"Se la vita è imperfetta, anche il testo deve esserlo".
Dialogo con Viktor Erofeev
A cura di Marco Dinelli
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 15-24
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[Dall'incipit del dialogo]

Marco Dinelli
Viktor, so che stai ultimando un romanzo che è in qualche modo legato alla figura di Stalin. Una cosa che mi ha sempre affascinato e allarmato allo stesso tempo è l’assenza di un senso di colpa storico nella coscienza russa (a differenza dell’atteggiamento dei tedeschi nei confronti del nazismo) per le decine di milioni di vittime in settant’anni di comunismo, e in particolare per gli orrori dell’epoca staliniana. Sembra che il fascino del capo carismatico di fronte al quale si prova una sorta di “timore di Dio” sia un bisogno radicato nella mentalità russa. Cosa ne pensi?

Viktor Erofeev
Il libro s’intitola Chorošij Stalin [Il buon Stalin], è un romanzo, ma lo è in modo piuttosto insolito e rischioso, perché si tratta di un romanzo con personaggi reali. Ossia tutti i personaggi di questo romanzo sono inventati, sebbene siano, allo stesso tempo, reali. Hanno nome e cognome. Onestamente, non ho mai visto un romanzo del genere. Non è un romanzo autobiografico anche se ad agire siamo fondamentalmente io e mio padre: è Padri e figli in una interpretazione assolutamente nuova, senza essere però legato a Turgenev né nella trama né in senso postmoderno. Il “buon Stalin” è praticamente mio padre, colui che mi ha dato una buona educazione. La mia rivolta contro questo buon Stalin rappresenta la rivolta dell’intelligencija russa contro il potere. Come nel racconto Popugajčik [“Il perrocchetto”, Schegge di Russia, Fanucci, Roma 2002], anche in Chorošij Stalin compaiono alcuni stereotipi profondi della storia russa. Il libro è già scritto, ora mi sto occupando della revisione. A marzo uscirà in Germania e ad aprile qui in Russia. È già pronta la traduzione in tedesco, ma dopo la mia revisione la povera Beate [Beate Raush, traduttrice tedesca dal russo] dovrà tradurlo una seconda volta.
Potrà sembrare paradossale, ma la colpa, la responsabilità storica e il processo allo stalinismo sono questioni che qui non vengono affrontate. Ho tentato di far apparire Stalin come il dio russo che ha indossato la maschera di georgiano, è vissuto per trent’anni, e poi, nel 1953, si è tolto la maschera. Cioè analizzo Stalin come personificazione del dio russo. Ne viene fuori un mito e una metafisica piuttosto inediti, poiché nessuno ha mai considerato Stalin sotto questo aspetto. Ho cercato abbastanza a lungo questo approccio. Lo stesso è successo quando cercavo lo stile del romanzo Russkaja krasavica [La bella di Mosca, Rizzoli, Milano 1991] e non riuscivo a trovarlo, ma poi, una volta trovato, tutto ha preso forma. Insomma, è un libro sul dio russo che ha indossato, non si sa per quale motivo (ma Dio è sempre Dio, non è possibile chiederglielo) una maschera, si è finto un georgiano e ha asservito la coscienza russa a tal punto che la coscienza russa non si è ancora rimessa da questa metafora. Perciò la coscienza russa non è in grado di giudicare il dio russo, perché Dio non viene mai giudicato, semmai è lui a giudicare. Con Hitler non è andata così, e non appena mi è venuta in mente questa metafora, ho capito l’enorme differenza che esiste fra Hitler e Stalin nelle coscienze nazionali. La seconda cosa che ho capito è che il dio russo e la coscienza russa si riversano l’uno nell’altra, Dio prende le fattezze del popolo e il popolo quelle del dio russo. Perciò quale processo si potrebbe intentare? Non solo non è possibile giudicare Dio, ma è ancor più difficile giudicare il proprio Super-Io, cioè Dio che si è riversato nella coscienza russa. Ecco, in sostanza, ciò di cui parla il libro, e padre e figlio vivono sotto il sole di questo dio, sotto un sole molto vicino, perché in questo libro, come del resto anche nella vita reale, Stalin praticamente si innamora di mio padre. Qui si delinea il tema dell’innamoramento, e anche questa è una mossa assolutamente inaspettata. Noi conosciamo lo Stalin adirato, trionfante, vincente, il generalissimo, ma non conosciamo lo Stalin innamorato. E qui si innamora di un giovane che gli fa da interprete, che conosce nel suo studio; al primo incontro lo fa talmente ridere che ne serberà a lungo il ricordo. E forse proprio l’incontro con questo giovane lo costringe per la prima volta a pensare alla necessità di sostituire i vecchi che erano al suo servizio e di assumere bei giovani come mio padre. Nel libro si avverte il contrasto fra la realtà storica e la realtà metaforica propria del romanzo. Ed è qui che si annida il pericolo maggiore: lasciarsi prendere la mano dai simboli, perché allora verrebbe fuori una roba alla Tarkovskij, che io non sopporto. Tuttavia voglio conservare l’elemento mitologico, tenendomi allo stesso livello di profondità della coscienza joyciana, anche se Joyce non c’entra niente. Insomma, è un romanzo in cui ho tentato di unire cose che di solito sono legate fra loro in modo piuttosto incerto. È venuto fuori un romanzo abbastanza lungo, 400 pagine finora, forse lo accorcerò un poco per raggiungere la trasparenza necessaria. Ed è scritto in maniera piuttosto inusuale, per me. Per la prima volta nella mia vita ho scritto un romanzo descrittivo. In fondo, è una vecchia tecnica del XIX secolo, ma questa tecnica è riempita con contenuti ultramoderni. Perciò grazie al contrasto fra la forma e il contenuto, il romanzo è sottoposto a una tremenda pressione interna, una sorta di compressione. Sebbene oggi i romanzi descrittivi vengano letti come qualcosa che appartiene al passato, mi sono voluto mettere alla prova lavorando in questo modo.

Marco Dinelli
Tu sei forse il più impegnato fra gli scrittori russi contemporanei: basti pensare alla lettera che hai inviato al presidente Putin per esprimere la tua protesta contro le persecuzioni che gli scrittori russi hanno subito in questi ultimi tempi. Quando è uscito il tuo libro Enciklopedija russkoj duši [Enciclopedia dell’anima russa], abbiamo parlato insieme della possibilità di un cambiamento della società russa, che potrebbe avvenire solo nel caso in cui la collettività prendesse coscienza dei propri mali e partisse da questa consapevolezza per crescere e rinnovarsi. Ora che le elezioni hanno dimostrato che la Russia non sceglie la democrazia, ma conferma le tendenze conservatrici degli ultimi anni, prolunga per così dire il clima di “stagnazione” putiniana, non hai l’impressione che non ci sia più alcuna speranza che la situazioni cambi? Cosa significa scrivere in tale atmosfera?

Viktor Erofeev
Mi fai delle domande veramente difficili! Il fatto è che l’Enciklopedija non è affatto uno scherzo, è proprio la constatazione del fatto che i russi non possono scegliere la democrazia. Ma io l’ho scritta in un’epoca piena di speranze. In questo consisteva l’audacia del libro, perché se l’avessi scritto in un’epoca di stagnazione, il risultato sarebbe stato nullo. Invece ho voluto analizzare alcuni stereotipi profondi della coscienza russa proprio nel momento in cui cominciavano a tentennare. Come ricorderai, la fine del libro non lascia intravedere alcuna via d’uscita... e questa è la situazione che si sta configurando davanti ai nostri occhi. Sulle colline di Lenin due idioti erigono un monumento a un nuovo Dio. È quello che sta succedendo, in fondo. Tutto era cominciato dall’idea di neutralizzare un tipo chiamato il Grigio, e va a finire che il Grigio diventa un nuovo Dio. Provo un po’ di spavento, ora, perché uno scrittore pensa che ciò che scrive sia un gioco, ma quando questo gioco diventa realtà... è come se si avesse messo in moto il reale con la propria energia.
Quanto all’impegno, una volta ho scritto che nella vita arriva un momento in cui diventa molto difficile trovarsi in un territorio straniero. I miei genitori dicono: “noi non andiamo alla dacia a festeggiare il capodanno con gli amici, perché non riusciamo più a dormire fuori di casa. Bisogna dormire a casa propria”. Probabilmente nella vita arriva il momento in cui capisci che questa maledetta politica vuole attirarti nel suo territorio, che bisogna pensare alle elezioni e che tu dipendi dal loro esito. Dipendi da certi assurdi movimenti giovanili che possono insultarti, come è successo al mio amico Vladimir Sorokin, a cui hanno dichiarato guerra aperta. Basta andare a vedere il loro sito [lo scrittore allude al movimento giovanile filoputiniano Idushchie vmeste (Camminiamo insieme), che ha condotto numerose campagne contro gli scrittori contemporanei e ha denunciato, tra gli altri, lo scrittore Vladimir Sorokin per pornografia. Il loro sito è all'indirizzo: www.idushie.ru] e leggere cosa scrivono: il loro odio è sconfinato. E guarda che scrivono anche su di me! Insomma ci si ritrova in un territorio con il quale bisogna in qualche modo fare i conti, perché questo territorio è all’interno del proprio paese. Questo mi ha molto amareggiato. Non si tratta quindi di impegno, al contrario, il mio è un tentativo di disimpegno, di respingere tutto questo e di piantare picchetti, di isolarmi. La lettera aperta al presidente era scritta in un tono piuttosto brusco e sgradevole, ma era pur sempre un tentativo di dialogo. Perché se si comincia a perseguitare persino gli scrittori, vuol dire che la situazione potrebbe da un momento all’altro precipitare. Ma in questo dialogo la domanda più importante riguarda la direzione in cui ci si sta muovendo. Ora alla Russia non serve alcun autoritarismo e se Putin e l’attuale regime politico si muoveranno in questa direzione commetteranno un grave errore. La storia russa si ripeterebbe per l’ennesima volta. Forse non sarà altrettanto sanguinosa, ma sarà fetente, come disse Alessandro III: una politica estera piuttosto misurata ma, all’interno, questo fetente blocco nazionalistico. Questo non ha aiutato la Russia né all’epoca di Alessandro III né in altre epoche. Ora non c’è più tempo, perché intorno alla Russia crescono giganti come la Cina, l’Unione Europea, l’India, giganti con un enorme potenziale economico. E la Russia somiglia a una ragazza impazzita che ritiene di avere quell’enorme quantità di forze e di potere necessari per dialogare con questi vicini, ma che in realtà viene sorpassata bruscamente da altri concorrenti. L’autoritarismo, in sostanza, è una sorta di lavoro coatto, è un gulag, può essere più o meno duro, ma sempre di lavoro coatto si tratta. E i computer e gli aerei all’avanguardia non si fanno con il lavoro coatto. Adesso, ogni giorno che passa invano rappresenta una perdita enorme per la Russia, visto che, invece di aprirsi a una nuova civiltà senza aver paura di apparire poveri e sfortunati (non c’è niente di male nell’essersi liberati dal regime comunista), si vuol far vedere che si hanno missili e bombe atomiche, mentre tra un anno l’America troverà il modo di disattivarli con la stessa facilità con cui si spegne una lampadina. La quantità di soldi che gli americani possono investire negli armamenti è illimitata. Perciò questa tendenza conduce a un vicolo cieco, è in sostanza un movimento incosciente verso la disgregazione. La disgregazione della Russia non mi spaventa, ma se le persone che vogliono conservare la Russia così com’è la portano alla disgregazione, questa contraddizione interna genera una lacerazione. Se vogliono condurla alla disgregazione, che lo dicano apertamente, se invece non lo vogliono, che ci riflettano su. Io ritengo che si può conservare la Russia solo sulle basi di una società aperta. Su questo punto bisogna fare un grosso lavoro e il problema principale di tutte le forze liberali è l’incapacità di lavorare con la popolazione concreta, con la vera mentalità russa. E invece lavorarci è possibile: l’ho visto partecipando a una trasmissione televisiva.

