Angelo Maria Ripellino. A 80 anni dalla nascita e 25 dalla morte. [Parte seconda]
Rispondono: Michaela Böhmig, Giovanna Brogi Bercoff, Alessandro Fo, Nicoletta Marcialis, Gian Piero Piretto, Giovanna Tomassucci, Serena Vitale.
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 141-148
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[Dall'incipit dell'anketa]

eSamizdat
Pensando a molte letterature slave non si può prescindere dall'opera di interprete e di traduttore di A.M. Ripellino. Può provare a tratteggiare il suo contributo al settore che le è più vicino?


Michaela Böhmig
Il contributo che Ripellino ha dato alla russistica, e che non può essere apprezzato a sufficienza, è quello di aver elevato a dignità accademica la letteratura russa del Novecento, senza confinarla in una nicchia per specialisti. Grazie all'opera di Ripellino, la letteratura russa del Novecento è diventata patrimonio comune di un'ampia cerchia di studiosi e di persone interessate alla cultura.

Giovanna Brogi Bercoff
Purtroppo la mia frequentazione col Prof. Ripellino è stata breve e superficiale. L'ho conosciuto a Roma appena laureata, nel 1969. Allora c'erano dei corsi di perfezionamento che in realtà non so bene in che cosa dovessero perfezionare. Anche se l'Università di allora non era ancora ridotta allo stato comatoso di oggi, essa funzionava certamente male. In particolare, l'Istituto di Filologia Slava era in una delle sue crisi profonde (anche se c'è da chiedersi se sia mai stato fuori da una qualche crisi... ma questo è un altro discorso!): erano da poco in pensione Maver e Lo Gatto, Picchio era partito per l'America, Graciotti ancora non c'era (o era appena arrivato, non ricordo). Comunque, questo famoso corso di perfezionamento si limitava alla frequenza di un corso di L. Costantini e uno di A.M. Ripellino. Facevamo anche esercizi di traduzione dal ceco. Per il resto non esisteva altro: infatti poi abbandonai questo fantomatico corso di perfezionamento e continuai a fare l'autodidatta a tempo pieno. E di questo essere autodidatta purtroppo ne porto le conseguenze ancora oggi. Tuttavia non c'è male che non contenga anche qualche grano di bene. In questo caso l'opportunità di ascoltare le lezioni di Ripellino: naturalmente si trattava dell'avanguardia russa. Non avevo mai potuto godere di un piacere intellettuale di tal livello durante gli studi. È difficile descrivere il fascino delle sue letture e interpretazioni, la ricreazione che egli sapeva fare degli ambienti, delle atmosfere. Se si pensa ai manuali che allora leggevamo e al tipo di didattica cui eravamo abituati (io venivo da Firenze) si aveva l'impressione di passare da un mondo piatto, totalmente privo di prospettiva, a un mondo in cui dominava la prospettiva tridimensionale. Oppure, pensando al cinema, dal muto agli effetti speciali. Naturalmente la stessa dimensione totalmente innovativa saltava fuori dalla lettura dei suoi libri. Ripellino non descriveva fatti, personaggi e opere: li ri-creava, li dipingeva e scolpiva, riempiva gli spazi di chiaroscuri e fasci di luce (come Caravaggio), inondava le lunghezze d'onda con suoni di voci e di musica. Personaggi e oggetti ri-vivevano nella magia del barocco o nell'astrattismo dell'arte e del teatro d'avanguardia. Io sono infinitamente grata alla sorte di avermi permesso questo arricchimento umano e culturale. Purtroppo (o per fortuna?) ero troppo timida per osare avvicinarmi di più alle varie attività di Ripellino. Non frequentavo il suo ambiente, non entrai "nel giro". Poi avevo altri interessi, più "terra terra": la filologia medievale, la storiografia del rinascimento. Robe un po' noiose, ma più adatte alla mia mentalità. E qui entriamo nel problema del contributo che Ripellino ha dato nel campo dei miei studi. Ovviamente si tratta del Barocco (dell'avanguardia ho smesso di occuparmi dal 1969). Ieri uno studente mi ha chiesto: "Ma perché ha scelto di occuparsi di cose così aride?". Lui intendeva il Medioevo slavo orientale e la storia della lingua russa, che io insegno, ma la domanda riguarda anche il resto. In effetti, se si pensa al Barocco di Praga magica (o anche allo studio su Deržavin) confesso che il mio approccio al barocco polacco, ruteno e russo è profondamente diverso. certamente più noioso di quello di Ripellino. Lui ha ri-creato un mondo, io mi sono messa a disquisire su personaggi e opere di secondo e terzo ordine, su fenomeni regionali, sui margini del barocco, su culture che non si sa nemmeno se il barocco l'abbiano recepito realmente. Ha ragione lo studente: sono studi che paiono aridi, per lo più non si occupano di vera poesia, ma di pratica versificatoria, non di arte ma di erudizione. Confesso di non aver mai citato nei miei lavori l'opera di Ripellino. Tuttavia, sono convinta che le atmosfere che lui ha creato mi sono servite per capire tanti fenomeni che ho cercato di scroprire e descrivere. Gli strati della memoria umana sono moltissimi, e nella mia memoria di slavista c'è sicuramente un fondo in cui sono depositate alcune categorie barocche generali, alcuni parametri cui i successivi strati di conoscenza fanno riferimento continuo anche senza la nota a pie' di pagina. Insomma, c'è sicuramente un "pod-tekst" ripelliniano che funziona fra le pieghe dei vari intertesti di cui si formano le mie (modestissime) competenze slavistiche. Credo che questo sia molto importante, anche se fra Ripellino e me c'è non solo una differenza di statura abissale, ma anche una sostanziale differenza di approccio e di mentalità. E oso anche dire che, pur essendo sicura che molti dei miei articoli sono e saranno a giusto titolo dimenticati mentre alcuni libri di Ripellino resteranno nel futuro, tutti e due gli approcci sono necessari: quello "arido" del topo di biblioteca e quello geniale e artistico del saggista-poeta. Quello che importa è, come diceva una volta Picchio, che si vada alla ricerca del vero. Cosa sia il vero è un discorso troppo complicato! Lo affronteremo magari un'altra volta!

