Chi vuol essere J. Gagarin? Kitsch, icone sovietiche e sottoculture: l'esperienza dei rejvery
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 155-160
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[Dall'incipit dell'articolo]

Nel descrivere i rapporti tra cittadini sovietici e potere nella vita quotidiana a partire dai tardi anni Settanta, studiosi come Jurčak utilizzano spesso il termine di derivazione gergale stjob, con riferimento a un comportamento ambivalente che prevede, nella vita “ufficiale”, ad esempio sul posto di lavoro, sostegno e supporto alle istanze del partito, e, in quella privata, totale indifferenza verso la politica. Si tratta di un atteggiamento che interessa pressoché tutta la popolazione e che trae origine da una sorta di passività verso il potere, che conduce, più che ad aperte manifestazioni di dissenso, viste come inutili, nonché pericolose, a un “ingannare lo Stato dietro le spalle” e, nelle circostanze ufficiali, a un forzoso e mal simulato overacting, un'identificazione eccessiva, che, utilizzando la terminologia freudiana, sembra quasi tradire la presenza di un Superego nell'animo collettivo. Come spesso accade, anche in questo frangente gli artisti e le sottoculture elaborano una loro variante all'interno di quello che si è stabilizzato come un atteggiamento diffuso, ponendosi su di un piano superiore, parallelo, artisticamente e semanticamente più fertile. Presso queste piccole comunità, quindi, la tendenza dominante si arricchisce di consapevolezza ironica e complessità di significati.
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