Marco Dinelli
Cosa intendi?

Viktor Erofeev
È successo di recente: quando in televisione ho difeso Michail Chodorkovskij [magnate dell’industria petrolifera Yukos, attualmente in carcere con l’accusa di evasione fiscale e frode ai danni dello Stato. Molti considerano l’arresto una mossa del governo per eliminare un nemico politico], il suo indice di popolarità è cresciuto, il che gli ha permesso di sorpassare un calciatore famoso e di salire al secondo posto in classifica. Ho capito come si può lavorare con la gente, bisogna semplicemente porsi questo obiettivo. E finora nessun partito liberale di ispirazione occidentale se l’è posto. Si possono augurare al paese le riforme più straordinarie, ma, se si lavora con questa popolazione, non si può avere un atteggiamento sospettoso, di superiorità nei suoi confronti, cosa che invece sta accadendo anche adesso. Quindi il fallimento era prevedibile, il che non toglie che mi abbia procurato un profondo dispiacere, perché ora si può dire veramente che la Russia non sa che farsene delle persone di talento. Inoltre giungiamo a un paradosso: perfino la Russia sovietica era più democratica della Russia odierna. Nell’ambito del politbjuro nascevano discussioni di carattere amministrativo, non ideologico. Kosygin proponeva una cosa, Brežnev un’altra. Ora non c’è più il politbjuro, c’è l’amministrazione del presidente. Si tratta di aiutanti che possono dare consigli, ma non sono loro a decidere, in altre parole ci ritroviamo in un regime autocratico, soprattutto dopo queste elezioni. Siamo diventati ostaggi di Putin, che ha addirittura dato un premio al calciatore più popolare. In effetti ora non c’è persona più democratica di Putin, tutti gli altri partiti sono meno democratici di lui. Gli è venuta voglia di dare questo premio, ma se poi gli viene qualche altra voglia? Io e te diventiamo ostaggi di Putin: a causa del suo amore per l’Italia, per fare un esempio, farà indossare a tutti magliette italiane con la bandiera italiana. Oppure può darsi che si innamori dell’America, o della Cina, o di qualcos’altro, non importa, ma resta il fatto che ci troveremmo in un territorio straniero. E non appena ci ritroviamo in territorio straniero, comincia a mettersi in moto il meccanismo della resistenza della vecchia intelligencija russa. Ora ci sarà la rinascita dell’intelligencija. Anzi, sta già rinascendo, comincia a rinascere...
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