbero neanche provare. Non c'è uomo che possa controllarne gli effetti. Ho avuto anch'io la mia esperienza nell'ambiente, sperimentando varie sostanze pericolose. Quando ero più giovane pensavo di essere obbligato a provare di tutto, ma con l'età ho lasciato perdere questo tipo di giochetti. Mi viene in mente al proposito una frase di Nabokov “Il crimine è una vera volgarità” e la droga si può definire così. Come qualsiasi altro tentativo di raggiungere la conoscenza con mezzi artigianali.
[...]



 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli