Il corsivo è mio: Viaggio attraverso la memoria di Nina Berberova
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 41-50
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[Dall'incipit dell'articolo]

"Il mio destino fu (ed è) sviluppo e crescita come il destino di qualunque essere vivente, niente è andato perduto, ma al contrario tutto è presente e si trasforma in me, e tutto è costruito sulla base del passato e rispecchia questa base". In questa frase è racchiusa l'essenza del Kursiv moj [Il corsivo è mio, 1972], in cui Nina Berberova effettua un'analisi retrospettiva della sua vita, decodificandone le tappe significative. La scrittrice espone il disegno del libro come un tentativo di raccontare la sua esistenza seguendo un ordine cronologico (infanzia, giovinezza, anni della maturità, rapporti con gli altri) e di scoprirne il significato recondito; lo scopo dichiarato è pervenire alla conoscenza di sé, all'equilibrio interiore, attraverso ciò che lei stessa definisce "automodificazione": la capacità di liberarla da tutti gli aspetti contraddittori presenti nel suo animo, da ogni tipo di dualismo, considerato morboso, nocivo. Scrivere di sé, dunque, è concepito dalla Berberova come un bisogno di crescita individuale. Raccontare la storia della propria vita significa, infatti, rivendicare il diritto e il dovere di interpretare se stessi, di ascoltare criticamente il proprio linguaggio interiore, per scoprire la propria identità. Lo strumento dell'autobiografia permette al suo autore di stabilire l'ordine delle cose, svelando, grazie allo sguardo retrospettivo, dettagli di verità che le circostanze avevano costretto a modificare o a rimuovere. Tuttavia, il bisogno di scrivere di sé non corrisponde ad un'esigenza universale, ma è tipica di chi, compiacendosi di ripercorrere le tappe significative della propria vita e sottrarle alla crudeltà del tempo, si ritiene degno di un interesse privilegiato. Ciascuno di noi, infatti, tende a considerarsi centro di uno spazio vitale, attribuendo rilievo alla propria immagine, indipendente rispetto al mondo circostante. A tal riguardo è interessante l'ipotesi di Demetrio, il quale sostiene che comporre una autobiografia significhi fare tecnologia del sé, poiché la scrittura consente all'autore di modificare se stesso nel rispetto di quella che sente essere la vera identità. In effetti, come afferma Bellini "attraverso il meccanismo della ridescrizione metaforica del proprio vissuto la scrittura autobiografica offre al suo autore la possibilità di avere una percezione significativa degli eventi trascorsi e di attribuire loro un preciso senso ontologico. La ricostruzione di senso, in termini autobiografici, impegna la memoria non come zona, in cui si celano i ricordi e i frammenti di un'esistenza ormai consumata, bensì come "luogo metaforico", dove un "io" cognitivo lavora instancabilmente come formatore di se stesso, nello sforzo costante di attribuire senso e orientamento al corso della vita".
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