Alessandro Fo
Non sono uno slavista e non ho avuto la fortuna di conoscere Ripellino personalmente. L'ho conosciuto tardi, e solo tramite i suoi scritti: ma è stata per me una scoperta rivoluzionaria per il mio mestiere di studioso e di professore (di letteratura latina). Su quello che ritengo sia stato il suo contributo ho già scritto molte volte e non vorrei ripetermi inutilmente: mi limito qui a sottolineare che per me rappresenta il modello ideale di un intellettuale che sa quanto conti la cultura, soprattutto laddove sappia farsi bellezza e gioia espressiva. Un risultato che Ripellino conseguiva a lezione (lo so per testimonianza indiretta, e tramite le lettere, e anche grazie a qualche registrazione), come in ogni altro aspetto della sua attività.

Nicoletta Marcialis
Non è facile per me questa seconda tornata di "giudizi" su Ripellino: quando mi sono iscritta all'università, a Bari, nel 1974, non ne avevo mai sentito parlare, e quando ho cominciato a conoscerlo era tardi: è morto nell'anno in cui mi sono laureata e sono partita per Mosca. Il suo mito mi è giunto attraverso i ricordi di Daniela Di Sora, conosciuta in Bulgaria nella consueta diaspora dei giovani slavisti. Lei era passata da polinesiano a russo per aver sentito Ripellino che nei corridoi di Lettere declamava "parrucchiere, mi pettini le orecchie" e io l'ho invidiata moltissimo. Del polinesiano ricordava e mi ha insegnato il plurale dei sostantivi, che nella mia mente si è fuso per sempre a Majakovskij... Ma i miei idoli di studentessa erano Vittorio Strada e Franco Venturi. In quanto al settore che oggi mi è vicino, con le sue jat prima seconda e terza, si tratta certo di quello più estraneo a Ripellino. Penso però che se fosse rimasto con noi avrebbe dato il suo contributo al revival medievistico dell'ultimo ventennio, in fondo anche la Moscovia ha una peculiare teatralità barocca, e Chlebnikov porta dritto agli jurodivye.

Gian Piero Piretto
Il settore a me più vicino, da alcuni anni a questa parte, è quello degli studi culturali russi. Ritengo che Ripellino abbia contribuito notevolmente, pur senza aver fatto parte consapevolmente o deliberatamente del filone culturologico, a stimolare l'interesse per le serie extra letterarie e per un'indagine che combinasse strati alti e bassi della cultura e prestasse attenzione a manifestazioni e testi non necessariamente egemonici o accademici. Dal cinema al cabaret, dal teatro alla poesia, dall'architettura al costume Ripellino ha intrecciato e coniugato il banale con il sublime.

Giovanna Tomassucci
Ripellino apparteneva alla genealogia di slavisti di scuola romana (si pensi a Damiani, Picchio, Graciotti o Meriggi) che si muovevano con agilità dentro a più lingue e più culture. Agli inizi il suo interesse per la cultura polacca fu condizionato dall'amore per i grandi romantici dei suoi maestri, primo fra tutti Giovanni Maver. Aveva poco più di vent'anni, quando pubblicò per Iridion di Verdiani testi di Mickiewicz, Słowacki e Norwid che avrebbero messo in difficoltà qualsiasi polonista esperto: poi, dieci anni dopo tornò a tradurre Mickiewicz (Ode alla giovinezza) per il centenario della morte. In seguito la sua passione polacca verrà coltivata assai meno frequentemente di quella ceca e russa e percorrerà altre strade: il simbolismo, il teatro, l'avanguardia tra le due guerre. Le sue traduzioni di Tuwim, Lechoń e Gałczyński per la Poesia straniera del Novecento di Attilio Bertolucci (1958) riflettono la volontà di confrontarsi con autori dalla scoppiettante inventiva linguistica: è un peccato che siano rimaste un episodio isolato. Un altro innegabile merito è stato quello di spingere i suoi allievi (si pensi a Pampiglione) a esplorare la cultura e il teatro polacco del Novecento: è poco noto che negli anni Sessanta allestì insieme a loro In alto mare di Mrożek. È stato inoltre fondamentale per far conoscere in Italia Schulz e Gombrowicz.

Serena Vitale
La letteratura ceca e quella russa dell'800 e del '900 mi sono entrambe vicinissime e care. Entrambe, tutti lo sappiamo, hanno un debito enorme nei confronti di Ripellino. "Tratteggiare" il suo "contributo" a un "settore"? Non ci provo neanche: di ben altro spazio dovrei disporre. Per inciso: credo che parole come "tratteggiare", "contributo" , "settore", e così via, sarebbero piaciute poco al Professore, da cui tutti abbiamo imparato l'attenzione costante per la lingua, anche nei momenti di massima rilassatezza comunicativa.
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