"L'occidente, con le sue categorie razionali, non riesce ad abbracciare la bellezza".
Dialogo con Nina Kauchtschischwili
A cura di Silvia Burini e Gian Piero Piretto
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 9-13
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[Dall'incipit del dialogo]

Silvia Burini e Gian Piero Piretto
Cominciamo con una domanda di geografia. C'è un'identità nazionale in cui ti riconosci, tu che hai il cosmopolitismo nel sangue?

Nina Kauchtschischwili
Senza dubbio quella georgiana. La Georgia è un paese con una sua storia molto specifica, e la mia famiglia è stata parte di quella storia. Mio padre a Berlino è stato rappresentante del Governo Georgiano indipendente per i rapporti commerciali con l'Europa, dal 1918 al 1921. Conservo ancora il suo passaporto diplomatico. Nonostante sia nata in Germania e abbia avuto una madre russa, sono cresciuta con un grande spirito di attaccamento alla Georgia e alla sua particolarissima storia. Eravamo georgiani cattolici, un gruppo etnico piccolo con tradizioni sue specifiche. I miei antenati vivevano a Kutaisi, una piccola città, dove resistevano mentalità particolari e ancora una volta una storia particolare. È la terra di Medea, legata a tradizioni greche. La mia era una famiglia di giuristi. Mio bisnonno era andato in Inghilterra per difendere su base internazionale una gilda di commercianti georgiani che erano stati condannati. A Londra ha vinto il processo, e la piccola Kutaisi si è aperta verso l'Europa. Una mia cugina ci aveva fondato il primo ginnasio femminile. Io resto molto legata a questa tradizione famigliare.
Sono nata a Berlino, dove mio padre si era trasferito dopo la rivoluzione, e là ho frequentato solo l'ambiente georgiano. Tutti pensavano che sarebbero presto tornati in patria, "dopo la tempesta", come dicevano gli emigrati russi. Quando avevo 7 anni è comparsa in casa una domestica russa, anzi ucraina, era di Char'kov, no ona ne chovorila, a govorila. E il russo è diventata la lingua del lessico famigliare. Per comunicare con la dom rabotnica, in casa abbiamo cominciato a parlare russo.

Silvia Burini e Gian Piero Piretto
Hai cominciato a Berlino a occuparti di russistica?

Nina Kauchtschischwili
No. Una georgiana all'epoca non poteva diventare russista. Ho frequentato a Berlino tutte le scuole, fino al secondo anno di Università. Ma studiavo filologia romanza. Il livello dell'istruzione era altissimo, ma la situazione politica precipitava, e il nazismo ha costretto mio padre a emigrare in Italia. A Milano mi sono laureata in francese e ho insegnato francese nelle scuole per tanti anni. Quasi per caso un'amica mi ha proposto in Cattolica come lettrice di russo. La mia carriera è cominciata così, senza preparazione specifica. Il Preside di Facoltà mi ha incoraggiata a studiare e a specializzarmi in russistica. Sono intervenuta a un dibattito di letteratura russa con un intervento su Gore ot uma [Che disgrazia l'ingegno!], e il mio primo lavoro scientifico (1959) è stato dedicato a Griboedov. E' curioso che quando andavo a Roma a studiare al Pontificio Istituto Orientale, da ogni parte abbiano tentato di scoraggiarmi. La teoria dei "grandi" dell'epoca era la seguente: se il russo lo sai già e non devi fare sforzi per impararlo, da noi non aspettarti appoggi. Noi incoraggiamo chi deve faticare. Ricordo benissimo le parole di Gančikov: Vas nikogda ne propustjat!. Malgrado questo ho studiato intensamente e in pochi anni ho ultimato quelli che considero i miei lavori fondamentali: Silvio Pellico e la Russia, Vjazemskij e l'Italia e il Diario di Dar'ja Fedorovna Ficquelmont. Nel 1966 ho sostenuto la libera docenza. Ho lavorato come una matta, e ho avuto anche contatti incoraggianti con figure eccezionali: Maver, uomo di vastissima cultura, laureato a Vienna. Con lui si discuteva bene. A Milano con Graciotti, un caro amico da cui ho sempre avuto grande appoggio, anche se non era russista in senso stretto.
Il primo incarico l'ho avuto a Bari. Poi ho insegnato 13 anni a Torino. Il grosso salto è stato entrare in contatto con la russistica internazionale.


Silvia Burini e Gian Piero Piretto
E allora è il momento di parlare di Bergamo. Si può dire che a Bergamo hai fondato una piccola scuola?

Nina Kauchtschischwili
[Smorfia eloquente tra il compiaciuto e l'enigmatico] Ho cominciato a lavorare a Bergamo nel 1968, nell'anno delle barricate. Ho comunicato ai miei collaboratori che la neonata università non avrebbe risparmiato sul denaro, ma che esigeva in cambio un intervento attivo da parte di tutti. Avevo come modello quello di mio fratello, professore medico, che riuniva regolarmente tutti i collaboratori per discussioni scientifiche su casi patologici e aggiornamenti sulle riviste. L'esperienza di mio fratello mi ha incoraggiata a cercare di creare una comunità scientifica, e credo di esserci riuscita. Per anni alle discussioni del venerdì hanno partecipato tutti i collaboratori e ciclicamente alcuni laureandi.
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