L'emigrazione come eterna risorsa della slavistica italiana. Wolf Giusti scrive a Václav Černý.
eSamizdat 2003 (I), p. 215
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[Dall'incipit dell'articolo]

L'archivio del critico letterario Václav Černý (1905-1987), conservato a Praga nel Památník národního písemnictví, contiene diversi materiali riguardanti l'Italia, tra i quali non mancano testi interessanti che modificano profondamente la percezione della sua conoscenza del mondo italiano. Di recente è stata pubblicata la progettata introduzione alla traduzione in ceco della Storia della letteratura italiana di De Sanctis ed è stato avviato il progetto che dovrebbe portare alla pubblicazione dell'ampia antologia Italská renesance, progettata da Černý alla fine degli anni Cinquanta. All'interno dei documenti conservati nell'archivio del critico ceco notevole è lo spazio occupato dalla corrispondenza, che contiene anche qualche lettera e cartolina di slavisti italiani (tra gli altri E. Lo Gatto e A.M. Ripellino). Particolarmente curiosa è una lettera del 1933 di Wolf Giusti, che più che il riflesso di una lunga amicizia (Černý del resto non nomina mai Giusti nelle sue dettagliate memorie), sembra essere dovuta a un momento di difficoltà esistenziale (basterà del resto osservare quanto poco ricca sia la bibliografia di Giusti negli anni Trenta). Le parole di Giusti, oltre ad aggiungere particolari interessanti alla sua biografia, confermano anche che la precarietà esistenziale dei giovani slavisti italiani ha radici profonde nel tempo.
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